E se la cura è un lavoro…?

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Giornata di blogging di #donnexdonne. Leggo questo post sul blog Managerdimestessa. Il titolo è interessante: Ma le donne in che lingua si parlano? e racconta di una strana distonia. Le donne sembrano capaci di far squadra (che poi è il tema della giornata di blogging) primariamente nelle situazioni della vita quotidiana, che ha a che fare con le esperienze in famiglia, con le amiche, nel territorio, insomma ovunque non sia il posto di lavoro. 

Non so se l’impressione della mamma blogger sia vera, non ne ho riscontri sufficienti. Ma se è vera, ripeto “se”, mi sembra diventi interessante la mia esperienza particolare di lavoro con le donne. Da un quarto di secolo mi occupo di problemi educativi e sociali e le equipe che incontro sono primariamente composte da donne. Cosa succede se le donne che hanno antica dimestichezza alla solidarietà reciproca nell’affrontare le esperienze della vita ma faticano a esprimerla sul lavoro, sono donne che lavorano in contesti fortemente orientati alla cura?

La stessa voce

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Di Irene Auletta


Oggi pomeriggio, supervisione a un gruppo di educatori.

Tra questi, qualche tempo fa, ho riconosciuto la figlia di una collega incontrata all’inizio della mia vita professionale e che ormai non è più tra noi da parecchio tempo.

La collega era di nazionalità argentina e oggi, per la prima volta, ho sentito la figlia parlare la sua lingua d’origine.

Ero nella stanza accanto e, a rischio di fare l’invadente e la poco educata, mi sono regalata l’ascolto di quella telefonata.

A occhi chiusi non ho avuto dubbi, quella era proprio la voce di Annalia che non sentivo da oltre vent’anni e mi sono gustata una grande emozione.

Appena la figlia è entrata nella stanza, dove mi ero accomodata, non ho potuto nascondere quello che avevo appena vissuto e così le ho detto: “certamente ti avranno già detto che hai la stessa identica voce di tua madre!”.

Con gli occhi lucidi, che hanno incontrato i miei ancora commossi, mi ha detto che nessuno le aveva mai fatto notare questo particolare e che mi ringraziava di cuore per il bel regalo che le avevo appena fatto.

Il ricordo, la memoria, la stessa voce e un incontro di emozioni.

Ecco quello in cui credo, senza il bisogno di andare oltre.

E ciò in cui credo, oggi mi ha riempito il cuore.

Velocità mattutine

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Quanto può essere veloce il pensiero la mattina, al bar, davanti a una brioche? Pochissimo, direte. Sbagliato. Certo, non sto parlando delle capacità di ragionamento o di conversazione o anche solo di mettere insieme le cose della giornata. Lì capisco ci voglia un po’. Ma la brioche è per terra, io non le sono davanti, le sono sopra guardando con stupore quella collocazione inconsueta per la dose mattutina di carboidrati che dovrei portare, come tutte le mattine, alla mia signora. La questione dei tempi, visto il frangente, cambia.

Può non sembrare, ma la situazione è incresciosa. E’ del tutto evidente che la brioche non è arrivata lì per telecinesi ma grazie alla goffaggine di un mio movimento. Non ho la più pallida idea di come sia successo, ma al fotofinish il sottoscritto risulta impalato vicino alla bacheca delle brioches, con un cornetto mignon in mano e un altro in mezzo ai piedi. Urge decisione.

Prima possibilità: raccolgo la fuggiasca da terra e con gesto furtivo e abile, la rimetto al suo posto. Nessuno mi ha visto, credo, potrei farla franca. Seconda possibilità, raccologo la transfuga e la porto alla mia signora invece di quella che ho in mano. Lei non c’era, non ha visto, occhio non vede…mi sembra poco carino. Dovessi mangiarla io, forse, ma così,  boh, d’altra parte il pavimento è pulito… Terza possibilità, mi autodenuncio, il barista è un amico, non se ne avrà poi così a male, certo, questo significa farlo sapere agli altri avventori, che fino a questo momento sembrano non essersi accorti di nulla. Alla fine decido. Tempo totale dalla caduta del croissant alla decisione: non più di un secondo, un secondo e mezzo.

Poche decine di minuti prima, mentre al tavolino stavo consumando la mia di colazione, ricevo un sms di una collaboratrice che mi scrive, testualmente: “Causa sveglia fatta suonare tardi parto ora, non ce la faccio per le 8.30, arriverò direttamente a destinazione. Mi ridai la via?? uff…”  Le rispondo ok, pensando a quanto fosse affaticata in quel momento. Ero così convinto da quell’sms che fosse tanto affaticata, da leggere “mi ridai la viTa?”… Nello spazio in decimi di secondo necessario per leggere quel messaggio, mi ero già fatto un film sul suo stato di stress, tale da indurmi a un lapsus di lettura che confermava il film che mi ero fatto.

Dunque non venite a dirmi che la mattina i processi di pensiero sono lenti…

Diritti di chi crea o di chi possiede?

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Ok, parliamo di diritti d’autore. E’ la Nottedellarete e il tema è il contrasto al bavaglio dell’Agcom alla Rete. Sono un autore, dunque dovrei aver pieno diritto di parlare dei diritti d’autore. In proposito girano un sacco di luoghi comuni tipo che la legge sul copyright serva a proteggere il diritto, appunto, degli autori. Sbagliato. Il copyright protegge la “proprietà intellettuale”, ovvero chi ha la proprietà dei diritti. Ora, io sono un autore, mi pare di averlo già detto, nel senso che ho “scritto” un tot di pagine che sono state successivamente pubblicate da diverse case editrici. Ma non sono affatto “proprietario” dei diritti. Come succede? capisco che chi non ci passa fatichi a capire. Il punto è che un qualsiasi lavoro prodotto dalla creatività intellettuale, oggetto appunto dei cosiddetti diritti d’autore, viene commercializzato generalmente da un soggetto produttore, che nel caso dei libri sono appunto le case editrici. Le case editrici, all’atto del contratto con il quale si impegnano a commercializzare un testo scritto da un autore, chiedono al medesimo la “cessione dei diritti”. Il che significa che nel momento stesso in cui un autore arriva in libreria, non è più titolare dei diritti. Dunque il diritto d’autore, che in realtà è un diritto alla proprietà intellettuale, appartiene alle case editrici. 

Dunque, quale sarebbe il diritto del sottoscritto in quanto autore? certo, ricevere le cosiddette “royalties”, ma potete capire… Poi il mio diritto sarebbe quello di veder circolare il più possibile il mio lavoro. E di averlo disponibile sempre. Fatto una volta assegnato alla distribuzione libraria e agli scaffali delle biblioteche. Ma oggi c’è la Rete. E io potrei far circolare le mie cose virtualmente in tutto il mondo e a partire dalle primissime, quelle ormai scomparse da qualsiasi libreria. Ma non posso. Non per lo meno fino a che i diritti non “scadono” e mi tornano indietro. Questo mio diritto è in chiaro conflitto con quelli di chi detiene la proprietà intellettuale del mio lavoro. Provate a farvi ristampare qualcosa, se non c’è una qualche certezza di avere un mercato.

Ricapitolando: il mio diritto, in quanto autore, è di veder circolare liberamente il frutto del mio impegno intellettuale e creativo, fatti salvi i possibili ritorni economici che potrei averne. E il mio diritto è che questo lavoro venga conosciuto e che mi venga riconosciuto. Non che se ne stia protetto e invisibile negli archivi delle case editrici. E anche che venga raccolto, trasformato, cambiato, utilizzato, sharato, copiaincollato, da altri per creare cose nuove. Questa è la Rete. Tutto il resto è Jurassik Park. 

Cure matrigne

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Stamattina, correndo al parco, pensavo al prendersi cura. Lo so, c’è gente che corre con l’iPod sparato nelle orecchie e magari fa bene, che evita di inquinare la corsa con certi pensieri. Ma sono fatto così. Del resto non è che mi sia venuto di pensare qualcosa che non centrasse proprio nulla con quello che stavo facendo: non mi stavo prendendo cura di me? sì, e come ogni volta che vado a correre, più che un compito quella è una domanda, perchè non so ancora bene di che cosa mai stia avendo cura del sottoscritto girando come una trottola per Marinai d’Italia

Comunque, prendersi cura. Anzi, cedendo alla trattinomania imperante, “prender-si cura”. Pennacchianamente mi è sovvenuto di chiedermi cosa sia quel “si” che prende nell’atto del curare. La risposta più ovvia è che quel “si” è l’altro, il diciamo così beneficiario della propria cura. E’ la visione buonista-sacrificale imperante: c’è chi riceve le cure e chi le offre. Chi offre cura, quindi, dà. Bontà sua. Perchè lo faccia è secondario, di solito è perchè vuole il bene dell’altro, cosa che raddoppia il valore di mercato delle cura perchè somma il “di cui” si ha cura con “l’amore” che accompagna la cura stessa. Dunque non si cura l’altro per se stessi, non sia mai, generazioni di manuali affollano seriosamente gli scaffali a imperituro monito.

Ci sono anche del resto moltissimi che affermano di “ricevere” nel prendersi cura dell’altro, più di quello che danno. Va già meglio: che la cura sappia nominare i vantaggi per chi cura e non solo per chi è curato, è pur sempre un passo avanti. Ma non basta. Non si usa dire ricever-si cura, dunque ho il sospetto che nell’enfasi poggiata su ciò che l’altro ti ritorna della tua cura, resta ancora del tutto nascosto ciò che nella cura “si prende” chi cura. 

Prender-si cura non può non voler dire anche prendere per sè qualcosa dalla cura che si offre. Se non è detto, questo prender per sè è allora celato, nascosto, clandestino. Diviene una sottrazione, un furto. Negandosi, il prendere per sè dalla cura dell’altro, nega all’altro il valore del suo bisogno di cura. Alla fine ciò che vale resta solo, la cura e chi la riceve ne ha solo goduto, consumato, dissipato, finendo così costretto a una condizione di debito destinata a soffocare sotto il peso degli interessi usurai. Come la madre farlocca di Rapunzel, la cura sacrificale dell’altro finisce spesso col celare una rapina recidiva di energie vitali che accumula redditi senza mai pagare le tasse. 

Finita la corsa mi sono anche detto che la faccenda, poi, mi riguarda solo indirettamente perchè, in quanto uomo, il mio modo di prendermi cura dell’altro non è mai prendermi cura dei suoi bisogni, ma occuparmi dei miei nell’orizzonte dei suoi. Dunque cosa prendo per me è sempre anche sin troppo chiaro. Semmai il problema è che ciò che l’altro “si” prende dal mio prendermi cura di me, è molto meno visibile, talvolta è addirittura celato, nascosto, clandestino…

Grazie del “grazie”

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Mi sono chiesto spesso perchè non mi venga mai di rispondere prego quando qualcuno mi dice grazie. Se non si tratta di una risposta standard tipo dopo un “mi passi il sale per favore”. Voglio dire, se qualcuno mi ringrazia sul serio per qualcosa che ho fatto, il “prego” che poi è sinonimo dei vari “ma figurati”, “ci mancherebbe”, “dovere”, “di nulla”, mi sembra sempre del tutto inappropriato. Se l’altro mi ringrazia per qualcosa che ho fatto, mi ringrazia sul serio intendo dire, significa che sta dando importanza a quello che ho fatto e non mi sembra bello condirlo via sminuendolo con un “cosa vuoi che sia”. Ti dicono guarda che è importante questa cosa per me e tu gli rispondi che in realtà “non è niente di che”? Si pensasse di più a quanto può essere arrogante la falsa umiltà.

In realtà quando mi sento ringraziato sul serio, mi viene da ringraziare a mia volta. Ma non nel senso che mi metto a cercare freneticamente qualcosa per ringraziare chi mi ringrazia e pareggiare i conti.  Quel che smuove in me ricevere un “grazie” sincero, è una gratitudine, come dire, di secondo livello. Trovo che un ringraziamento sia un dono prezioso, da custodire con cura e attenzione. Quando qualcuno mi ringrazia per ciò che faccio, mi sta dicendo che quello che faccio non è solo una cosa mia, non finisce con me dopo essere iniziato da me, ha un valore che mi trascende e che è possibile raccogliere. Chi mi ringrazia definisce i miei limiti nel momento stesso in cui mi dice che i miei atti li superano per arrivare da qualche altra parte. E mi insegna anche che ringraziare, lungi dall’essere un banale gesto di umiltà, è un atto di coraggio e di responsabilità, che mi induce a ricevere i ringraziamenti con gratitudine, ma anche a trasformare la mia gratitudine in ringraziamenti.

Grazie, dunque, ai “grazie” che in questo periodo mi stanno giungendo per vie a volte insospettate e inattese. Mi stanno facendo capire che il rispetto è ben più che tolleranza o accondiscendenza. Mi stanno facendo capire che il rispetto è ben più che il prendersi cura reciproco. Mi stanno facendo capire che il rispetto è farsene qualcosa dell’altro dicendogli “grazie a te, io…”

Rapunzel in passerella

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Notizie dall’America:

clicca sull’immagine per leggere l’articolo su Repubblica

Da lí sono arrivate molte mode, da lí arrivano, forse, gli anticorpi. La parola d’ordine, efficace direi, è: fermare la “principessizzaziione” delle bambine. Che poi significa fermare certe madri. Una dice che problema c’è voler vedere propria figlia vincere un concorso per minimiss? È come volere che il figlio diventi campione di baseball. Giá un paragone cosí… I capelli di Rqperonzolo sfilano in tournée per la longevitá malata delle streghe-madri

Adottiamo questa campagna. Dalle passerelle ai set pubblicitari il passo è breve…

Amare il proprio ruggito

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Di Irene Auletta

Per anni ci hanno insegnato a trattenerci, a non esprimere, a mantenere le buone maniere e così siamo diventati esperti di quel sorriso tirato che ho riconosciuto tante volte sul mio viso e riflesso in quello di tanti altri, donne e uomini.

Ci sono voluti anni di lavoro, l’incontro con la bioenergetica, la provocazione continua della vita e gli schiaffi sempre più forti dei drammi dell’esistenza, per farmi alzare lo sguardo e volgerlo altrove.

Ci è voluto l’incontro con il mio limite e la pazienza degli eventi che, come gocce cinesi, non hanno smesso di far incontrare fuoco e benzina.

Una maestra mi ha aiutato a vedere, incontrare ed avvicinare lo strano minuetto giocato dalla rabbia e dal dolore, dalla passione e dalle emozioni, dall’insegnamento di trattenere e dal bisogno di lasciar andare.

Alla fine ce l’ho fatta. 

Prima è comparso il rantolo, soffocato, chiuso in gola e trattenuto negli occhi.

Poi è esploso il ruggito o, come direbbe Clarissa Pinkola Estes, ho incontrato la lupa  e con lei, ho iniziato una folle corsa.

Tutto il resto è una nuova storia, ma oggi, negli occhi altrui, nei finti sorrisi, nelle parole di circostanza, negli sguardi sinceri, scopro mondi nuovi e ricchi di significati.

Ogni tanto lo sento, il mio ruggito, e gli sorrido perchè ho imparato a volergli bene e a capire cosa sta cercando di dirmi. 

O quanto meno ci provo.

Il bar dei due mondi

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Colazione, iPad trespolato sul tavolino, comodo. Leggo il quotidiano on-line, navigo sul web, twittero su twitter e simili. Tavolino a fianco tre donne di tre età, probabile terno nonna-mamma-figlia. La mamma, accento milanese greve, alla Bossi per intenderci, tiene una concione sull’assemblea di condominio del giorno prima, per più di tre quarti d’ora. 

Brioche, cappuccio, analisi del voto referendario, situazione dell’economia europea, scambi di link con gli amici faccialibrini e twitterini, si accavallano con i problemi delle pulizie e di chi non le paga alla scadenza esatta, della veranda una-volta-abusiva-ora-condonata che è vecchia e produce infiltrazioni a causa dei basamenti di legno marciti. Non viceversa naturalmente, perchè io li sento uno per uno quei problemi, il terzetto a fianco invece, dei problemi che sto navigando, non ha la minima percezione.

La signora di mezzo, condominiosa e altisonante, si distrae per un solo attimo e riferendosi alla mia finestra sul mondo elettronica borbotta a mezza voce: “se l’è, l’iPod?”. Risponde la figlia che ha l’aria di aver già avuto esperienza digitale sul bollettino dell’oratorio: “no, è l’iPad!”. Replica “cos’è basta cambiare una vocale??” e chiusura dell’argomento distrattivo. Ritorno ai temi cruciali del pianerottolo.

Il bello della democrazia è che ci stiamo tutti, ognuno affacciato alla propria finestra. Si tratta di imparare ad avere rispetto delle prospettive che ognuno si è scelto di osservare.

Stupidità al quadrato

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Di Irene Auletta

Qualche giorno fa, una signora, girando qua e là su Facebook va a curiosare sulla bacheca dell’insegnante di suo figlio e trova commenti spiacevoli su un bambino della classe.

Non sappiamo cosa spinga questa signora e mamma ad avvisare subito la mamma del bambino in questione ma, siccome le battute dell’insegnante sul suo alunno sono davvero pesanti, succede il finimondo.

Un’altra piccola nota di folclore.

Sempre sulla bacheca della stessa insegnante compare uno scambio con una collega della medesima scuola, anche lei insegnante del bambino citato che, non solo non prova a bloccare la cosa avvertendo un gran odore di bruciato, ma rincara la dose aggiungendo una serie di pessime battute.

Per dirla tutta, se non siamo nati ieri, sappiamo bene che a volte tutti noi possiamo fare commenti relativamente a persone, piccoli o grandi, con cui lavoriamo o che incrociamo nella nostra vita professionale. Non ci scandalizziamo.

La cosa grave quindi non è questa, bensì la totale stupidità e ignoranza di questa signora che decide di farlo in piazza, probabilmente senza neppure rendersene conto.

Da una parte, immaginate la reazione di una madre che si trova a leggere commenti poco felici, che riguardano suo figlio, in un luogo pubblico.

Dall’altra provate a pensare a quell’insegnante, alla sua collega, alla dirigente che verrà coinvolta inevitabilmente in questa situazione.

Già sento le battute sull’utilizzo di Facebook  e quindi facciamo molta attenzione a non aggiungere, con i nostri commenti, stupidità a stupidità, altrimenti sarebbe un guaio.

Il problema qui, chiaramente, non riguarda Facebook, ma l’incapacità della persona di discernere luoghi e contesti e, se mi permettete, per un’insegnante, questa non è cosa da poco.

Se ci si vuole scambiare messaggi in via riservata è possibile per chiunque trovare il modo per farlo e quindi, torno a chiedere, cosa ha impedito all’insegnate in questione di pensare prima alle conseguenze pesanti del suo superficiale gesto?

Non so rispondere con esattezza e neppure mi interessa farlo. Temo ci sia parte di verità nell’incapacità, crescente, di interrogare le conseguenze dei propri gesti. 

Chiunque può commettere errori ed è la nostra stessa umanità a non metterci al riparo da questa possibilità, tuttavia abbiamo bisogno di chiederci cosa possiamo imparare da questa storia, perchè sia valsa la pena, almeno in piccola parte, del dolore di quella madre.

Spero che lo stesso valga per questa insegnante e per tutte le sue colleghe e mi auguro che la questione non si risolva solo con una “tirata di orecchie” e con la cancellazione    della propria pagina Facebook.

A proposito di assumersi le proprie responsabilità.

 

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