Forme di gentilezza

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di Irene Auletta

Da quando sei piccola, hai un modo molto particolare di reagire al dolore fisico. Quasi come fanno in modo istintivo gli animali, ti metti in protezione, proprio tu che con il dolore hai uno strano rapporto. Sembri averne una tolleranza altissima, figlia del grave disturbo neurologico, e al tempo stesso ti blocca. 

Per fortuna non hai mai avuto incidenti molto gravi ma tante storte alle caviglie che per giorni hanno bloccato o rallentato il cammino, piccole contusioni o botte che ti hanno fatto assumere atteggiamenti di chiusura, e ombrose stereotipie,  a volte molto difficili da accettare e comprendere.

Così, di ritorno dalla tua vacanza lontana da noi, mi accorgo di una mano gonfia e di quel tuo comportamento che la lascia lontana da qualsiasi azione possa coinvolgerla direttamente. Non la utilizzi più per mangiare, ed è proprio la destra, o comunque lo fai con estrema fatica e lentezza, non la usi per prendere, stringere, appoggiarti.

Da subito Angela, la tua maestra Feldenkrais, ci rassicura, rispetto al timore di una piccola frattura e dopo due settimane oggi ti ricontrolla. Il problema sta rientrando e pian piano anche tu permetti alla mano di assumere piccole fatiche o pressioni. Anche se poi tuo padre mi racconta che pochi giorni fa in piscina ti sei scatenata anche mettendo la stessa mano sotto fortissimi getti di acqua. 

Di fronte al tuo comportamento Angela riconosce quel tuo fare di sempre e sottolinea che è molto bello il tuo modo di essere gentile con un tuo dolore e di prendertene cura.

Ecco, queste sue parole continuano a girarmi nella testa e ti corrispondono tantissimo in quel tuo essere goffa, maldestra e al tempo stesso piena di grazia, anche verso alcune tue fragilità.

Quanto ho ancora da imparare cara ragazza del mio cuore!

Il bello che c’è

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“Kintsugi, letteralmente riparare con l’oro, è una tecnica giapponese per aggiustare oggetti in ceramica. Le linee di rottura sono lasciate visibili, anzi evidenziate con polvere d’oro, così da creare un nuovo oggetto, un’opera d’arte.” (nella foto)

 

di Irene Auletta

Ieri alla stazione centrale di Milano, dieci minuti prima della partenza, mi hanno rubato il cellulare. Dopo un attimo di allerta e incertezza, verificata la presenza del computer e la complessità di rinviare l’ultima supervisione prima della pausa estiva, ho deciso di partire. E’ pazzesco come in questi casi ci si renda conto delle nostre nuove forme di dipendenza e, al contempo, delle vulnerabilità emergenti di fronte ad un imprevisto.

Senza cellulare è stato impossibile connettersi sul Freccia Rossa e, di conseguenza, fare la denuncia o raccogliere gli elementi importanti per capire gli step urgenti da attivare in situazioni analoghe. Allo stesso tempo, è stato impossibile avvisare la persona che mi aspettava, anche di eventuali ritardi o cambi di orario. Per un attimo ci si guarda, sentendosi smarriti.

Poi, il signore di fronte a me, sentita la richiesta fatta al capotreno, mette a mia disposizione la connessione dal suo cellulare e mi permette, quasi insistendo, di avvisare la collega che mi attende. Giunta a Vicenza, persa la coincidenza per ritardo della Freccia, mi ritrovo nel bar della stazione e di fronte alla richiesta di fare una telefonata, anche pagando, la cassiera mi offre senza indugio il suo cellulare personale. Allo stesso modo la polizia ferroviaria, pur non potendo accogliere la denuncia per assenza dell’ufficiale preposto, mi mette a disposizione il telefono per le necessarie chiamate. Insomma, mi accoglie un mondo di persone disponibili e solidali.

Questa è l’Italia che mi capita di incontrare spesso e che rischia di rimanere all’ombra delle volgarità e aggressività che, prepotentemente appunto, occupano sovente la scena odierna. Ma, di fronte ad un disagio, io ho incontrato queste persone. Tra gentilezze inattese, aiuti spontanei e sorrisi cordiali.

Nel viaggio di ritorno sto ripensando alle peripezie del giorno prima e ai relativi disagi, quando si siede di fronte a me una giovanissima ragazza evidentemente provata da cure di chemioterapia o cose analoghe. Senza capelli, con mascherina, sguardo sofferente laddove avrebbe dovuto spadroneggiare il beffardo e vivace sguardo adolescenziale. 

No, non mi è successo proprio nulla. Queste sono davvero cavolate e la ragazza di fronte, me lo ricorda ad ogni respiro.

Razzismi senili

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di Igor Salomone

Oggi sono diventato razzista. Per cinque minuti, ma lo sono stato.  Del resto a chi non capita? vuoi non incontrare prima o poi per strada un maledetto nero che titilla i tuoi più bassi istinti?

Stavo sbanfando sulla mia mountain agè a conclusione del mio personale triathlon bici-camminataveloce-pratica marziale, sapete? così, per tenermi in forma, a una certa età è necessario. Il mio personal assistant mi segnala con la solita pedanteria a ogni km tempo e ritmo medio. Faccio due calcoli mentali: se incrocio un maratoneta mi supera senza problemi mentre io sono al massimo del mio sforzo. Vabbè, dai, è la bici, ha quarant’anni ed è pesantissima, pochi cambi e probabilmente è fatta con una lega a base di piombo. Inoltre i maratoneti sono atleti superallenati, ci sta.

Arrivo all’ultima salita del mio percorso. Sì, non ci si potrà credere ma anche a Milano si devono affrontare delle salite, tipo i cavalcavia, e questo era maledettamente lungo. Scalo il rapporto, spingo come un disperato, cerco di non diminuire il ritmo e mentre penso all’unità coronarica più vicina mi supera in volata una bicicletta di quelle con il carter e senza neppure il cambio. Mi supera spettinandomi, se rende l’idea.

Era montata da un nero maledetto, di certo in arrivo dal centro di accoglienza intravisto qualche km prima, che non sembrava neppure fare il minimo sforzo. Maledetto e bastardo! Non bastasse, gli AirPods mi sputavano nelle orecchie Cindy Lauper in Time after time.

Ditemi come si fa a non diventare razzisti in certi momenti. Ma tornatene a casa tua a fare il figo pedalando, invece di sputtanare noi poveri italiani! per giunta in là negli anni, mentre tu di anni ne avrai si e no venti e un fisico scultoreo. Come la maggior parte dei rifugiati che vediamo sbarcare sulle nostre coste, del resto.

Non sarà che li odiamo perchè sono giovani? L’Italia è un paese per vecchi, vecchi impauriti dalla gioventù e quindi, più che razzisti, siamo spaventati dagli anni corti davanti ai nostri occhi, mentre quelli che arrivano ora, se restano qui, ci sotterreranno alla grande e gli toccherà pure di raccogliere la nostra eredità.

Ma non lo si può dire, allora meglio attaccarsi al colore della loro pelle.

Lontananze di vita

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di Irene Auletta

E così anche quest’anno  sei riuscita a fare la tua piccola vacanza lontana da noi e, ancora una volta,  il tuo rientro detta quei tempi che, negli anni, mi hai insegnato a rispettare. Subito riesci ad avvicinare tuo padre, in un saluto di bentrovato, ma con me i tempi si allungano sempre un po’.

Io ti comprendo e rispetto, forse perchè in questo ci assomigliamo e perchè credo con forza che gli incontri importanti meritano cura, cautela e rispetto dei tempi. Così, mentre sei sdraiata sul divano e io sembro una trottola a  sistemare qua e là le tracce delle nostre vacanze, la tua e quella mia e di tuo padre, ogni tanto ti passo acconto e ci scambiamo uno sguardo, un sorriso, un bacio leggero.

In questo momento provo un senso di grande gratitudine per gli educatori che ti hanno permesso questa distanza e stavolta, voglio proprio trattenerlo in queste parole rivolte a loro. Voi lo sapete bene che Luna non potrà mai neppure lontanamente aspirare a quelle che in gergo nominiamo spesso come autonomie. Eppure Luna, come tanti suoi compagni di ventura, potrà viversi tante piccole esperienze lontano dai suoi genitori e dalle solite routine della sua vita, proprio grazie a nuove dipendenze che, in quanto nuove, le permetteranno di vivere esperienze diverse. Questa, è la sua autonomia possibile  e per questo voglio ringraziarvi di cuore.

Lo so che fate il vostro lavoro ma, come mi ha ricordato di recente un’altra educatrice, le responsabilità che vi assumete in questi giorni lontani da casa e dal Centro, non sono da dare per scontate. In questi giorni un pò bui,  in cui sembriamo molto più capaci di fare gli elenchi di tutto ciò che non funziona, che manca, che è imperfetto, io voglio raccontarvi come persone che rendono possibili esperienze belle e virtuose. Noi siamo fortunati perchè, ancora oggi, in molte regioni del nostro stesso paese, queste storie sembrano quasi fantascienza ma, laddove accadono e vengono trattenute, possono diventare occasione per sottolinearne il valore e un contagio sempre possibile. Io ci credo. 

Non farò i vostri nomi per rispetto di quella privacy che ritengo giusto mantenere, ma voi sapete chi siete e quindi, grazie ancora, ad ognuno di voi.

Nel frattempo mi permetti di avvicinarmi ogni volta un po’ di più. La nostra distanza assomiglia tanto alla nostra vita. Fa male e fa bene, preoccupa e risplende, ci pizzica un po’ il cuore aiutandoci a diventare grandi, madre e figlia. 

Nei prossimi giorni, avremo modo di raccontarci nei riflessi dei nostri occhi. Per ora, bentornata figlia del mio cuore.

Corpi parlanti

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di Irene Auletta

Stamane ti saluto dicendoti che starò via qualche giorno ma, come accade spesso, sei troppo presa dall’idea di uscire di casa e neppure mi guardi. Ci ho fatto un po’ l’abitudine alle tue reazioni e ho accettato questo mio problema del saluto, poco in armonia con il tuo essere sempre centrata sul presente che sta per accadere.

Mentre mi dirigo verso l’autostrada mi raggiunge la telefonata di un educatore del tuo Centro che mi chiede come mai non abbiamo inviato lo zaino per la piscina. In un attimo entrambi realizziamo il disguido. Vorrei dire che per stavolta pazienza, ma il caldo pazzesco e il tuo piacere immenso in piscina, mi spingono velocemente ad un’inversione di marcia.

Di corsa recupero lo zaino con l’occorrente e quando arrivo al Centro ti intravedo seduta tra diverse persone in un momento evidentemente di pausa o di passaggio verso altro. Non mi vedi subito e ho giusto il tempo di sentire un piccolo pizzico al cuore quando i tuoi occhi mi raggiungono e, invece di alzarti e venirmi incontro, inizi a saltare sul divano con un ritmo quasi musicale che coinvolge anche braccia e gambe.

Il tuo corpo senza parole, nell’esplosione di emozioni, mi commuove sempre e ogni volta devo contenere l’assalto di quel dolore che rischia di non farmi godere la bellezza dell’incontro. Poco dopo precipiti tra le mie braccia e mi stringi forte mentre tutto il tuo corpo mi racconta tantissimo, in quel silenzio pieno di noi.

Allora ti bisbiglio all’orecchio che torno sabato e che ora ti aspetta la piscina. Divertiti amore, prima non ho fatto in tempo a dirtelo! Fai un po’ fatica a lasciarmi e io mi gusto quel saluto lungo che mi è mancato stamane. La tua risata mi riempie il cuore di bellezza e poco dopo siamo pronte a salutarci. 

Guidando verso la mia meta ti trattengo negli occhi mentre felice ti allontani con il tuo zaino in spalla e, ancora una volta, mi accorgo che la compagnia di quel dolore che non mi lascia mai, diventa sempre più dolce, come possono diventare tutte le emozioni che hanno a disposizione un tempo lungo, lungo per potersi trasformare.

Così è il nostro amore, condannato nel presente, lentissimo in tutte le sue possibilità di imparare e pieno di esplosioni di immenso.

Basta tesorini

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di Irene Auletta

Gira in rete, proprio in questi giorni, un video che odora di fresca profondità. A parlare una bambina disabile che, senza perdere il sorriso, mette al muro gli adulti e le loro ipocrisie. Con grande chiarezza non chiede infatti facili sorrisi, dolce empatia o gesti di tenerezza, bensì rispetto.

Il messaggio, anche per le caratteristiche della giovane protagonista, arriva forte e appuntito, come quelle lame taglienti che un po’ permettono di vedersi riflessi.

Mi è piaciuta l’assenza di ipocrisia e il richiamo ad altri significati. Ne parlo spesso con gli educatori dell’importanza di aggiornare e rinforzare il vocabolario rivolto alle persone con disabilità, sottolineando parole come diritti, rispetto, cura, dignità.

Questa ragazzina ce lo ricorda con quel sorriso che bisogna imparare a non perdere, perché la disabilità diventi una dimensione dell’esistenza e non una pena da scontare.

Quel sorriso che parla di ciò che è dovuto a tutte le persone che non meritano il nostro compatimento o la nostra pacca sulla spalla, ma la nostra forza intrecciata alla loro, per rivendicare diritti, dignità e libertà.

 

Geni riflessi

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di Irene Auletta

Chi alla mia età ha ancora i genitori, gode della grande fortuna di continuare a nutrire quel rapporto unico che, a volte, necessita di piccoli ritocchi, di perdoni, di nuovi incontri, di pace.

In questi giorni ho rivisto mio padre in una breve pausa, tra la sua vita a Milano e quella nel paese lucano e, ogni volta, il passare del tempo mi fa ritrovare qualche nuova traccia. Poi il momento non è certo dei migliori, tra il funerale di un cognato e la preoccupazione per una grave malattia del fratello minore. Lo vedo così: il mio gigante d’argilla con tante crepe.

Ci ritroviamo solo noi due perchè non voglio che nessuno della mia famiglia, soprattutto la signorina più ingombrante, occupi tutta la scena e chiacchieriamo come non accadeva da parecchio tempo. Ogni volta che ci avviciniamo al dolore mi vedo riflessa in quell’insegnamento che chiede di stringere i denti e mostrare imperturbabilità o in quelle reazioni di rabbia, a protezione della fragilità.

Però, sono passati tanti anni e ora da anziano ti stai finalmente permettendo di mollare un po’ quelle severe redini dei sentimenti mentre io, beh, ci ho lavorato parecchio. 

Cosi l’emozione pian piano può permettersi di stare nei nostri racconti che, naturalmente, non possono lasciare fuori mia figlia, quell’unica nipote che, solo a nominarla, ti rende subito gli occhi tristi. L’incontro mi nutre e sono felice di questo regalo che mi sono fatta sospendendo tutto il testo.

Sai Papà, penso spesso alla fotuna che, alla mia età, tu e mamma ci siate ancora.

Sembri un attimo assente ma subito replichi: Se proprio di fortuna dobbiamo parlare, quella davvero fortunata è tua figlia ad averti come madre. Detto da te, severo babbo, questa affermazione mi raggiunge pizzicandomi dappertutto. 

Il silenzio riempie il nostro saluto come le lacrime dolciamare nei nostri occhi. I tuoi, verdi, malinconici e velati dal passare degli anni. Nessuno di noi figli ne ha ereditato il colore ma, sulle sfumature della malinconia, mi sa che ti sto raggiungendo. 

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