Il valore dei resti

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di Irene Auletta

Mi hanno detto che i miei ultimi post sono molto amari e può essere che la vita, sfuggendo un po’ al mio controllo, si sia intrufolata tra le righe anche laddove non invitata. Succede. E’ un equilibrio che si impara in anni di ricerche, tentativi e nuove sperimentazioni.

Tante volte mi sono ritrovata a chiedermi cosa possiamo imparare da quello che ci e’ accaduto, individualmente e collettivamente, nell’ultimo anno e mezzo e solo ora mi rendo conto di aver passato gli ultimi mesi di fronte alla bilancia dell’esistenza nel tentativo di inventare nuove alchimie.

I segni, le vicende e le narrazioni con segno negativo non hanno bisogno di essere condivise perché hanno invaso sovente tutte le nostre scene familiari e professionali ma, attraversando luoghi educativi, l’idea di tenermi stretta l’educazione e’ rimasta sempre la mia ancora di salvataggio.

Oggi ascoltavo il video di un collega e amico che parlando della storia attraversata dalla sua organizzazione, anche nella direzione di prospettive future, parla di nuove esigenze e ricerche. “L’arte di rendere fecondi i resti”, così nomina il nuovo orizzonte educativo. Grazie Maurizio, sicuramente porterò questa tua sintesi intensa, ricca e preziosa, nel mio pellegrinaggio professionale. 

E allora ancora una volta, vita è professione si intrecciano, in modo indissolubile?

Ma quanto e’ felice appena sente che stai arrivando? In questo periodo il vostro legame sembra arricchito di una nuova gioia e di un’intesa sempre maggiore. Così mi dice la tua maestra Feldenkrais in uno dei nostri ultimi incontri. Il tuo giovane corpo ti ha messo di fronte ad una nuova prova, quasi sintonizzandosi con le difficoltà  del resto mondo, richiedendoci di inventare e nutrire nuove alleanze.

E siamo ancora qui a chiederci cosa possiamo imparare dall’ennesima caduta!

Le affermazioni di Angela mi spingono a riflettere sull’intensità di alcune nostre nuove complicità, sul bisogno di rinascere ogni giorno raccogliendo nel nostro personale bilancio quelle possibilità che strappano un sorriso insieme ad un respiro ampio. La gioia, lo sappiamo bene, va coltivata come il più delicato dei fiori, anche nelle tempeste.

Con te ho imparato sofisticate strategie per rialzarsi e tu, figlia mia, non hai neppure idea di quanto siano preziose come bagaglio da condividere. Le persone come te vengono sovente viste per i loro aspetti di fragilità ma chi ha potuto, come noi, avvicinarsi alla tua immensa forza, porta con sé la certezza di quella magica  e lunare marcia in più. Questo, fa e farà davvero la differenza. 

Ripartiamo dai resti.

Corpi che imparano

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di Irene Auletta

“La vita non è statica fluisce cambia di continuo, l’unico elemento costante è il cambiamento” (Moshe Feldenkrais)

Reduce da un seminario Feldenkrais mi ritrovo davanti alla tastiera del mio portatile con l’esigenza e il desiderio di trattenere, anche attraverso le parole, un’esperienza importante, ricca, generativa.

Otto donne, comprese la maestra storica e una sua collega, in una location incantevole e accogliente, a contatto con una natura fresca e rigogliosa capace di sostenere, con tutta la sua bellezza, un percorso di scoperte e ricerca.

Il femminile, unitamente alla professionalità delle insegnanti e alla disponibilità dell’intero gruppo di stare nell’esperienza, ha fatto sentire forte la sua peculiarità connotando in modo inequivocabile la possibilità di guardare la cura di sé e delle proprie relazioni, attraverso quello che più volte è stato definito e presentato come “apprendimento organico”. Il corpo ascolta, impara, modifica, producendo cambiamenti rispetto a quanto gli ruota intorno. 

Parole e significati ormai familiari, dopo anni di incontro con questo metodo, si rivelano preziosi e graditi compagni di viaggio. La ricerca della grazia, il valore della gentilezza, la possibilità di imparare grazie alla lentezza e al “fare meno”, il dedicarsi tempo in un dialogo continuo rivolto alla conoscenza di sé e al riverberare di questa nelle relazioni circostanti.

Le lezioni si intrecciano al quotidiano che, l’esperienza stessa della residenzialità, rende speciale. Le storie dei corpi si raccontano nei gesti e attraverso le parole, condite di variegate tinte di emozioni e significati, senza rinunciare a musiche e danze. 

La cura prende forma e luce, tono e colore, mostrando vie possibili di crescita e cambiamento. Ciascuna porterà via con sé un piccolo tesoro a cui poter attingere nel tempo, per continuare ad apprendere qualcosa che avrà a che fare con quell’intreccio indissolubile che riguarda il corpo, la mente e le possibilità di dare significato alla vita, continuando a cambiare e quindi a imparare.

Grazie Moshe!

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