Stupori stupendi

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di Irene Auletta

Mia figlia riesce sempre a stupirmi nonostante negli anni mi abbia dato più volte occasione di trovarmi di fronte a sue reazioni o comportamenti inattesi e a volte insospettati. 

Forse per questo mi dispiace sempre tantissimo quando la sento descritta con l’elenco delle sue mancanze. Troppo facile e davvero un peccato di cecità .

Guardandoci si potrebbe non avere alcun dubbio su chi cura l’altra. Eppure …

Ci sono giorni più difficili di altri e in un momento di malinconia te lo racconto, in un dialogo fra adulte. Siamo sedute vicine sul divano e a metà del racconto mi prendi la testa tra le mani orientandola verso la tua spalla. Mi viene in mentre l’espressione “offrire una spalla per consolazione” e mi ritrovo proprio lì, a farmi consolare da te. Chi lo direbbe osservandoci. Eppure …

Si parla molto di adultità delle persone con disabilità e del rischio di infantilizzarle sempre, ma finché l’orizzonte immutato del nostro sguardo sarà sempre quello dell’autonomia, intesa in modo ormai davvero obsoleto, saremo sempre fuori tempo.

Tu figlia mia, e tante altre persone come te, avrete sempre bisogno di qualcuno che vi aiuti anche nelle funzioni più semplici dell’esistenza, ma questo non fa di voi eterni bambini. Tu, il tuo corpo e la tua anima, portate i segni degli anni che la vita depone nel suo trascorrere e sta proprio a noi adulti che vi stiamo accanto non farci ingannare da alcune apparenze.

Mi puoi accogliere, consolare, ascoltare ma devo dartene l’opportunità perchè da sola non sai prendertela e solo quando questo accade si può essere travolti da sorprese che raggiungono profondità senza parole. Attimi.

Qualche giorno fa con alcune mamme, in riferimento ai nostri figli, si parlava della cura estetica che, nel suo etimo significa sensazione, percepire attraverso la mediazione del senso. Cosa giocarsi di più nell’incontro con l’altro? In un incontro fatto di corpi, storie ed emozioni?

Io ci credo e credo anche che in molti casi proprio a partire dai genitori e dalle persone familiari, si può fare la differenza, sperando poi anche nel sostegno di figure professionali. 

Si può scegliere di fermarsi alle apparenze o proseguire in ricerche possibili. Potrebbe sembrare un percorso difficile, eppure ….

Di madre in figlia

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di Irene Auletta

In questi ultimi anni stare insieme a mia madre mi ricorda quel lento oscillare dell’altalena che ti avvicina e allontana da ciò che provi a mettere a fuoco insieme alla consapevolezza che solo lasciandoti andare puoi apprezzarne la vista circostante, l’aria sulla pelle e il piacere di quel momento. Quando ci sei, e sei proprio tu, quel gusto familiare riemerge intenso dal passato e sa di forza e nostalgia. Le pause differenti, che si alternano a tali momenti, hanno sovente il colore della malinconia.

Anche mia figlia ti cerca disorientata e proprio ieri, ritrovandoti, ti ha accolto con un forte abbraccio di quelli impossibili da prevedere o anticipare anche di questi tempi. Il tuo stupore mamma mi ha inondato di dolcezza in quel ripetere che abbraccio, che abbraccio, questo si che è un bel regalo di Natale!

E così entrambe vi siete riprese lo spazio del vostro incontro mentre guardo mia madre che, “nel rispetto delle regole”, ti bacia sulle mani per mantenere la distanza.

Voi due insieme mi emozionate sempre tantissimo a memoria di quella figlia matura che ancora tiene in mano un filo d’unione antica e quella madre che, invadendomi la vita, cerca ogni giorno nuovi respiri.

In queste feste natalizie, che non amo più da molti anni, mi sembra che l’aria si sia fatta più pesante, mettendo insieme alle ansie collettive quelle più private che la vita non smette mai di riservarci. Per questo fatico a scrivere, le dita sui tasti dipingono ombre e le luci in lontananza non sempre riescono a brillare.

Poi, ripenso ad uno dei nostri recenti viaggi in auto da sole. Seduta al mio fianco, appoggi la testa sulla mia spalla facendo fermare il tempo e, in quello spazio tiepido, lascio le nuvole lontane e mi godo quegli attimi di bellezza pura. Tra le tante cose che mi hai insegnato c’è anche questa, quel fidarsi e affidarsi che mi auguro lasci tracce profonde nella tua memoria.

La danza tra tenere e lasciar andare può essere dolcemente struggente ma proprio mentre il dolore sembra prendere il sopravvento tu mi tiri per mano verso l’allegria, restituendomi con forza quello che provo a insegnarti ogni giorno.

E così mi ritrovo a cantare e insieme balliamo, balliamo, balliamo. Anche per oggi la luce è nostra amica. Mio padre guardandoci non perderebbe l’occasione per definirmi pazzerella. D’altronde, direbbe, sei nata proprio mentre c’era l’eclissi!

Grazie Luna … del cielo e della terra.

Tenerezza e inferno

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di Irene Auletta

3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità. Avrei voluto scrivere qualcosa direttamente ieri ma per me e’ sempre difficile esprimere pensieri “a comando” e di fronte a giornate che sembrano un sollecito a non dimenticare o a non perdere di vista importanti condizioni di vita.

Grazie a occasioni come questa, credo sia importante continuare a chiedersi cosa vuol dire vivere accanto a persone con disabilità e, pensando a me e a molti genitori che incontro, vedo emergere racconti ricchi di tante zone di luce che non negano, né nascondono, le ombre che si attraversano ogni giorno. 

“Ci sono giornate in cui l’inferno è a portata di mano” scriveva qualche giorno fa Manuela, una mamma che incontra ogni giorno questo tema, nella relazione con suo figlio. Chi condivide esperienze analoghe di sicuro sentirà in tale affermazione echi assai familiari e quella sensazione di morsa allo stomaco che a volte, andando oltre il dolore, ti lascia sfiancata dalla fatica.

Come mi è capitato spesso di dire, esiste un livello di fatica che è difficile da immaginare per chi osserva dall’esterno e non tanto per l’esperienza in sé, quanto per la crudele ritualità con cui si ripete per anni. Bambini piccoli, persone care malate o genitori anziani, possono chiamare alla stessa condizione legata proprio alla cura ricorsiva. Ma in tutte queste situazioni, con differenti sfumature e stati d’animo, si intravede una fine. Qui, molto spesso no.

Di fronte alla disabilità di un figlio, gli anni che passano sottolineano per molti genitori la fisiologica preoccupazione di avere sempre meno energie per affrontare i variegati bisogni di cura dei propri figli, siano essi legati all’aspetto fisico o a quello più prettamente relazionale. Spesso ci sono entrambi.

Nell’incontro con te, figlia mia, come vedo nello sguardo e nei gesti di tante persone che condividono la mia stessa esperienza, ho bisogno di riempire sempre l’altro piatto della bilancia con quella tenerezza che non smette di riservarti un posto speciale nel mio cuore. La tenerezza, secondo la filosofa Luigina Mortari, è capace di far nascere e crescere l’anima di chi scegliamo di curare con amore sensibile e spirituale. Richiede tanta generosità, rispetto, per la persona che curiamo e per la vita, capacità di tenere la giusta vicinanza/distanza, di dare speranza e fiducia.

L’inferno che a volte sbarra la strada può farci precipitare nell’abisso del cuore e solo la tenerezza può salvarci. 

Ti osservo mentre accogli sulla lingua i fiocchi di neve che qualche giorno fa ci hanno fatto una sorpresa inattesa e ridi, ridi, ridi. Con quella risata che, pur stonando con la tua età anagrafica, o forse proprio per questo, mi riempie d’amore. Nella tua vita ti ho vista tante volte precipitare e ogni volta riemergere più forte.

La tenerezza è sempre lì, pronta a consolarci e vivendo al tuo fianco ho imparato a prendermene cura. Ogni giorno.

Da lontano

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di Irene Auletta

Ieri ti ho accompagnato io e come sempre riservi la sorpresa di un nuovo comportamento. Da qualche settimana, in tempi di riorganizzazioni dei servizi, stiamo sperimentando l’esperienza di un educatore del tuo Centro Diurno che passa a prenderti e trascorre con te qualche ora fuori casa. Per due settimane consecutive ad aspettarti c’è stata la tua educatrice di riferimento e, in entrambe le occasioni, hai subito lasciato la mano di tuo padre per dirigerti con felicità verso l’avventura di quell’incontro inatteso e straordinario, proprio nel senso di fuori dall’ordinaria abitudine.

Fuori dal cancello questa volta ti aspetta un educatore che conosci altrettanto bene e che con te condivide già da qualche anno l’esperienza della piscina, che ti piace moltissimo. Mentre te lo anticipo sei sorridente e subito disponibile ad uscire ma appena lo intravedi resisti un po’, con quella mano che si stringe nella mia e che mi tira come un invito a seguirti. Ti convinco in fretta e ti dico all’orecchio che finalmente ti potrai liberare per qualche ora di mamma e babbo.

Già tuo padre mi aveva raccontato del sentimento strano nel vederti allontanare per mano a qualcun’altro in questo contesto particolare e ne trovo anch’io la conferma. Mentre siamo insieme immerse nella nostra bolla tutto è certamente più familiare ma guardandoti da lontano ti vedo forse più nitidamente anche con gli occhi altrui, di chi non ti conosce. 

I figli forse andrebbero sempre guardati da lontano per scoprirne sfumature che di certo la vicinanza rende sempre meno nitide. Per me, ogni volta, la tua disabilità è uno schiaffo in faccia, di quelli che subito si sintonizzano con il nodo in gola.

E’ solo un attimo prima che la figlia conosciuta e amata riprenda il suo posto anche negli occhi, ma quella lontananza ha lasciato ancora una volta il suo piccolo segno che si aggiunge agli altri delicati da curare e custodire nel mio scrigno più segreto.

In questi giorni hai riscoperto il gioco di camminare a occhi chiusi, che a periodi torna nelle tue sperimentazioni. Ti guidano le mani a incontrare gli ostacoli sul tuo percorso e ogni tanto sbirci con quell’espressione buffa che, per noi genitori, è di una bellezza struggente. Da vicino e da lontano, tra le esperienze del nostro rapporto con il mondo sin da piccoli. Come ci vedi figlia da lontano? 

Io sto imparando a guardarti da lontano, oltre quella prima dolorosa impressione e so che devo fare ancora tanta strada. Più ti allontani e più il cuore perde il controllo ma, ancora una volta mi dai una bella lezione. Prendendomi per mano e tenendo gli occhi chiusi mi inviti a seguirti in giro per casa. 

Chiudo gli occhi anch’io e ti ritrovo ad aspettarmi, in quel profondo familiare che batte. Aspettami tesoro, che pian piano arrivo.

Pianeti preferiti

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di Irene Auletta

Approfittando di una tua giornata a casa dal Centro, andiamo a comprare gli stivali per le tue nuove sperimentazioni a cavallo. Tarda mattinata, in un grande negozio sportivo, meta di altri madri e padri con i loro figli in pausa forzata dalla scuola. 

Interessate agli stessi articoli, a fianco a noi, madre e figlia che potremmo essere noi se non fosse per l’abisso che ci divide. La madre segue un po’ annoiata le molteplici prove della figlia che pare non convincersi sulla scelta. In piedi nel corridoio osserva la figlia gettando un’occhio a lei e uno al suo cellulare. Lo saprà quella madre che si sta godendo una libertà affatto scontata?

Io, inginocchiata ai tuoi piedi, nel tentativo di infilarti stivai e stivaletti, guardo la scena dall’esterno e mi sento incerta sul mettermi a ridere o farmi travolgere dallo sconforto. Dai tesoro guarda quello stiamo facendo, mettici forza anche tu, aspetta ad alzarti che ne manca ancora uno.

Sto morendo di caldo e mentre cerco di convincerti dolcemente a seguire le mie indicazioni, provo a togliermi il giacchino cercando di non disturbare la tua concentrazione e di evitare di dover iniziare a rincorrerti di nuovo per i corridoi.

Dai sbrigati che sono davvero stravolta, dice l’altra madre seguendo la figliola  che volteggia per il negozio, guarda quella ragazzina com’è tranquilla!

No dai, ora ho troppa voglia di farle gli occhi cattivi. Allora mi avvicino e te lo racconto all’orecchio e insieme ridiamo, io per resistenza e tu per le cose buffe che ti dico, compreso il ricordarti gli scherzi che ti ho fatto mentre, prima di convincerti a sederti, ti rincorrevo per le varie corsie del negozio. 

Finalmente stamattina ti guardo mentre a cavallo sfoggi i tuoi nuovi stivali di cui non ti interessa nulla. E hai ragione tu. Penso alle corse fatte per arrivare fin qui. Cambiarti, lavarti, vestirti. La colazione, le medicine. Rivestirti perchè nel frattempo ti sei già tolta il giacchino e sfilata una scarpa. 

Finalmente stamattina ti guardo mentre a cavallo sfoggi i tuoi nuovi stivali di cui non ti interessa nulla. E hai ragione tu. Penso alle corse fatte per arrivare fin qui. Cambiarti, lavarti, vestirti. La colazione, le medicine. Rivestirti perchè nel frattempo ti sei già tolta il giacchino e sfilata una scarpa. 

Ti guardo a distanza, felice ed emozionata per questa nuova esperienza e mi godo il tepore di questo bellissimo sole autunnale. Prendo forza dalla luce perchè so che ne avrò bisogno per tutto il giorno. Essere stravolte può essere un lusso o una punizione divina.

Ti ascolto ridere di gusto e davvero, almeno per oggi, non ho dubbi.

Ci preferisco.

Il mito del Benessere e il consumismo dell’anima

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Mamma…quando finirà il MannaggiaVirus?”

“Marco…non so quando finisce il MannaggiaVirus…, nessuno lo sa, ma di certo finirà come finiscono tutte le brutte storie….

Con questo episodio iniziamo una nuova serie dedicata all’analisi dei miti dell’educazione. Iniziamo con quello, diffuso e dominante, del Benessere, entrato in crisi profonda a causa della pandemia. Come dobbiamo affrontare le domande di rassicurazione dei nostri figli?

E, some sempre, cosa impariamo sull’educazione nel tentativo di dar loro una risposta?

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Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Riprendiamoci la scena educativa: Sterilità vs Contaminazione

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Siamo nel pieno di un’occupazione armata del mondo educativo da parte di quello sanitario. Non so se sia necessaria o meno, non ho le competenze per giudicare. Però so che è necessario che il codice della protezione non cancelli quello educativo.

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La Pax pedagogica – Le grandi narrazioni educative Pillole pedagogiche

Con questo episodio inizia un ciclo sulle grandi narrazioni educative, o meglio, sull'Educazione. Oggi parleremo della Pax pedagogica, ovvero quella diffusissima narrazione con molti varianti che vuole l'educazione come una cosa buona o, se non lo è, per lo meno bonificata.Inizia inoltre con questo episodio una rubrica che nei nostri piani dovrebbe accompagnare ogni puntata del podcast., riprendendo i temi dell'episodio con un taglio differente e con un rilancio agli ascoltatori. Inoltre sarà condotta da un'altra voce, quella di Delia Oddo, una delle allieve del Laboratorio di consulenza pedagogica che ne cura il testo e la lettura.
  1. La Pax pedagogica – Le grandi narrazioni educative
  2. Programmi futuri del Podcast + ultima parte intervista sul libro Secondo me
  3. "Storie di ordinaria pedagogia" di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – seconda parte
  4. "Storie di ordinaria pedagogia" di Pier Paolo Cavagna intervista Igor Salomone – prima parte
  5. Travolti dalle soluzioni. Imparare e insegnare a stare nei problemi

Per fare educazione devi capire com’E’ FaTTA

Pacchetti a volontà

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di Irene Auletta

Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivata fin qui?  La nonna lo sussurra quasi a se’ stessa mentre ti osserva felice tra le onde del mare. Ripenso a questa scena della nostra ultima vacanza estiva proprio mentre si avvicina il tuo compleanno e stiamo pensando alle esperienze da regalarti.

E così, anche quest’anno, mi ritrovo ancora una volta tra pacchetti reali e confezioni immaginarie. Mostre multimediali, gite fuori porta e cene al ristorante, si alternano con una raccolta di desideri che lancio in aria come coriandoli, sperando in qualche magia.

Vorrei donarti sempre allegria e leggerezza perchè la vita non smette mai di rammentarci le sue ombre e, ogni giorno, può portare una sorpresa. 

Vorrei che la bellezza, scansando il brutto con una spavalda alzata di spalle, ti accompagnasse sempre per mano, facendo risplendere i tuoi occhi e la tua bella risata.

Quest’anno, in particolare, vorrei regalarti tanti sacchetti pieni di fiducia e di speranza perchè quando come te, si cammina su in filo, la paura di perdere l’equilibrio deve sovente trarre forza da un qualche tipo di fede. 

Infine, una lanterna, che possa incantarci con il gioco delle ombre e farci da faro, nei momenti più oscuri, quando anche il disorientamento del cuore richiede bussole speciali. 

Per festeggiare, racconteremo tutto questo anche alla nonna che con il suo amore e la sua saggezza profonda mi ricorda, ogni anno, il valore di sceglierti. Ancora e ancora.

Tanti auguri, Luna mia

Il Buono, il Brutto e il Creativo

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di Igor Salomone

Mi sento stupido. Mi capita raramente, lo ammetto. Proprio per questo mi stupisce il sentirmi stupido, o forse stolido, stonato, storto, persino strattonato. Anzi, sopratutto strattonato, da una parte e dall’altra, da sopra e da sotto, strattonato dai convinti, o meglio dalle convinzioni dilaganti. Non ci sono i numeri, ma nel mezzo di questa interminabile emergenza sanitaria, a me pare in rapida crescita la certezza di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato fare. Sopratutto cosa è sbagliato. Forse la vera pandemia è questa. 

Quindi mi sento stupido, perchè quella certezza non mi ha ancora contagiato. Un metro, un metro e mezzo, mascherine sì mascherine no, chiusure anticipate dei bar, sì a questo e no a quell’altro, il Covid-19 esiste, il Covid-19 non esiste, esiste ma non è pericoloso come vogliono farci credere, esiste e non ne abbiamo ancora capito la vera pericolosità, la colpa è dei cinesi, no la colpa è di chi non rispetta le misure prese, no la colpa è di chi si adegua e accetta misure liberticide.

Sembra di stare in un bar, quelli di una volta pieni di fumo e con la gente appressata, nel mezzo di un’accesa discussione calcistica, la domenica sera. Tutti sapevano tutto, discutevano  nei particolari ogni passaggio, ogni goal, ogni calcio d’angolo, ogni formazione o schema tattico, con la competenza di un commissario tecnico. Trenta milioni di commissari tecnici. Meno uno: il sottoscritto. Anche allora mi sentivo stupido, anzi no, disinteressato in realtà, alla fine a me del calcio non è mai fregato un tubo. Però non posso dirmi altrettanto indifferente alla salute pubblica. E non riesco a capire come i trenta milioni di commissari tecnici si siano trasformati di botto in altrettanti virologi, epidemiologi, ministri della salute, presidenti del consiglio. 

Il fatto è che non saprei assolutamente cosa fare nei panni di uno o una qualsiasi dei personaggi che da mesi si affannano a mettere toppe più o meno grandi per tentare di contenere e poi, si spera, debellare la pandemia. E non vorrei neppure trovarmici. Preferisco stare nei miei di panni, continuando a interrogarmi su ciò che questa situazione mi sta insegnando e può insegnare. 

Ci pensavo, ancora una volta, ieri mattina. Ennesimo Dcpm, tutto ancora da leggere nel dettaglio e da interpretare, gli sport di contatto amatoriali di nuovo sospesi (perchè poi solo quelli amatoriali? se uno è un professionista è immune al virus? vedi come è facile trovare delle insensatezze in questi provvedimenti?)

La mente corre subito al mio corso di arti marziali e ai miei allievi. Sicuramente nella chat si rincorreranno domande in cerca di risposte. Cosa facciamo? ci salutiamo in attesa di tempi migliori covando nel frattempo rabbia e frustrazione per il destino (o il governo) cinico e baro? ce ne freghiamo in un impeto di ribellismo organizzando incontri carbonari in qualche landa sperduta? stringiamo i denti allestendo qualche allenamento on line per tentare di trattenere almeno un contatto, visto che non sappiamo quanto durerà questa nuova fase? Sono tre soluzioni diffusissime e ben al di là del mondo delle arti marziali, ma mi sembrano riposte a domande mal poste. 

Se c’è una cosa che ho imparato e sto cercando di insegnare dall’arrivo del Coronavirus in poi, è che se le condizioni cambiano, cercare di trattenere qualcosa di ciò che era possibile prima e ora non lo è più, è perdente. Io preferisco lasciare spazio a ciò che prima non era possibile e che ora le nuove condizioni permettono. Per esempio, nei corsi di arti marziali, o per lo meno nel mio, è difficilissimo parlare di arti marziali, perchè la quasi totalità del tempo è dedicata alla pratica: allenamenti, tecnica, forme, sparring, combattimento. Dal lockdown in poi si è aperto uno spazio enorme possibile di pensiero. E sa dio quanto bisogno di pensare ci sia nella pratica dell’arte marziale. 

Alla fine, se e quando si tornerà alla normalità, avremo sperimentato qualcosa di nuovo. Se e quando, tornando alla normalità, scopriremo che molte delle nuove condizioni dettate dall’emergenza permarranno, avremo imparato a sfruttarle. 

Probabilmente preferisco accettare di scoprire cose che ancora non so e non so fare, piuttosto che sentirmi stupido.

Scimmie pedagogiche e voglia di podcast

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Questo è un episodio speciale dedicato ad alcune domande degli ascoltatori. Parleremo del perchè io abbia questa mania del come è fatta l’educazione, da dove nasce per arrivare a capire che senso ha avuto scegliere un podcast per continuare a farlo. Continuare, perchè questa compulsione mi insegue da tutta la vita.

In ogni caso questo epiodio è il primo a essere interamente dedicato a delle domande. Pensatele, formulatele e inviatemele, pazientemente risponderò a tutte in un altro episodio speciale.

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