Velocità mattutine

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Quanto può essere veloce il pensiero la mattina, al bar, davanti a una brioche? Pochissimo, direte. Sbagliato. Certo, non sto parlando delle capacità di ragionamento o di conversazione o anche solo di mettere insieme le cose della giornata. Lì capisco ci voglia un po’. Ma la brioche è per terra, io non le sono davanti, le sono sopra guardando con stupore quella collocazione inconsueta per la dose mattutina di carboidrati che dovrei portare, come tutte le mattine, alla mia signora. La questione dei tempi, visto il frangente, cambia.

Può non sembrare, ma la situazione è incresciosa. E’ del tutto evidente che la brioche non è arrivata lì per telecinesi ma grazie alla goffaggine di un mio movimento. Non ho la più pallida idea di come sia successo, ma al fotofinish il sottoscritto risulta impalato vicino alla bacheca delle brioches, con un cornetto mignon in mano e un altro in mezzo ai piedi. Urge decisione.

Prima possibilità: raccolgo la fuggiasca da terra e con gesto furtivo e abile, la rimetto al suo posto. Nessuno mi ha visto, credo, potrei farla franca. Seconda possibilità, raccologo la transfuga e la porto alla mia signora invece di quella che ho in mano. Lei non c’era, non ha visto, occhio non vede…mi sembra poco carino. Dovessi mangiarla io, forse, ma così,  boh, d’altra parte il pavimento è pulito… Terza possibilità, mi autodenuncio, il barista è un amico, non se ne avrà poi così a male, certo, questo significa farlo sapere agli altri avventori, che fino a questo momento sembrano non essersi accorti di nulla. Alla fine decido. Tempo totale dalla caduta del croissant alla decisione: non più di un secondo, un secondo e mezzo.

Poche decine di minuti prima, mentre al tavolino stavo consumando la mia di colazione, ricevo un sms di una collaboratrice che mi scrive, testualmente: “Causa sveglia fatta suonare tardi parto ora, non ce la faccio per le 8.30, arriverò direttamente a destinazione. Mi ridai la via?? uff…”  Le rispondo ok, pensando a quanto fosse affaticata in quel momento. Ero così convinto da quell’sms che fosse tanto affaticata, da leggere “mi ridai la viTa?”… Nello spazio in decimi di secondo necessario per leggere quel messaggio, mi ero già fatto un film sul suo stato di stress, tale da indurmi a un lapsus di lettura che confermava il film che mi ero fatto.

Dunque non venite a dirmi che la mattina i processi di pensiero sono lenti…

Diritti di chi crea o di chi possiede?

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Ok, parliamo di diritti d’autore. E’ la Nottedellarete e il tema è il contrasto al bavaglio dell’Agcom alla Rete. Sono un autore, dunque dovrei aver pieno diritto di parlare dei diritti d’autore. In proposito girano un sacco di luoghi comuni tipo che la legge sul copyright serva a proteggere il diritto, appunto, degli autori. Sbagliato. Il copyright protegge la “proprietà intellettuale”, ovvero chi ha la proprietà dei diritti. Ora, io sono un autore, mi pare di averlo già detto, nel senso che ho “scritto” un tot di pagine che sono state successivamente pubblicate da diverse case editrici. Ma non sono affatto “proprietario” dei diritti. Come succede? capisco che chi non ci passa fatichi a capire. Il punto è che un qualsiasi lavoro prodotto dalla creatività intellettuale, oggetto appunto dei cosiddetti diritti d’autore, viene commercializzato generalmente da un soggetto produttore, che nel caso dei libri sono appunto le case editrici. Le case editrici, all’atto del contratto con il quale si impegnano a commercializzare un testo scritto da un autore, chiedono al medesimo la “cessione dei diritti”. Il che significa che nel momento stesso in cui un autore arriva in libreria, non è più titolare dei diritti. Dunque il diritto d’autore, che in realtà è un diritto alla proprietà intellettuale, appartiene alle case editrici. 

Dunque, quale sarebbe il diritto del sottoscritto in quanto autore? certo, ricevere le cosiddette “royalties”, ma potete capire… Poi il mio diritto sarebbe quello di veder circolare il più possibile il mio lavoro. E di averlo disponibile sempre. Fatto una volta assegnato alla distribuzione libraria e agli scaffali delle biblioteche. Ma oggi c’è la Rete. E io potrei far circolare le mie cose virtualmente in tutto il mondo e a partire dalle primissime, quelle ormai scomparse da qualsiasi libreria. Ma non posso. Non per lo meno fino a che i diritti non “scadono” e mi tornano indietro. Questo mio diritto è in chiaro conflitto con quelli di chi detiene la proprietà intellettuale del mio lavoro. Provate a farvi ristampare qualcosa, se non c’è una qualche certezza di avere un mercato.

Ricapitolando: il mio diritto, in quanto autore, è di veder circolare liberamente il frutto del mio impegno intellettuale e creativo, fatti salvi i possibili ritorni economici che potrei averne. E il mio diritto è che questo lavoro venga conosciuto e che mi venga riconosciuto. Non che se ne stia protetto e invisibile negli archivi delle case editrici. E anche che venga raccolto, trasformato, cambiato, utilizzato, sharato, copiaincollato, da altri per creare cose nuove. Questa è la Rete. Tutto il resto è Jurassik Park. 

Cure matrigne

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Stamattina, correndo al parco, pensavo al prendersi cura. Lo so, c’è gente che corre con l’iPod sparato nelle orecchie e magari fa bene, che evita di inquinare la corsa con certi pensieri. Ma sono fatto così. Del resto non è che mi sia venuto di pensare qualcosa che non centrasse proprio nulla con quello che stavo facendo: non mi stavo prendendo cura di me? sì, e come ogni volta che vado a correre, più che un compito quella è una domanda, perchè non so ancora bene di che cosa mai stia avendo cura del sottoscritto girando come una trottola per Marinai d’Italia. 

Comunque, prendersi cura. Anzi, cedendo alla trattinomania imperante, “prender-si cura”. Pennacchianamente mi è sovvenuto di chiedermi cosa sia quel “si” che prende nell’atto del curare. La risposta più ovvia è che quel “si” è l’altro, il diciamo così beneficiario della propria cura. E’ la visione buonista-sacrificale imperante: c’è chi riceve le cure e chi le offre. Chi offre cura, quindi, dà. Bontà sua. Perchè lo faccia è secondario, di solito è perchè vuole il bene dell’altro, cosa che raddoppia il valore di mercato delle cura perchè somma il “di cui” si ha cura con “l’amore” che accompagna la cura stessa. Dunque non si cura l’altro per se stessi, non sia mai, generazioni di manuali affollano seriosamente gli scaffali a imperituro monito.

Ci sono anche del resto moltissimi che affermano di “ricevere” nel prendersi cura dell’altro, più di quello che danno. Va già meglio: che la cura sappia nominare i vantaggi per chi cura e non solo per chi è curato, è pur sempre un passo avanti. Ma non basta. Non si usa dire ricever-si cura, dunque ho il sospetto che nell’enfasi poggiata su ciò che l’altro ti ritorna della tua cura, resta ancora del tutto nascosto ciò che nella cura “si prende” chi cura. 

Prender-si cura non può non voler dire anche prendere per sè qualcosa dalla cura che si offre. Se non è detto, questo prender per sè è allora celato, nascosto, clandestino. Diviene una sottrazione, un furto. Negandosi, il prendere per sè dalla cura dell’altro, nega all’altro il valore del suo bisogno di cura. Alla fine ciò che vale resta solo, la cura e chi la riceve ne ha solo goduto, consumato, dissipato, finendo così costretto a una condizione di debito destinata a soffocare sotto il peso degli interessi usurai. Come la madre farlocca di Rapunzel, la cura sacrificale dell’altro finisce spesso col celare una rapina recidiva di energie vitali che accumula redditi senza mai pagare le tasse. 

Finita la corsa mi sono anche detto che la faccenda, poi, mi riguarda solo indirettamente perchè, in quanto uomo, il mio modo di prendermi cura dell’altro non è mai prendermi cura dei suoi bisogni, ma occuparmi dei miei nell’orizzonte dei suoi. Dunque cosa prendo per me è sempre anche sin troppo chiaro. Semmai il problema è che ciò che l’altro “si” prende dal mio prendermi cura di me, è molto meno visibile, talvolta è addirittura celato, nascosto, clandestino…

Grazie del “grazie”

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Mi sono chiesto spesso perchè non mi venga mai di rispondere prego quando qualcuno mi dice grazie. Se non si tratta di una risposta standard tipo dopo un “mi passi il sale per favore”. Voglio dire, se qualcuno mi ringrazia sul serio per qualcosa che ho fatto, il “prego” che poi è sinonimo dei vari “ma figurati”, “ci mancherebbe”, “dovere”, “di nulla”, mi sembra sempre del tutto inappropriato. Se l’altro mi ringrazia per qualcosa che ho fatto, mi ringrazia sul serio intendo dire, significa che sta dando importanza a quello che ho fatto e non mi sembra bello condirlo via sminuendolo con un “cosa vuoi che sia”. Ti dicono guarda che è importante questa cosa per me e tu gli rispondi che in realtà “non è niente di che”? Si pensasse di più a quanto può essere arrogante la falsa umiltà.

In realtà quando mi sento ringraziato sul serio, mi viene da ringraziare a mia volta. Ma non nel senso che mi metto a cercare freneticamente qualcosa per ringraziare chi mi ringrazia e pareggiare i conti.  Quel che smuove in me ricevere un “grazie” sincero, è una gratitudine, come dire, di secondo livello. Trovo che un ringraziamento sia un dono prezioso, da custodire con cura e attenzione. Quando qualcuno mi ringrazia per ciò che faccio, mi sta dicendo che quello che faccio non è solo una cosa mia, non finisce con me dopo essere iniziato da me, ha un valore che mi trascende e che è possibile raccogliere. Chi mi ringrazia definisce i miei limiti nel momento stesso in cui mi dice che i miei atti li superano per arrivare da qualche altra parte. E mi insegna anche che ringraziare, lungi dall’essere un banale gesto di umiltà, è un atto di coraggio e di responsabilità, che mi induce a ricevere i ringraziamenti con gratitudine, ma anche a trasformare la mia gratitudine in ringraziamenti.

Grazie, dunque, ai “grazie” che in questo periodo mi stanno giungendo per vie a volte insospettate e inattese. Mi stanno facendo capire che il rispetto è ben più che tolleranza o accondiscendenza. Mi stanno facendo capire che il rispetto è ben più che il prendersi cura reciproco. Mi stanno facendo capire che il rispetto è farsene qualcosa dell’altro dicendogli “grazie a te, io…”

Rapunzel in passerella

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Notizie dall’America:

clicca sull’immagine per leggere l’articolo su Repubblica

Da lí sono arrivate molte mode, da lí arrivano, forse, gli anticorpi. La parola d’ordine, efficace direi, è: fermare la “principessizzaziione” delle bambine. Che poi significa fermare certe madri. Una dice che problema c’è voler vedere propria figlia vincere un concorso per minimiss? È come volere che il figlio diventi campione di baseball. Giá un paragone cosí… I capelli di Rqperonzolo sfilano in tournée per la longevitá malata delle streghe-madri

Adottiamo questa campagna. Dalle passerelle ai set pubblicitari il passo è breve…

Amare il proprio ruggito

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Di Irene Auletta

Per anni ci hanno insegnato a trattenerci, a non esprimere, a mantenere le buone maniere e così siamo diventati esperti di quel sorriso tirato che ho riconosciuto tante volte sul mio viso e riflesso in quello di tanti altri, donne e uomini.

Ci sono voluti anni di lavoro, l’incontro con la bioenergetica, la provocazione continua della vita e gli schiaffi sempre più forti dei drammi dell’esistenza, per farmi alzare lo sguardo e volgerlo altrove.

Ci è voluto l’incontro con il mio limite e la pazienza degli eventi che, come gocce cinesi, non hanno smesso di far incontrare fuoco e benzina.

Una maestra mi ha aiutato a vedere, incontrare ed avvicinare lo strano minuetto giocato dalla rabbia e dal dolore, dalla passione e dalle emozioni, dall’insegnamento di trattenere e dal bisogno di lasciar andare.

Alla fine ce l’ho fatta. 

Prima è comparso il rantolo, soffocato, chiuso in gola e trattenuto negli occhi.

Poi è esploso il ruggito o, come direbbe Clarissa Pinkola Estes, ho incontrato la lupa  e con lei, ho iniziato una folle corsa.

Tutto il resto è una nuova storia, ma oggi, negli occhi altrui, nei finti sorrisi, nelle parole di circostanza, negli sguardi sinceri, scopro mondi nuovi e ricchi di significati.

Ogni tanto lo sento, il mio ruggito, e gli sorrido perchè ho imparato a volergli bene e a capire cosa sta cercando di dirmi. 

O quanto meno ci provo.

Il bar dei due mondi

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Colazione, iPad trespolato sul tavolino, comodo. Leggo il quotidiano on-line, navigo sul web, twittero su twitter e simili. Tavolino a fianco tre donne di tre età, probabile terno nonna-mamma-figlia. La mamma, accento milanese greve, alla Bossi per intenderci, tiene una concione sull’assemblea di condominio del giorno prima, per più di tre quarti d’ora. 

Brioche, cappuccio, analisi del voto referendario, situazione dell’economia europea, scambi di link con gli amici faccialibrini e twitterini, si accavallano con i problemi delle pulizie e di chi non le paga alla scadenza esatta, della veranda una-volta-abusiva-ora-condonata che è vecchia e produce infiltrazioni a causa dei basamenti di legno marciti. Non viceversa naturalmente, perchè io li sento uno per uno quei problemi, il terzetto a fianco invece, dei problemi che sto navigando, non ha la minima percezione.

La signora di mezzo, condominiosa e altisonante, si distrae per un solo attimo e riferendosi alla mia finestra sul mondo elettronica borbotta a mezza voce: “se l’è, l’iPod?”. Risponde la figlia che ha l’aria di aver già avuto esperienza digitale sul bollettino dell’oratorio: “no, è l’iPad!”. Replica “cos’è basta cambiare una vocale??” e chiusura dell’argomento distrattivo. Ritorno ai temi cruciali del pianerottolo.

Il bello della democrazia è che ci stiamo tutti, ognuno affacciato alla propria finestra. Si tratta di imparare ad avere rispetto delle prospettive che ognuno si è scelto di osservare.

Stupidità al quadrato

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Di Irene Auletta

Qualche giorno fa, una signora, girando qua e là su Facebook va a curiosare sulla bacheca dell’insegnante di suo figlio e trova commenti spiacevoli su un bambino della classe.

Non sappiamo cosa spinga questa signora e mamma ad avvisare subito la mamma del bambino in questione ma, siccome le battute dell’insegnante sul suo alunno sono davvero pesanti, succede il finimondo.

Un’altra piccola nota di folclore.

Sempre sulla bacheca della stessa insegnante compare uno scambio con una collega della medesima scuola, anche lei insegnante del bambino citato che, non solo non prova a bloccare la cosa avvertendo un gran odore di bruciato, ma rincara la dose aggiungendo una serie di pessime battute.

Per dirla tutta, se non siamo nati ieri, sappiamo bene che a volte tutti noi possiamo fare commenti relativamente a persone, piccoli o grandi, con cui lavoriamo o che incrociamo nella nostra vita professionale. Non ci scandalizziamo.

La cosa grave quindi non è questa, bensì la totale stupidità e ignoranza di questa signora che decide di farlo in piazza, probabilmente senza neppure rendersene conto.

Da una parte, immaginate la reazione di una madre che si trova a leggere commenti poco felici, che riguardano suo figlio, in un luogo pubblico.

Dall’altra provate a pensare a quell’insegnante, alla sua collega, alla dirigente che verrà coinvolta inevitabilmente in questa situazione.

Già sento le battute sull’utilizzo di Facebook  e quindi facciamo molta attenzione a non aggiungere, con i nostri commenti, stupidità a stupidità, altrimenti sarebbe un guaio.

Il problema qui, chiaramente, non riguarda Facebook, ma l’incapacità della persona di discernere luoghi e contesti e, se mi permettete, per un’insegnante, questa non è cosa da poco.

Se ci si vuole scambiare messaggi in via riservata è possibile per chiunque trovare il modo per farlo e quindi, torno a chiedere, cosa ha impedito all’insegnate in questione di pensare prima alle conseguenze pesanti del suo superficiale gesto?

Non so rispondere con esattezza e neppure mi interessa farlo. Temo ci sia parte di verità nell’incapacità, crescente, di interrogare le conseguenze dei propri gesti. 

Chiunque può commettere errori ed è la nostra stessa umanità a non metterci al riparo da questa possibilità, tuttavia abbiamo bisogno di chiederci cosa possiamo imparare da questa storia, perchè sia valsa la pena, almeno in piccola parte, del dolore di quella madre.

Spero che lo stesso valga per questa insegnante e per tutte le sue colleghe e mi auguro che la questione non si risolva solo con una “tirata di orecchie” e con la cancellazione    della propria pagina Facebook.

A proposito di assumersi le proprie responsabilità.

 

Curriculum scholae

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Di Igor Salomone

Ero in prima. Elementare. E ho capito che dovevo starci, mi piacesse o meno. Non potevo sgamarla come all’asilo. Era un impegno all’orizzonte da tempo, ed era arrivato. Inesorabile.

Ero in seconda. E ho fatto l’esame per passare in terza. C’era ancora quell’esame, ne ho un ricordo lontano e vivido. L’ho affrontato con il pennino intinto nell’inchiostro, seduto dietro quel banco con  l’alloggiamento per il calamaio in alto a destra. Quell’esame mi ha insegnato che ci sono gli esami. E che se si vuole passare più avanti, occorre farli.

Ero in terza. Educazione civica. Mi hanno insegnato che c’è la divisione dei poteri e che il diritto di voto è un diritto-dovere. Non c’ho capito nulla. L’ho capito decenni più tardi in realtà, ma se non me l’avessero insegnato in terza elementare, non avrei potuto capirlo neanche dopo.

Ero in quarta. E ho imparato che i brutti voti producono brutte conseguenze. Dunque, ho imparato che le conseguenze sono il risultato di ciò che riesci a ottenere con le tue azioni.

Ero in quinta. E mi sono goduto l’ultimo anno di rendita prima del salto nel buio della Secondaria. Non sapevo neppure si chiamasse così, ma non era più “elementare”.

Ero di nuovo in prima. Media. E ho scoperto che ci sono le “materie”. Non si trattava come prima di fare il compito di matematica e il tema di italiano: si trattava di fare Matematica, si trattava di fare Italiano.

Ero in seconda. Mi hanno insegnato l’Algebra. Ho capito che non capivo. Era la prima volta ed è stato un detestabile ottimo insegnamento.

Ero in terza. E avevo ormai dato fondo a ogni riserva di interesse. Ma mi hanno tenuto per i capelli e licenziato a pedate. Grazie, non avrei retto una bocciatura.

Per la terza volta ero in prima. Liceo però. Ho scoperto che la scuola non era solo il posto dove andavo tutti i giorni. Era anche un posto dove si discuteva perchè andarci tutti i giorni.

Ero in seconda. Non ho imparato nulla. I miei ormoni erano troppo grati all’unica classe mista che io abbia mai frequentato. Però forse ho imparato molte cose, prima o poi riemergeranno

Ero in terza. Ho scoperto la filosofia. Considerato che al Liceo Scientifico, tutte le materie scientifiche mi erano aliene, stavo già costruendomi il futuro.

Ero in quarta. MI hanno insegnato che la Storia non è un susseguirsi di nomi e date, ma un’esperienza di grandi eventi che la trasformano.

Ero in quinta. In una assolata mattina di primavera, un’affollatissima assemblea di studenti e professori decideva che il nostro Liceo, il VII di Milano, da quel momento si sarebbe chiamato “Salvador Allende”. E ho imparato che la scuola è pubblica perchè è di tutti la responsabilità di darle un nome.

Nella scuola che ho conosciuto

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo di Nadia Ferrari per la giornata di blogging sulla Scuola.

Ho sostenuto con piacere l’invito a parlare di scuola senza immaginare, per me, insegnate di scuola dell’infanzia statale da 35 anni (in via di dipartita) quanto risultasse difficile parlarne. Poi ho compreso che la mia difficoltà in parte stava nel dover parlare della scuola generalizzando… questo  mi riesce impossibile.

Tuttavia la mia riflessione si è messa irrimediabilmente in moto e la complessità seppure con paura mi è sempre apparsa come una sfida da raccogliere.

A  tutt’oggi la scuola ancora somiglia ad una “scatola nera” entro la quale si sa cosa c’è stato e cosa c’è, e non si sa cosa ci dovrebbe essere.

In altre parole il terreno scolastico è ancora indefinito, indefiniti  i tratti distintivi e le pertinenze che la distinguono da altre agenzie educative similari.

Nella scuola imperano come legati da un inesorabile destino due termini “educazione e insegnamento”, che coincidono e nelle stesso tempo si differenziano, dividendola spesso nella disputa su a chi consegnare il trono.

Disputa antica ma sempre presente che informa la scuola marcando idee, pratiche, metodi e progetti. Due essenziali registri mentali, due essenziali sensibilità: DUE SGUARDI.

Il primo, curioso di novità, di desideri, di emozioni, di fantasie, genesi di profonde soddisfazioni e domande ma anche luogo di passioni, di paure, di dolore. Uno sguardo a cui rivolgersi e allo stesso tempo averne paura, un modo diretto di sentire la realtà, pensarla, toccarla, apprenderla. Uno sguardo che ha permesso di descrivere e di spiegare il mondo attraverso molteplici narrazioni mitologiche. Lo sguardo del racconto che nasce quando si incontra il profondo, che richiama la fabulazione per quello che la mente non sa spiegare, sciogliere, elaborare: E’ l’universo delle emozioni, degli affetti, dei sentimenti.

Il secondo: è la ragione, sguardo sul mondo meno diretto, meno primario, uno sguardo forse meno libero, uno sguardo filtrante che fa passare non ciò che la nostra mente vede e sente, ma ciò che la ragione conferma.

Uno sguardo che smonta il complesso per cercare di capire, divide e analizza la realtà per leggerne le basi costitutive, i legami, le leggi che la regolano. Uno sguardo più attento e critico ma anche più difeso.

Si manifesta così uno dei grandi miti della conoscenza moderna: la separazione nella natura umana di ciò che è primario e di ciò che è secondario: la ragione dalla passione. Per molti questo sguardo ha illuso di conoscere e dominare il mondo, le paure, le fantasie. Sapere è potere. Ma poi al crescere delle certezze scientifiche, sono progredite le incertezze, si sono manifestate nuove ignoranze: si è perduto il trono della sicurezza che poneva l’uomo al centro del mondo e da dominatore del mondo passa all’abitante di un sole dell’hinterland, ai margini di una galassia mille volte più misteriosa di quanto la mente poteva immaginare.

Chi propende per la scuola dell’educazione allora vede e vuole una scuola attenta alla passione, chi si schiera per la scuola  dell’insegnamento, vede e vuole una scuola rigorosa, soprattutto nella programmazione, nell’apparato concettuale e nozionistico, attenta alle conoscenze nel senso più restrittivo del termine, intendendo spesso solo la dimensione della ragione.

Mi è capitato di trovare nell’opinione pubblica questa stessa differenza tra chi si è trovato a scegliere tra scuola pubblica o privata che nel simbolico senso comune ripropone spesso la dicotomia sopra enunciata, velatamente a scapito della pubblica. Così dalla dualità generatrice discende la figure professionale che legittima il ruolo dell’insegnante:  è meglio che approcci il sapere in modo freddo, razionale, sterile, “scolastico”, oppure deve e può “appassionarsi” ed essere pronta ad affrontare ogni situazione divenendo all’occasione un po’ mamma, un po’ psicologa, un po’ amica, un po’ prete… permettendo alla vita di mischiarsi alla scuola? Messa così la problematica è mal posta perché ripropone una dualità che nella realtà non esiste.

Palare di scuola è difficile? Perché la Scuola nell’astratto non esiste. Esistono stratificate nel tempo e nelle persone le sue diverse anime, che si affidano a tanti e diversi modelli d’intendere l’educazione e che su quei modelli si organizzano. Spesso nella scuola italiana ci si ritrova con modelli diversi anche tra le diverse classi e scendendo ancora di più nel parziale anche tra insegnate e insegnate.

Esistono tante e diverse Scuole fatte dalla gente che dentro ci lavora e dagli utenti che le frequentano sia nella pubblica che nella privata. Nella mia esperienza ho visto tantissimi insegnanti appassionarsi, lavorare con impegno, tentare di dare soluzioni possibili a problemi a volte impossibili, così come ho visto insegnanti chiuse, sfiduciate, gettare la spugna e arrendersi, arroccarsi dietro a programmi calcoli e grammatiche. Ho visto, purtroppo, insegnanti ammalarsi gravemente e impazzire.

Questo è l’esistente. Nonostante la normativa, con dei programmi assai innovativi  “le nuove indicazioni” che come dice il termine dovrebbero appunto dare indicazioni sulla configurazione della  scuola italiana, almeno in teoria.

Quello che con semplicità definiamo “Scuola” è il paesaggio che ognuno di noi da allievi o genitori o insegnanti si è trovato ad attraversare, un paesaggio, percorso da vie infinite, a tratti pianeggiante e facile da percorrere, a tratti tortuoso e aspro con salite che mettono alla prova la resistenza di tutti, in cui ogni anfratto dischiude e narra una storia particolare… unica nel bene e nel male.

Parti che spesso faticano a sentirsi collegate tra loro in un tutto, parti che forse hanno perso il desiderio di cercare il nesso che può fare da struttura che connette. Per comprendere il pluriverso scuola diviene necessario passare dal locale al globale attraversando ponti semantici così ampi per dimensioni e qualità nei quali è molto difficile incontrarsi.

Non mi rimane che parlare di me nella scuola, della mia esperienza e dell’amore che verso di essa ho imparato a nutrire.

La scuola come la conosco io, è ed è stata, una scuola abitata da padri  o madri pedagogici importanti: Hoven, Froebel, Agazzi e Montessori, e poi nel 2000 i costruttivisti Bateson. Maturana, Varela, Morin, Gardner. Ognuno di loro con la loro “genitorialità” ha lasciato la rappresentazione di  un bambino e di conseguenza un modo per educarlo. L’eredità è grande e la scuola che ho conosciuto io è una scuola che ha raccolto delle sfide.

Nella scuola che ho conosciuto io, sopravvive l’idea di un lavoro non prendibile con le sole tecniche, a me come insegnante non è servito imparare la tecnica per parlare in modo assertivo, o imparare la tecnica per gestire i conflitti, quando mi ci sono trovata in mezzo ho dovuto cercare di coniugare la mia relazione con il conflitto e il senso che avremmo potuto io e i miei allievi in quel momento attribuire.

Facilmente si possono addestrare venditori di un azienda a presentare un volto presentabile… perché il volto che si presenta è anche quello dell’azienda, come dire “se il segreto del successo professionale è quello dell’autenticità non dev’essere difficile fingerla” (Cerioli).

Nella scuola che ho conosciuto io, le tecniche funzionano quando funzionano le persone, quando le persone sanno riconoscersi problematizzando il senso del loro fare quotidiano e della loro fatica.

Nella scuola che ho conosciuto io spesso un lavoro si fa e si distrugge, si crea, si perde… quotidianamente si cerca, si cerca condividere.

Nella scuola che ho conosciuto l’incontro con l’incompiutezza dell’insegnante ha cavalcato con l’inconsistenza  di chi al posto di dotarsi a dare risposte si da come persona che cerca domande.

Nella scuola che ho conosciuto io, come ci ha ricordato Morin “gli insegnanti non assomigliano a quei lupi che marcano il loro territorio con l’urina e mordono quelli che lo violano. Ciò che è più temibile per loro è la mancanza di eros che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi”.

Il gesto educativo a volte incanta, forse spaventa. Igor Salomone ci insegna si sente il bisogno di qualcosa che ancora non siamo pronti a scorgere, a capire ed ad amare: in-segnare.

L’insegnare nella sua dimensione squisitamente costitutiva di “lasciare un segno” di sé nell’incontro con gli allievi attraverso la conoscenza.

E quando si pensa a questo modo di essere dalla scuola non si può che riferirsi alla scuola pubblica, perché quando l’extracomunitario, lo zingaro, il giostraio, il disabile domandano il loro diritto di educazione ed istruzione così come è previsto dalla nostra Costituzione, è nella scuola pubblica che devono trovare ospitalità.

Nella privata, possono non esserci le risorse necessarie, posti disponibili o dato che sceglie delle tendenze,  orientamenti pedagogici o religiosi non condivisibili.  La scuola privata, nello Stato italiano  può esistere e deve fare la sua offerta formativa alternativa, di indirizzo,  ma è quella pubblica è la scuola di tutti.

Che tutti come cittadini abbiamo il diritto di chiedere, di avere e abbiamo il dovere di migliorare… al di là delle nostre scelte da individui.

La scuola pubblica è una delle più grandi ricchezze che abbiamo.

Nadia Ferrari

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