Salotto pedagogico 10 marzo – invito

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Il tema caldo di questa settimana è regole e trasgressione nei luoghi educativi

Perchè l’80 per cento dei problemi che gli educatori dicono di dover affrontare ha a che fare con il rispetto delle regole? Sui progetti, le carte di servizio, ci sono ben altre questioni messe al centro dell’attenzione, perchè ogni obiettivo quando raggiunge la scena concreta educativa si trasforma in un problema di regole?

E’ l’educazione ad essere sostanzialmente fatta di regole da rispettare oppure far rispettare le regole sostituisce ogni intenzionalità educativa? Interrogheremo questo tema caldo, ognuno porti le sue domande.

I bambini ci guardano

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di Irene Auletta

Ho parlato molte molte del peso degli sguardi e della fatica di farci i conti ogni giorno ma in questi ultimi giorni mi hanno colpito in modo particolare gli sguardi dei bambini, anche molto piccoli. All’inizio ho pensato che fosse solo una coincidenza ma poi, incuriosita da alcune osservazioni ricorrenti, ho iniziato a farci caso con maggiore attenzione.

Ora, è cosa certa. Anche i bambini nel passeggino vengono raggiunti dalla tua diversità. Si fermano attenti a osservarti, curiosi di quella curiosità infantile, senza giudizio o pregiudizio. Già nel giro di pochi anni, il loro sguardo non mi pare più così limpido ma diventa carico di quelle domande che si intravedono senza neppure troppe censure nelle espressioni dei grandi.

Ieri ci siamo regalati il primo picnic della stagione, all’aperto e sempre un po’ isolati nella nostra bolla che, in verità, esisteva ben prima della pandemia.  Mentre siamo all’interno del parco, nel percorso verso la nostra meta, un papà passa in bici con la sua bambina, di non più di quattro o cinque anni, seduta nel seggiolino posteriore. Ci passano a fianco diverse volte e ogni volta la bambina non ti stacca gli occhi di dosso e quasi si contorce sul seggiolino per non perderti di vista fino all’ultimo istante per lei possibile, mentre il babbo si allontana pedalando.

Una, due, tre volte. Sarà pure una bambina ma oggi mi scoccia in modo particolare e così metto in atto alcune delle strategie inventate negli anni, forse per proteggere più me che te.

Però, poco dopo, non posso fare a meno di continuare a pensarci e la mia anima pedagogica continua a chiedersi cosa riescano a cogliere i bambini e perchè, sin da così piccini, siano tanto attratti dalla differenza. Forse per parlare di inclusione dovremmo partire proprio da lì, da quegli sguardi innocenti, da quella curiosità, da quella voglia di capire.

Forse, così facendo, potremmo sperare in un mondo più leggero anche per noi, che ci faccia passare felicemente inosservati. Forse.

Te lo racconto addolcendo tutte le parole tra noi possibili e come sempre ti curo e mi curo, ti guardo e mi guardo. Per oggi il verde e l’azzurro sono nostri amici. Per oggi, può bastare.

Salotto pedagogico 24 febbraio – Invito

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Di che si parlerà questa volta? di due temi caldi intrecciati fra loro che aprono domande, le vostre domande:

  • Il fascino della scena educativa
  • Mente, cuore, corpo e viscere: i linguaggi dell’educazione

Il primo perchè la scena educativa non sembra averne un granchè, sono altre le seduzioni cui si abbandona chi educa.
Il secondo perchè stupore, meraviglia, inquietudine, sono esperienze corporee. Ma quale parte del corpo privilegiamo quando facciamo educazione?
Interrogheremo questi temi caldi, ognuno porti le proprie domande

Viscere e cuore

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di Irene Auletta

Ci sono espressioni che negli anni hanno finito con il crearmi spesso disagio e che mi spingono a fermarmi ogni volta che le incontro. Solo ad esempio ne cito due ricorrenti. Te lo dico di pancia e Io non ho peli sulla lingua. Spesso queste due espressioni sono inserite in un contesto di significato che pare dare valore assoluto alle comunicazioni senza filtro e non troppe mediate da una riflessione intermedia. Che questo sia un valore, mi lascia con qualche dubbio.

Ultimamente, anche grazie all’aiuto della mia maestra Feldenkrais sto ragionando, e lavorando, sulla modalità di “prendere le cose di petto” e sulle conseguenze che questo atteggiamento ha sul nostro corpo. Nonostante le conoscenze, molti di noi sottovalutano quello che accade al corpo in relazione al nostro modo di affrontare la vita e, purtroppo, il tema torna tristemente alla ribalta quando il corpo urla attraverso blocchi fisici o malattie.

Le scoperte che faccio lavorando sul mio corpo non possono non intrecciarsi con lo stesso lavoro fatto da mia figlia e tante volte tra di noi avverto quel filo silenzioso fatto di esperienze condivise. So che, durante le tue lezioni, rimani lì ferma ad ascoltare cosa ti accade e che negli anni hai sviluppato un ascolto sempre più profondo. Chissà che nome darebbero a questa capacità gli esperti di diagnosi funzionali? 

Noi due non abbiamo le parole per condividere e allora i nostri corpi devono ingegnarsi per raccontarsi e, di nuovo, tu mi diventi maestra.

Sveglie molto presto ci ritroviamo nel buio nella notte, come ahimè ci succede non di rado. Sdraiata a terra recupero movimenti delle lezioni Feldenkrais e ti invito a stenderti al mio fianco. Dopo avermi osservata un po’, apparentemente distratta e disinteressata,  arrivi vicina. Pochissime parole intrecciano gesti e respiro e così ci prendiamo cura della nostra insonnia.

Quando ti allontani il mio corpo riposa e penso che dovremmo davvero ascoltare le nostre viscere ma per poter tacere e poter dar tempo al pensiero di maturare prima di investire l’altro, magari in modo inopportuno. Mi hanno insegnato che affrontare le cose in un certo modo vuol dire essere forti e invece, nel silenzio di questi anni, ne sto scoprendo le molteplici fragilità che parlano di costi eccessivi.

Sapersi ascoltare, nella mente e anche nel corpo, può dare spazio a quella comunicazione che per molti di noi sa di orizzonti lontani. Togliendomi le parole mi hai costretta tante volte al silenzio e proprio lì mi aiuti, ogni volta, a risentire quel battito che, guardandoci negli occhi, trova nuove vie per raccontarci.

Numeri in libertà

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di Irene Auletta

Ed eccoli in arrivo, fra pochi giorni, i miei prossimi anni con un nuovo zero. Mia madre di recente ha avuto da ridire sulla cifra perchè secondo lei sono dieci di meno. Ma sei sicura? Secondo me ti sbagli e poi comunque la differenza la fa come uno si sente! Il bello di una mente al tramonto è che a volte non smette di riservare sorprese che strappano un sorriso. Va bene mamma, io le età le tengo buone tutte e due e poi decido di giorno in giorno quale scegliere.

In realtà, se proprio devo essere sincera, non saprei dove orientarmi perchè a partire dal numero venti, ogni decennio è arrivato al suo compimento in un momento critico della mia vita personale. Forse questo accade perchè lo zero ricorda un cerchio. Raccoglie, chiude e si ricomincia. Con questo pensiero mi accingo alla mia lezione Feldenkrais che per fortuna in questi tempi mi sostiene e aiuta nel prendermi cura del mio corpo e di me, affinché io possa continuare a farlo nei confronti di chi mi circonda.

Mentre distesa ascolto e mi ascolto, in un bel dialogo muto con il mio scheletro, cosa che sicuramente conoscenti e amanti di questo metodo potranno maggiormente apprezzare, l’immaginazione trasforma le mie braccia da piccole estremità iniziali ad ampie ali.

Negli anni ho imparato a trovare nuove tinte possibili alla libertà, cercando di godermi al massimo attimi rubati in una vita che è la mia. Ho imparato che i voli possono condurre altrove oppure dentro di noi, a scoprire avventure nella ricerca delle nostre possibilità.

Oggi le mie ali, la mia voglia di andare, di scoprire, di sperimentare, hanno trovato nicchie dove tutto è possibile e ancora una volta mi ritrovo a pensare che questa mia figlia con un nome che appartiene al cielo mi insegna ogni giorno a stare con i piedi per terra, a scoprire che anche i pertugi nascondono sorprese di luci inattese.

Per lo stesso motivo devo ringraziare anche mia madre che mi ha insegnato a cercare sempre, soprattutto nel buio, la bellezza e questo non l’ho mai dimenticato.

Con questo stato d’animo ti aspetto nuovo zero, con la voglia di proseguire nell’avventura e la speranza di continuare a imparare attenta a non perdere mai di vista la mia innata gioiosità e con lei me stessa.

A tutto il resto, tanto, ci pensa la vita.

Salotto pedagogico 27 gennaio- invito

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di Igor Salomone

Beh, devo dire che l’incontro di inaugurazione è stata una bella esperienza partecipata. 49 ospiti approdati nel Salotto e mai scesi sotto i 40. Il gruppo di allievi del Laboratorio di consulenza pedagogica ed io avevamo preparato degli spunti attorno ai quali far girare la chiacchierata, così, per sicurezza, ma le domande non sono mancate e abbiamo avuto modo di parlare per un’ora e mezza piena.

Mercoledì 27 apriamo ancora le porte del salotto, e vediamo se man mano che quest’esperienza procede riusciamo a farla diventare sempre più informale. Il tema ovviamente resta ciò che la consulenza pedagogica riesce a scorgere dell’esperienza educativa ovunque si manifesti. Quindi, giusto per non dimenticarcelo, il Salotto è aperto a tutti gli appassionati di educazione, perchè così deve essere.

Oltre agli spunti, speriamo ci siano anche gli spuntini. Quelli con i quali ognuno di voi si accomoderà davanti allo schermo per questo aperitivo rispettoso delle norme sulla distanza sociale, che raccomandano di non stare vicini fisicamente, ma non vietano di esserlo simbolicamente. Comunque io mi presenterò con i miei.

Invitate chi volete e portate ciò che vi aggrada, poi da bravo ospite cercherò di far girare i temi intreciandoli far loro, con la speranza di perderne per strada il meno possibile. Del resto è solo il secondo incontro, tutto potrà tornare ed essere ripreso in mano.

Vi ricordo per ultima cosa che la partecipazione è libera e gratutita, è sufficiente che all’ora stabilita, meglio cinque minuti prima, vi colleghiate all’incontro in Meet

Salotto pedagogico – Invito

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di Igor Salomone

Beh, erano anni, forse decenni, che avevo in mente questo progetto. Uno spazio libero, aperto, informale, periodico per poter parlare dei temi che mi stanno a cuore con chi li ha a cuore. Avevo già in mente il nome: “Salotto”, rimanda molto ad altri tempi nei quali amici e amici degli amici si incontravano per discutere di politica, di arte, di filosofia. Io, naturalmente, ho sempre immaginato un salotto dedicato all’educazione. Avevate qualche dubbio in proposito?

Poi è arrivato il Covid e d’improvviso le mille scuse onnipresenti per non avviare il progetto, tipo in quale spazio, quanto grande, per quante persone, sono svanite in una bolla di sapone. Il salotto sarà ovviamente virtuale, lo spazio digitale e neppure la scusa di tutte le scuse, la fatica di uscire di casa di nuovo dopo il lavoro, regge più. Ci troveremo su Meet e il link, permanente e valido per tutti gli incontri, è questo. Quindi salvatevelo da qualche parte.

Non fatevi ingannare dal titolo, l’incontro è aperto a tutti gli appassionati di educazione, i riflettori sono puntati sulla consulenza pedagogica solo perchè lo sguardo di ognuno si confronterà con lo sguardo del pedagogista impegnato ogni giorno con i problemi, i temi e i luoghi educativi. E poi, diciamocelo, la consulenza pedagogica è uno dei soggetti convocati per portare formazione e supervisione nei luoghi educativi, quindi è bene imparare cosa le si può chiedere. Mentre i consulenti pedagogici possono chiarirsi cosa possono offrire.

Mercoledì 13 alle 18.30 io e gli allievi del Laboratorio vi accoglieremo per il primo incontro. Ne abbiamo previsti due al mese, rituali, potete partecipare agli incontri che volete senza bisogno di iscrivervi, chiederemo solamente l’indirizzo mail a chi è interessato a ricevere notizie e aggiornamenti. Quindi abbiamo volatilizzato anche l’ultima scusa, del tipo oddio ho perso i primi due incontri non posso più partecipare perchè non ci capirò più niente. Ogni incontro è a sè e si articolerà su delle domande, ogni volta diverse. Del resto anche il gruppo sarà a geometria variabile.

Vi ricordo per ultima cosa che la partecipazione è libera e gratutita, è sufficiente che all’ora stabilita, meglio cinque minuti prima, vi colleghiate all’incontro in Meet. Vi aspettiamo! Ah, l’ora sarà quella dell’aperitivo, birra, prosecco e patatine sono a carico vostro.

Stupori stupendi

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di Irene Auletta

Mia figlia riesce sempre a stupirmi nonostante negli anni mi abbia dato più volte occasione di trovarmi di fronte a sue reazioni o comportamenti inattesi e a volte insospettati. 

Forse per questo mi dispiace sempre tantissimo quando la sento descritta con l’elenco delle sue mancanze. Troppo facile e davvero un peccato di cecità .

Guardandoci si potrebbe non avere alcun dubbio su chi cura l’altra. Eppure …

Ci sono giorni più difficili di altri e in un momento di malinconia te lo racconto, in un dialogo fra adulte. Siamo sedute vicine sul divano e a metà del racconto mi prendi la testa tra le mani orientandola verso la tua spalla. Mi viene in mentre l’espressione “offrire una spalla per consolazione” e mi ritrovo proprio lì, a farmi consolare da te. Chi lo direbbe osservandoci. Eppure …

Si parla molto di adultità delle persone con disabilità e del rischio di infantilizzarle sempre, ma finché l’orizzonte immutato del nostro sguardo sarà sempre quello dell’autonomia, intesa in modo ormai davvero obsoleto, saremo sempre fuori tempo.

Tu figlia mia, e tante altre persone come te, avrete sempre bisogno di qualcuno che vi aiuti anche nelle funzioni più semplici dell’esistenza, ma questo non fa di voi eterni bambini. Tu, il tuo corpo e la tua anima, portate i segni degli anni che la vita depone nel suo trascorrere e sta proprio a noi adulti che vi stiamo accanto non farci ingannare da alcune apparenze.

Mi puoi accogliere, consolare, ascoltare ma devo dartene l’opportunità perchè da sola non sai prendertela e solo quando questo accade si può essere travolti da sorprese che raggiungono profondità senza parole. Attimi.

Qualche giorno fa con alcune mamme, in riferimento ai nostri figli, si parlava della cura estetica che, nel suo etimo significa sensazione, percepire attraverso la mediazione del senso. Cosa giocarsi di più nell’incontro con l’altro? In un incontro fatto di corpi, storie ed emozioni?

Io ci credo e credo anche che in molti casi proprio a partire dai genitori e dalle persone familiari, si può fare la differenza, sperando poi anche nel sostegno di figure professionali. 

Si può scegliere di fermarsi alle apparenze o proseguire in ricerche possibili. Potrebbe sembrare un percorso difficile, eppure ….

Di madre in figlia

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di Irene Auletta

In questi ultimi anni stare insieme a mia madre mi ricorda quel lento oscillare dell’altalena che ti avvicina e allontana da ciò che provi a mettere a fuoco insieme alla consapevolezza che solo lasciandoti andare puoi apprezzarne la vista circostante, l’aria sulla pelle e il piacere di quel momento. Quando ci sei, e sei proprio tu, quel gusto familiare riemerge intenso dal passato e sa di forza e nostalgia. Le pause differenti, che si alternano a tali momenti, hanno sovente il colore della malinconia.

Anche mia figlia ti cerca disorientata e proprio ieri, ritrovandoti, ti ha accolto con un forte abbraccio di quelli impossibili da prevedere o anticipare anche di questi tempi. Il tuo stupore mamma mi ha inondato di dolcezza in quel ripetere che abbraccio, che abbraccio, questo si che è un bel regalo di Natale!

E così entrambe vi siete riprese lo spazio del vostro incontro mentre guardo mia madre che, “nel rispetto delle regole”, ti bacia sulle mani per mantenere la distanza.

Voi due insieme mi emozionate sempre tantissimo a memoria di quella figlia matura che ancora tiene in mano un filo d’unione antica e quella madre che, invadendomi la vita, cerca ogni giorno nuovi respiri.

In queste feste natalizie, che non amo più da molti anni, mi sembra che l’aria si sia fatta più pesante, mettendo insieme alle ansie collettive quelle più private che la vita non smette mai di riservarci. Per questo fatico a scrivere, le dita sui tasti dipingono ombre e le luci in lontananza non sempre riescono a brillare.

Poi, ripenso ad uno dei nostri recenti viaggi in auto da sole. Seduta al mio fianco, appoggi la testa sulla mia spalla facendo fermare il tempo e, in quello spazio tiepido, lascio le nuvole lontane e mi godo quegli attimi di bellezza pura. Tra le tante cose che mi hai insegnato c’è anche questa, quel fidarsi e affidarsi che mi auguro lasci tracce profonde nella tua memoria.

La danza tra tenere e lasciar andare può essere dolcemente struggente ma proprio mentre il dolore sembra prendere il sopravvento tu mi tiri per mano verso l’allegria, restituendomi con forza quello che provo a insegnarti ogni giorno.

E così mi ritrovo a cantare e insieme balliamo, balliamo, balliamo. Anche per oggi la luce è nostra amica. Mio padre guardandoci non perderebbe l’occasione per definirmi pazzerella. D’altronde, direbbe, sei nata proprio mentre c’era l’eclissi!

Grazie Luna … del cielo e della terra.

Tenerezza e inferno

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di Irene Auletta

3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità. Avrei voluto scrivere qualcosa direttamente ieri ma per me e’ sempre difficile esprimere pensieri “a comando” e di fronte a giornate che sembrano un sollecito a non dimenticare o a non perdere di vista importanti condizioni di vita.

Grazie a occasioni come questa, credo sia importante continuare a chiedersi cosa vuol dire vivere accanto a persone con disabilità e, pensando a me e a molti genitori che incontro, vedo emergere racconti ricchi di tante zone di luce che non negano, né nascondono, le ombre che si attraversano ogni giorno. 

“Ci sono giornate in cui l’inferno è a portata di mano” scriveva qualche giorno fa Manuela, una mamma che incontra ogni giorno questo tema, nella relazione con suo figlio. Chi condivide esperienze analoghe di sicuro sentirà in tale affermazione echi assai familiari e quella sensazione di morsa allo stomaco che a volte, andando oltre il dolore, ti lascia sfiancata dalla fatica.

Come mi è capitato spesso di dire, esiste un livello di fatica che è difficile da immaginare per chi osserva dall’esterno e non tanto per l’esperienza in sé, quanto per la crudele ritualità con cui si ripete per anni. Bambini piccoli, persone care malate o genitori anziani, possono chiamare alla stessa condizione legata proprio alla cura ricorsiva. Ma in tutte queste situazioni, con differenti sfumature e stati d’animo, si intravede una fine. Qui, molto spesso no.

Di fronte alla disabilità di un figlio, gli anni che passano sottolineano per molti genitori la fisiologica preoccupazione di avere sempre meno energie per affrontare i variegati bisogni di cura dei propri figli, siano essi legati all’aspetto fisico o a quello più prettamente relazionale. Spesso ci sono entrambi.

Nell’incontro con te, figlia mia, come vedo nello sguardo e nei gesti di tante persone che condividono la mia stessa esperienza, ho bisogno di riempire sempre l’altro piatto della bilancia con quella tenerezza che non smette di riservarti un posto speciale nel mio cuore. La tenerezza, secondo la filosofa Luigina Mortari, è capace di far nascere e crescere l’anima di chi scegliamo di curare con amore sensibile e spirituale. Richiede tanta generosità, rispetto, per la persona che curiamo e per la vita, capacità di tenere la giusta vicinanza/distanza, di dare speranza e fiducia.

L’inferno che a volte sbarra la strada può farci precipitare nell’abisso del cuore e solo la tenerezza può salvarci. 

Ti osservo mentre accogli sulla lingua i fiocchi di neve che qualche giorno fa ci hanno fatto una sorpresa inattesa e ridi, ridi, ridi. Con quella risata che, pur stonando con la tua età anagrafica, o forse proprio per questo, mi riempie d’amore. Nella tua vita ti ho vista tante volte precipitare e ogni volta riemergere più forte.

La tenerezza è sempre lì, pronta a consolarci e vivendo al tuo fianco ho imparato a prendermene cura. Ogni giorno.

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