Alla fine un principe

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di Nadia Ferrari

Si è ufficialmente aperta “la fine”… dell’anno scolastico. Come ogni anno arriva e mi coglie improvvisamente, sfinita.

Alle spalle un anno trascorso con un gruppo molto numeroso di bambini e di bambine con cui si è attraversata “la vita” (scolastica) che mediamente dura 8 ore al giorno … dopo c’è solo la sera. 

La si è attraversata con tutte le cose belle, quelle meno belle, quelle proprio brutte e soprattutto con l’energia e la fatica necessaria a dare senso alla quotidianità per coglierne tutte le sfumature e cercare di renderla significativa ad ogni tratto. A dirla tutta vivere assieme ad una schiera di bimbi piccoli non è poi così semplice.  

Quando si arriva alla fine dell’anno poi si corre anche di più del solito, ci si dimentica, si prova, si compila, ci si riunisce, si fanno uscite, feste, saluti, commemorazioni, allestimenti, competizioni, evacuazioni, gare, comitati, si decide, si verifica, si programma, si riordina, si pulisce … si scoppia! 

Niente, la soglia di tolleranza alla fine dell’anno è talmente bassa che basta un nonnulla per scatenare liti inenarrabili … l’altro giorno discutendo animatamente con la mia collega, aspiro una briciola di pane e a momenti soffoco. Ecco, alla fine si può anche soffocare!

Naturalmente poi alla fine dell’anno ci sono sempre anche i bambini, stanchi anche loro e ce ne sono tanti … alla fine dell’anno scolastico sembrano anche di più! Ed anche i genitori aumentano e sembrano moltiplicarsi. Tutto questo frullato di attività, adempimenti, impegni, relazioni, per alcune di noi si somma da oltre 40anni e gli stessi si presentano puntuali tutti insieme per dare inizio alla fine. 

Una collega l’altra mattina entrando a scuola ci ha salutato abbaiando minacciosamente a significare insieme: “oggi sono pericolosa” e “ridiamoci sopra”, strappandoci una risata. Tutto ciò che serve a stemperare la tensione degli animi sul finale, alla fine dell’anno è sacro. Il “va tutto bene” recitato come un mantra con determinazione da segno che è vietato lamentarsi oltre, affinché emerga quel poco di buon umore che volga la giornata alla speranza. 

Poi, guardi le tue colleghe e vedi disegnata nei loro occhi, la tua stessa stanchezza e la stessa passione nei confronti di questo mestiere bello e impossibile che mai e poi mai ti sogneresti di cambiare nemmeno alla fine dell’anno e ti assale un sentimento di comunione solidale misto a tenerezza. Va tutto bene davvero ragazze è solo la fine dell’anno scolastico.

Da lontano Gabriele un bimbo di cinque anni mi grida: “Nadia ti voglio sposare”. 

Oddio che bello! Non succedeva da tempo. Da giovane maestra mi volevano sposare in tanti ma oramai erano anni che non me lo diceva più nessuno…  ecco quel che ci voleva! È proprio come nelle fiabe, all’improvviso un principe arriva sempre a salvarti ed ha inizio il lieto fine.

Alice, la bimba più saggia di tutta la classe, chiosa: “Non puoi, lei è già sposata, io l’ho visto suo marito”. E Gabriele: “lo so, è anche vecchia (ah ecco…) ma era per dire ti voglio bene”.

Va tutto bene davvero bambini. Concluso il bailamme della fine dell’anno … resteranno dei giorni solo per noi che potremo tornare a riempire a modo nostro! E ci saluteremo.

Curiamandoci

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di Irene Auletta

Ti guardo mentre ti aggiri per casa un po’ insofferente. Difficile avere un fastidio che non si può dire, che non si può condividere e che neppure si può gestire nella maniera che sarebbe la migliore possibile per diminuirne l’intensità.

Alla fine quello che fai sta ritardando la guarigione e non c’è verso di aiutarti a capire che non e’ quella la strada giusta. 

E’ così ieri sera ad un certo punto ho perso le staffe e ti ho detto secca che devi smetterla, che così non guarisci, che il fastidio aumenta … bla bla bla

Ho parlato per me, per gestire quella frustrazione che dura ormai da giorni, per non sentire il dolore dell’impotenza e perché in fondo è chiarissimo cosa mi accade, in questi momenti più che mai.

Ti vedo disabile. Non solo fragile ma proprio disabile. Persa nel tuo mondo di stereotipie dove a volte mi sembra impossibile raggiungerti. Stasera siamo a casa da sole e in questo momento ognuna di noi è isolata e persa nella sua “bolla autistica”.

Dura poco, ma abbastanza per farmi parecchio male e allora inizio quel lento ricucire di sguardi, gesti e alla fine carezze, che accetti come pomata lenitiva.

Ti convinco a curare quella parte dolorante e mentre lo faccio, con la tua massima collaborazione, ti sussurro che mi dispiace tanto non riuscire sempre a capire come aiutarti e poi, scema di una scema, ti faccio pure i “cazziatoni”. Che mamma insopportabile hai certe volte, Luna!

E tu ridi e mi sorridi.

Mi guardi con gli occhi e il cuore da grande, regalandomi il tuo migliore abbraccio di consolazione. E’ anche così che noi due ci amiamo, curandoci le ferite, tra il riso e il pianto.

Je suis Giobbe

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di Irene Auletta e Anna Maria Manzo

Con l’amica Anna Maria condividiamo l’avventura della maternità, gli incontri estivi e una chat con altre donne dove si alternano i nostri racconti di madri, pensieri sui nostri figli, aneddoti e riflessioni sulla vita, più o meno leggeri a seconda dei giorni e dei momenti. Proprio ieri di fronte ai pensieri di Anna Maria le ho proposto la scrittura di un post a quattro mani e così è iniziato il suo racconto.

“Avere la pazienza di Giobbe”. La frase viene usata nei confronti di coloro che ‘sono molto pazienti, sopportano con rassegnazione molestie, ingiustizie e tribolazioni‘. Giobbe, principale personaggio dell’omonimo libro della Bibbia, è la personificazione del giusto che soffre mentre i malvagi prosperano, e che tutto sopporta inchinandosi al volere di Dio. Ecco, molte volte mi sento un Giobbe in gonnella. Mi meraviglio io stessa della mia infinita pazienza. “Sarà nervosa perché ha dormito poco? Avrà qualche dolore? Le dovrà tornare il suo ciclo? È il cambio di stagione? Sono gli effetti collaterali delle nuove medicine?” Boh? Chi può dirlo?

E intanto ecco che accontentiamo tutti i tuoi desideri, anzi, non facciamo in tempo ad esaudirli che già se ne presentano subito di nuovi. Certo, la cosa strana è che quando sei “con i piedi sotto al tavolo” magari in pizzeria circondata da persone che ti garbano, i tuoi malesseri passano come per magia! Allora sono capricci! Prendi in giro tua madre che “si fa il sangue amaro” per accontentarti, per vederti serena e sorridente cara la mia figlia viziata dalla nascita! Come si esce da questo empasse? Come si può sopravvivere e vivere senza farsi condizionare dal tuo umore?

Chiedo aiuto all’esperta in cabina. Una madre come me che però si vuole più bene di me perché ha capito che per curare gli altri bisogna innanzitutto curare se stessi!

Che assist potente mi hai offerto Anna Maria! La sfida alla nostra pazienza è qualche cosa che tanto spesso attribuiamo ai nostri figli mentre, come tu ben sottolinei, è il risultato di quello che noi genitori siamo stati e siamo ancora oggi in grado di fare. Imparare a prendersi cura di sé, forse passa proprio da questo primo step che prova ad abbandonare i “se avessi fatto …” e accetta con umiltà ciò che si è agito, come realisticamente possibile.

Certo, quando i figli sono piccoli alcune cose ci stanno ed è anche un po’ più semplice riprendersi da qualche scivolata educativa. Il fatto è che i nostri figli sono ormai giovani donne e giovani uomini e gestire alcune loro bizze diventa assai più complesso, banalmente anche solo in rapporto al loro corpo adulto che rivendica una volontà, un desiderio, un bisogno impellente.  E allora che si fa?

Si, cara Anna Maria, bisogna tornare a prendersi tempo per sé, per raccogliere energie, per condividere nuove strategie, per smetterla di fare le onnipotenti, per permettere a qualcuno di prendersi cura di noi, per gustarsi momenti di leggerezza e di allegria. Può essere che questo produca qualche effetto sorpresa anche nei nostri figli e nel nostro giocarci nella relazione con loro in modo più leggero, più chiaro e forse anche meno pronte a quei ricatti affettivi che tutti i figli sanno fare, senza alcuna eccezione o particolare comprensione per i figli disabili. 

Eccola lì, la nostra gioia e il nostro dolore. Di cosa ci sentiamo sempre in colpa? Chi dobbiamo ancora salvare? Cos’altro vogliamo prenderci sulle spalle?

La vita ci ha già messo in scacco tante volte, ma sono certa che ci sono ancora tanti spazi di libertà e di respiro ampio che possiamo ritagliarci. Dipende solo da noi volerlo, mettendoci la medesima tenacia che ogni giorno mettiamo in campo nel nostro essere madri. Non so quanto potrà cambiare mia figlia e quanto la tua, ma sono certa di quanto ancora possiamo cambiare noi, ogni giorno un po’. 

Je suis optimiste!

Le ombre di domani

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di Irene Auletta

Cosa strana, ti svegliamo noi mentre fuori è ancora buio. Non lo realizzi subito, ma quando usciamo il tuo buonumore è evidente perchè l’albeggiare segnala una novità che ti piace, in questa nostra partenza al sorgere del giorno.

Come facciamo a spiegarti quello che sta per accadere quando tu sfoggi il tuo migliore sorriso dedicato alle nostre uscite per gite fuori porta? Proviamo a raccontartelo ma senza troppo insistere, consapevoli che le parole possono disperdersi. L’arrivo in ospedale ti vede già seria e quando entriamo in camera il sospetto si legge nei tuoi occhi anche se l’umore sembra celare una reale consapevolezza dei prossimi eventi.

Come già accaduto in questi casi, il babbo ti accompagna fin dentro la sala operatoria e ti lascia solo quando l’incoscienza dell’anestetico ti porta in un mondo altro. La tua fragilità, proprio in quel momento, esplode quasi in mille scintille che ci raggiungono impotenti e in attesa del tuo ritorno.

Quando ti vedo arrivare, ancora incosciente, i pizzichi al cuore mi segnalano fiducia e così, io e tuo padre, rimaniamo al tuo fianco per tutto il tempo del risveglio che oscilla tra quell’onirica sedazione e la realtà che, pian piano, torna a farsi strada nella tua coscienza.

Naturalmente, appena torni Tu, in un’attimo ti strappi la flebo insieme all’evidente intenzione di uscire dalla stanza. 

Si, mi rendo perfettamente conto del fatto che per una ragazza come lei sarebbe meglio tornare a casa, ma purtroppo le nuove procedure sono queste. Solo due anni fa, nello stesso ospedale e per lo stesso intervento le cose stavano diversamente. La dottoressa, come se io non fossi lì a meno di un metro da lei, dice all’infermiera che fanno presto gli “altri”, che poi sono i suoi colleghi, a consigliare le dimissioni. Tanto poi è lei che deve firmare ed assumersi la responsabilità!

Se questo è il problema firmiamo, dico senza il minimo di esitazione, ma con quel peso che chiede una scelta rispetto alla quale vorremmo almeno essere rassicurati in merito alle condizioni sanitarie, peraltro di loro competenza. Si, è chiaro però, mi dice sempre la dottoressa in questione, che noi decliniamo qualsiasi responsabilità.

Usciamo e tu sei già più serena, seppur provata dall’esperienza. Non mi aspettavo una condivisione di responsabilità ma mi avrebbe fatto molto piacere una piccola rassicurazione. Cosa sarà cambiato in soli due anni? 

Penso a quanto, per le persone come te, si parla tanto del DopodiNoi e oggi mi accompagna una nuova domanda. Ma dopo di noi, chi avrà il coraggio di fare delle scelte pensando solo a te e non alla tutela di se stesso?

Il nuovo giorno porta quella luce che appare ancora più dolce perchè capace di dissolvere le ombre del cuore. Gli interrogativi per ora, insieme a me, possono riposarsi un attimo. Me ne occuperò domani.

Sognandoti

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di Irene Auletta

Ed eccomi, per la seconda volta in vent’anni, a parlare pubblicamente di te e di me. Del nostro primo incontro e di quella storia che insieme stiamo costruendo, continuando a narrarla. 

Il contesto si rivela da subito caldo e accogliente e anche la platea mista di genitori ed operatori, risulta attenta e disponibile all’ascolto e a quel rimando di dialoghi ed emozioni che pian piano danno vita all’incontro.

Il moderatore entra immediatamente in sintonia con il clima e conduce  il dialogo a due, quello tra me e un padre invitato come me a testimoniare della sua esperienza, allargando alla platea pensieri e parole, quasi a formare quei cerchi concentrici provocati da un sasso lanciato nello stagno.

Raccontiamo delle nostre esperienze, differenti ma capaci di riconoscersi in tanti passaggi di vita, la nostra e quella dei nostri figli e mi stupisco della serenità che mi accompagna mentre osservo negli sguardi dei presenti l’effetto dei nostri racconti. 

Non penso che mi troverò tanto spesso ad attraversare contesti analoghi ma già mentre lo scrivo penso che da anni, silenziosamente, ti porto come me, parlando di te e di me e intrecciando l’esperienza della vita con quella professionale. Solo non lo faccio in modo così esplicito come oggi, mentre il pubblico mi guarda, come mamma di Luna.

Al termine dell’incontro diversi genitori mi avvicinano raccontandomi della loro storia e dei loro figli, quasi a volermeli presentare con un brevissimo racconto o con poche parole. 

Mentre l’ascoltavo mi sono ritrovata in tanti passaggi ma per l’emozione non sono riuscita ad intervenire, mi dice una mamma. Ho ripensato anch’io alla nascita di mia figlia, venticinque anni fa, ma mi fa ancora troppo male parlarne.

Penso a quando, ormai circa dieci anni fa, ho iniziato a scrivere di questa mia avventura e di come nel tempo questa possibilità è diventata quasi terapeutica per me e per diverse persone che assiduamente leggono i miei scritti. Un’altra mamma, lì in veste di operatrice, mi racconta di come pur avendo una figlia quasi tua coetanea ma senza alcun problema, si è ritrovata nelle mie riflessioni che le hanno anche permesso di pensare a quanto sovente finisce con l’essere più attenta alle cose che la figlia fa a discapito di quello che è.

Si figlia mia, di te ho raccontato proprio questo. Di quanto è stato crudele vederti descritta tante volte per tutto ciò che non sai fare e di quanto la tua bellezza, ostinatamente, ha saputo farsi largo per mostrare ogni giorno ciò che sei. 

La strada non è stata mai facile e temo che continuerà ad essere tale ma mentre penso a te oggi, scopro tanta leggerezza possibile, di quella che piace a noi due che sa guardare molto seriamente all’allegria per incontrare la vita.

Ma cosa hai pensato quando ti hanno comunicato la diagnosi?

Penso, e lo racconto, al titolo di quella bellissima poesia di Danilo Dolci, Ciascuno cresce solo se sognato.  E così penso al mio sogno infranto di allora e a quello che ancora oggi nutro e mi nutre, prendendosi cura di noi. E allora lo dico, mentre un sorriso si allarga nel cuore. 

Oggi sogno Luna, tutti i giorni.

SuperIperissimo

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di Irene Auletta

Che viviamo in un’epoca iperbolica lo sappiamo bene tutti quanti ma forse poi ne rimaniamo talmente coinvolti dal non riconoscere quanto spesso ne siamo  intrappolati senza neppure accorgercene.

Da mio figlio questo proprio non me l’aspettavo. E’ stato davvero un disastro e ci sono stati giorni molto difficili. Un disastro … un disastro … L’espressione del viso è solo un rinforzo alle parole.

La persona che da voce a questo pensiero è una collega che conosco da molti anni e che di certo non è mai stata nota per le esagerazioni eppure, quello che lei racconta, a me pare rientrare “semplicemente” nella categoria delle cose spiacevoli che possono accadere. Come sovente mi accade, rimango qualche minuto indecisa sul dirle cosa ne penso realmente oppure tacere, assumendo la faccia di circostanza a cui sono ormai parecchio abituata. 

Non sono da meno quelle facili espressioni che esprimono commenti positivi o, se penso allo specifico delle relazioni con i bambini più piccoli, i rinnovati bravissimo, intelligentissimo, sensibilissimo a cui si aggiungono a pioggia campione, sei un grande, il numero uno e via di questo passo. 

Insieme all’iperbole compulsiva sembra smarrito il senso della misura nelle emozioni, negli accadimenti quotidiani, nelle relazioni. Ciò che fino a non molti anni fa era assolutamente normale oggi ha assunto quelle tinte di eccezionale che davvero mi lascia tante volte disorientata. 

Un esempio per tutti. I miei genitori mi hanno sostenuto affinché continuassi a studiare ma con la stessa chiarezza mi hanno sempre restituito che questa era una mia possibilità e un’occasione. Prendere o lasciare. Nessuna ola per i risultati raggiunti e quando oggi vedo i pomposi festeggiamenti per diplomi o lauree, non posso fare a mano di ricordare che in occasione dei miei traguardi scolastici né i miei genitori, né quelli dei miei compagni di ventura erano presenti ad un rito tutto nostro.

Quando non ci sono cavalli anche i ciucci vincono! 

Mi torna in mente spesso questo modo di dire di mia madre quando nel mio lavoro e nella vita incontro tanta mediocrità. Forse abbiamo tutti tanto bisogno di tornare ad assaporare il gusto del limite, della mancanza, dell’imperfezione, ma per farlo dobbiamo imparare ad abbassare i toni, non solo della voce ma anche dei significati.

Il tepore degli sguardi

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di Irene Auletta

Ultimamente mi sono ritrovata a riflettere sui gesti delle madri. Su quelli che agiscono e quelli che ricevono, anche in termini di sguardi. Non ho potuto evitare di pensare a me e a tante madri che, come me, a fianco di figli disabili incontrano un mondo differente, anche nei gesti e negli sguardi. 

Ricordo ancora molto bene la sensazione di parecchi anni fa, quando  prestai le mie braccia al figlio piccolo di un’amica. Eravamo in giro a fare una passeggiata e, proprio per differenza dalla mia quotidiana esperienza di madre, mi colpirono molto gli sguardi aperti e sorridenti, i commenti piacevoli e i sorrisi. Niente di particolare o straordinario, si potrebbe pensare. Le altre madri conoscono molto bene queste reazioni, spesso femminili e può essere che proprio la familiarità con queste esperienze, le trasformi in normalità quotidiane.

Io invece appartengo a quella categoria di madri non abituate a sguardi gentili. Anche se il passare degli anni ha reso il fardello assai più leggero, ancora oggi racconto spesso del carico che mi riporto a casa ogni volta che esco con mia figlia. 

Curiosità, compassione, timore, paura, dispiacere. I primi anni vedevo solo questi. Oggi il panorama è decisamente più ricco e, a fianco di queste reazioni ed espressioni, ogni tanto intravedo dolcezza, tenerezza e stima. Certo, inosservate mai!

Strade lunghe e tortuose le nostre che ingaggiano noi madri pellegrine in percorsi di crescita, tra dolori e nuovi possibilità, sconforti e sorprese, conferme e apprendimenti inediti.

A noi tutte, per la nostra festa, voglio fare l’augurio di sentirsi ogni giorno più leggere,  con la speranza di uscire per strada e incontrare, sempre più di frequente, sguardi tiepidi.

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