A ognuno il suo, se l’altro glielo dà

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di Irene Auletta

Ricevo una mail da una famiglia incontrata in una recente consultazione pedagogica che mi ringrazia per le indicazioni date rispetto al loro figlio di cinque anni e alle loro difficoltà.

La mail evidenzia come la neuropsichiatra infantile, che ha di recente incontrato loro e il bambino, si sia stupita dell’invio precoce e, soprattutto, avvenuto da parte di una pedagogista.

Faccio un passo indietro per recuperare un passaggio importante.

Nel primo incontro con i genitori, raccolto le loro difficoltà nella gestione di alcuni comportamenti del loro unico figlio. Faccio le domande di rito per raccogliere informazioni su quanto accade nella loro relazione genitoriale, da parte del padre e della madre, entrambi molto disponibili a raccontarsi.

Durante il racconto emerge una situazione molto complessa che mi spinge a riconoscere con chiarezza alcune domande educative ma, al tempo stesso, mi restituisce elementi sulle difficoltà del bambino che mi sembrano coinvolgere altre sfere dello sviluppo e della crescita.

Man mano che la narrazione si arricchisce di particolari, prende forma l’idea di un invio per una valutazione neurologica e, nonostante sia solo il primo incontro, valuto l’urgenza e la necessità di non prolungare ulteriormente questo livello di indagine.

Lo propongo alla famiglia, esponendo le differenze tra quelli che mi sembrano problemi squisitamente educativi e quelli che ritengo opportuno approfondire meglio, per evitare di banalizzarne la lettura con la sola chiave interpretativa pedagogica.

Lo faccio con il tatto che ho imparato a esibire negli anni soprattutto quando devo guardare lo smarrimento e il dolore negli occhi dei padri e delle madri. Però lo faccio convinta che sia importante aiutarli a guardare qualcosa di importante che riguarda la storia del loro figlio e, rispetto al quale, il loro racconto lascia pochi dubbi.

E così arriviamo alla mail ricevuta che, in effetti, mi conferma anche altri problemi, oltre a quelli educativi.

Da qui la strada non sarà facile e io mi auguro di farne, ancora un po’, al loro fianco.

Quante volte gli psicologi avranno fatto lo stesso, riconoscendo un chiaro problema educativo? Quante volte avranno riconosciuto il loro limite inviando i genitori da un pedagogista?

Mi sa che che ci vorrà ancora tanta pazienza.

La nuova edizione…

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(dalla quarta di copertina di Con occhi di padre – Edizioni Erickson 2011)

Un uomo alle prese con uno dei ruoli più difficili che possano toccare a un uomo oggi. Un professionista dell’educazione minacciato dai terremoti della vita. Una figlia «simpatica, testarda, buffa, insopportabile, bella e dolcissima».
E disabile.
Una storia tra un padre e una figlia che parla dell’esser padre di ogni figlio, quando i figli sono quello che sono e chiedono ai padri di inventarsi e diventare. Parole che parlano di padri ai padri. E alle madri, e ai figli, e agli uomini e alle donne che di padri vogliono sentir parlare.
Un libro nato in forma di diario, divenuto sin dalla prima edizione un motore di incontri, dibattiti, letture, esperienze teatrali. Un’opera in crescita continua, grazie agli sguardi che ha incontrato e continua a incontrare, sostenendoli.

Treni persi

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di Irene Auletta

Vi verrebbe mai in mente di salutare una ragazza di quattordici anni facendole una carezza sulla testa, quando lei neppure se lo aspetta

Vi siete mai ritrovati a parlare con adulti o ragazzi estranei utilizzando il tono in falsetto che sovente si utilizza con i bambini piccoli o nelle private relazioni d’amore?

Non ho bisogno di interrogare oltre la faccenda o di essere esperta di qualche magia per immaginare che dall’altra parte del vostro incontro ci potrebbe essere, con molta probabilità, un ragazzino disabile o un adulto con difficoltà, facilmente un anziano colpito nelle sue principali funzioni cognitive o comunicative.

Ogni volta che incontriamo la differenza, e quelle di questo tipo in particolar modo, abbiamo in genere, come minimo, due possibilità.

Cogliere l’occasione per imparare qualcosa di noi stessi, del nostro personale disagio e del nostro impaccio. Riconoscere la difficoltà ad incontrare il diverso da sè, per andare oltre le banalizzazione e i luoghi comuni che circondano l’idea di accettazione.

Oppure, possiamo rimanere di pietra, facendoci scivolare addosso l’incontro e attribuendo all’altro qualsiasi problema.

Ecco, così di certo, abbiamo perso una grande occasione per tacere, per stare fermi, per ascoltare e per dimostrare il nostro dichiarato valore.

Peccato.

La rabbia e il gesto

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Rabbia, conosco la rabbia. L’ho portata con me per molto tempo, o forse è stata lei a portami, a trascinarmi con sè. Ho le mie ragioni, del resto chi non ne ha? anche chi non ne avrebbe, comunque, riesce a inventarsele. Con estrema facilità. Nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, oso affermare che le mie ragioni sono più valide di altre e riesco anche a comprendermi. L’ho fatto, voglio dire, mi sono compreso un bel po’. Eccheccavolo! avrò diritto o no di essere incazzato? No. I sentimenti non sono terra di diritti, semmai lo è la loro espressione. Bene, allora la questione è che ho diritto a esprimere la mia rabbia e che le anime belle se ne facciano una ragione, anche se le può destabilizzare urtandone la delicata suscettibilità. Perchè, però, quando l’ho fatto mi sono sentito un imbecille?

Altro

Il gesto che funziona

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Google, amico Google… Stavo facendo una ricerca libera con la chiave “gesti che funzionano”. Così, una riflessione del tutto attuale e legata anche allo sviluppo di Difesa relazionale, vedasi qui e qui, e in cosa mi imbatto? in questo:

http://genitoricrescono.com/quando-mamma-papa-arrabbiano/

Che centra con i gesti, certo, che possono funzionare o meno, ma centra sopratutto con l’altro percorso di lavoro che mi sta impegnando, quello sulla Consulenza pedagogica, il suo senso e la sua possibilità. Giusto ieri riflettevo con Salvatore Guida e con Daniela Mainetti, durante la progettazione dell’evento sulla consulenza pedagogica che abbiamo in programma (vi terrò aggiornati), sul tipo di bisogni cui risponde questo intreccio di pratiche sociali fatto di consultazioni, gruppi di autoaiuto, counseling, coaching, supervisione, formazione, seminari e via con tutto l’armamentario pedagogico vecchio e nuovo. E i bisogni, voilà, sono chiarissimi ed esemplari nel posto che ho linkato. Insomma, nessuno può farcela da solo a educare, occorre l’esperienza degli altri che va dunque trasmessa orizzontalmente (nello spazio) e verticalmente (nel tempo). Qualsiasi cosa sia la consulenza pedagogica, ha il compito di raccogliere questo bisogno individuale (e necessità culturale) accompagnandolo nella sua evoluzione.

Imparare dalla violenza

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In Rete si trova di tutto, dopo il maledetto 15 ottobre romano. Moltissimi insulti di tutti contro tutti, i più surreali sono di quelli che condannano i violenti sui siti dei violenti con una violenza inaudita. Niente di nuovo del resto. L’escalation è consustanziale a ogni gesto violento. In risposta alla marea di insulti, mi sono imbattuto in questa nota postata su un sito di anarchici che si definiscono Antifascismo Militante. Di estremo interesse per ragionare di violenza e di difesa. La posto perchè tutti possano farlo per conto proprio. Io, naturalmente, non mi sottraggo e ne approfitto per qualche considerazione di fondo, come nota a margine delle affermazioni che potete leggere seguendo il link.

Prima tesi: la violenza è diversa se considerata un mezzo e non un fine. Questa tesi potrebbe esercitare un certo fascino e spesso l’ha fatto, producendo tragedie immani. Credere che i mezzi utilizzati non condizionino i  fini è un’ingenuità psicologica e una superficialità concettuale. Chi scrive sostiene che Black Block e gli altri manifestanti hanno gli stessi fini ma si servono di mezzi diversi, senza argomentare per nulla questa affermazione ma assumendola come verità. Sul piano pedagogico non ho mai creduto che la violenza vada semplicemente condannata senza se e senza ma. Va innanzitutto capita e non per giustificare nessuno: per imparare dalla violenza il senso della violenza, senza di che non la si può affrontare. Dunque distinguere una violenza buona da una cattiva è una pratica antica come le società umane, può ben essere continuata, ma con argomentazioni serie. Quando invece ci si limita a dire che la mia violenza è giusta e la tua è sbagliata, si è succubi di un pensiero dominante. Alla faccia di chi si crede libertario e antagonista.
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Seconda tesi: quel che sarebbe successo a Roma è colpa “di quei 15enni teppisti amanti della violenza per la violenza”. Anche fosse, la domanda inevasa se si dà per buona la prima tesi è chi ha il compito, avendo scelto la violenza come mezzo, di disciplinare i comportamenti di chi poi con la violenza ci si diverte? Dove eravate voi BB mentre i 15enni teppisti sguazzavano nelle auto in fiamme? Per esercitare una violenza strategica, come sembrano rivendicare le parole di quella nota, occorre una grande disciplina. Se la rifiuti, la disciplina, allora non hai neppure il diritto di rivendicare il diritto alla violenza come mezzo. In altre parole erano più serie, per lo meno, le Brigate Rosse.
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Terza tesi: non siamo noi i violenti ma il sistema. C’è sempre una violenza peggiore della propria che serve a giustificarla. Hitler nel ’38 invase la Cecoslovacchia per difendere le popolazioni di lingua tedesca della regione dei Sudeti. Da un punto di vista psicologico, la struttura di pensiero è quella del bambino che allunga un dito verso un altro dicendo “ha cominciato lui”. Dunque è una struttura di pensiero infantile. Sul piano concettuale, infine, questa tesi non considera il fatto che se un sistema è violento, di violenza si nutre, dunque occorrerebbe per lo meno riflettere sul rischio che combattere con la violenza un sistema violento significa alimentarlo.
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Quarta tesi: la violenza simbolica. “Siamo d’accordo con la sfasciatura simbolica delle banche”, questo c’è scritto e il fatto introduce, dopo quella di violenza giustificabile, quella di “violenza simbolica”. Nozione interessante e del tutto priva di fondamento. Parlare di “violenza simbolica” significa discriminare tra una violenza di questo tipo e una “cieca”? “materiale”? “animale”? Distruggere le vetrine di una banca sarebbe “simbolico” mentre dare alle fiamme un’auto no? o dipende dall’auto? tipo che se è una media cilindrata allora è fine a se stessa, ma se è un suv è “simbolica”? Evidentemente tutto ciò non ha senso. E non solo perchè non è così agevole stabilire dove stia al linea di confine (“aspetta, tira il sampietrino là che è “simbolico”, non qua che sarebbe fine a se stesso”…). La violenza, per gli esseri umani che vivono in un universo linguistico per il quale ogni fatto è un significato, è sempre e comunque simbolica. Lo era quella dei lager nazisti, delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, degli Hutu che con il machete affettavano i Tutzi, dei cetnici che nella ex yugoslavia impalavano i musulmani… Ogni tipo di testimonianza evidenzia che un essere umano non uccide mai “semplicemente” un altro essere umano. L’uccisione è l’atto conclusivo di un percorso che deve produrre un significato sia per chi sta per essere ucciso, sia per tutti quelli che restano e assistono a quell’uccisione. Dunque non ha alcun senso distinguere tra la violenza di chi bruciava e basta e di chi ha bruciato i “simboli del potere”. Sarà consapevole il nostro Anarchico-Antifascista-Militante che la struttura di pensiero sulla quale poggiano le sue parole è la medesima di tutti i massacratori della Storia? Forse è il caso che lo impari.
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La violenza non è tutta uguale, certo. Occorre capire se chi risponde a una violenza su di sè sia da mettere sullo stesso piano di chi la esercita sull’altro. E non è una risposta semplice. Il che implica che la violenza non vada né esaltata, quella buona naturalmente, né condannata a priori come tutta uguale e tutta cattiva. La violenza va guardata dritta negli occhi e interrogata, con disciplina intellettuale e del corpo, e con un un’unica certezza: se non può essere eliminata, occorre almeno evitare di provocarla e se ci si trova in mezzo puntare ad abbassarne la quota il più possibile. Allora se vogliamo ragionare sul maledetto 15 ottobre romano, dobbiamo rivedere filmati e ricordi per cercare quelli, e ci sono stati, che hanno tentato di perseguire questa strada. E imparare da loro.
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Tutte le Barga del mondo

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Un padre. Ancora un padre. Mi ci è voluto qualche giorno per riuscire a pensare qualche parola sulla vicenda di Barga. Dov’è Barga? Provincia di Lucca. Ma che importa, potrebbe essere successo ovunque, non è il luogo che conta. Che conta allora? Padri che uccidono figli, e viceversa, è storia di sempre, dov’è la notizia? Perchè Barga, tutte le Barga del mondo, risuonano in me in modo diverso? Sì, il figlio disabile, ma non è questo il punto. Di padri che non riescono ad accettare i propri figli ce n’è da vendere. Di questi, molti scappano, altri restano nel loro inferno senza riuscire né a muoversi né a cambiare, alcuni uccidono. Tre destini che non mi riguardano. Barga però mi angoscia, dunque il problema è un altro.

Da qualche parte l’ho chiamata “pressione di cura”. La pressione, si sa, superato un certo limite di soglia, schiaccia. A Barga, in tutte le Barga del mondo, c’era un padre che aveva accettato suo figlio, chiederò la radiazione dall’Albo per il primo pseudopsicologo che mettesse in dubbio questa evidenza. L’aveva accettato, occupandosene per decenni. “Occuparsene”, bella parola. Del resto cosa dovrebbe fare un padre se non occuparsi dei propri figli per decenni? Appena scollinate le cure materne, quelle che nei primi anni i padri assumono con variegato gusto sapendo in ogni caso trattarsi di “occupazioni” assenti nel proprio Dna culturale, si affacciano all’orizzonte i compiti attesi e temuti. Quelli che dal primo triciclo sin oltre la laurea, cambiano rapidamente inseguendo le fasi della vita che i figli attraversano di corsa. Dunque un padre può continuare a occuparsi dei propri figli anche in tarda età, quando mette mano ai propri risparmi per aiutarli a metter su casa o a tirar su nipoti. Un padre. Non il padre di Barga, di tutte le Barga del mondo.

E’ dura imboccare un figlio o una figlia per molti mesi, cambiare pannolini per due o tre anni, attenderne le autonomie per poter fare le cose assieme. A Barga gli anni sono diventati 39. Che per quel padre non erano solo quelli del figlio, ma gli anni da sommare all’età che aveva quando è nato. Significa un’infinita stanchezza. Significa il sovvertimento dell’ordine naturale delle cose, delle attese di una vecchiaia magari di solitudine, ma di riposo, di liberazione dall’ordine della necessità. In tutte le Barga del mondo, quei padri che non sono scappati, che non sono neppure rimasti a far tappezzeria, hanno faticosamente trovato dentro di sè ciò che non c’era, per adattarsi a compiere gesti sempre uguali, giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Ogni volta più pesanti.

Certo, lo Stato assente, i tagli alla spesa pubblica, il welfare fatto a pezzi, le famiglie lasciate sole. Ma questo vale per mille altri problemi e non mi piace pensare che Barga possa essere assimilata ai mille altri problemi dell’assistenza rarefatta, della solidarietà smarrita, dei diritti negati. A Barga si è consumata una mostruosità che non è l’uccisione del figlio per mano del padre: sono i 39 anni di accudimento inesausto spacciati per normali sino a quando, per non esserlo più, finiscono in tragedia. Non c’è nulla di normale nelle pratiche di cura infinite e senza prospettive, sono un’invenzione della contemporaneità che il mondo umano non ha mai conosciuto e per le quali noi padri umani non siamo attrezzati. Io non mi incazzo pensando d’esser lasciato solo a occuparmi di un mio problema. Mi incazzo al pensiero d’esser lasciato solo a occuparmi di un problema che è del mondo intero, come se fosse solo mio.
Non riesco nemmeno a immaginare di far del male a mia figlia, del resto non riesco neppure a immaginare cosa sarò, se sarò, quando lei avrà 39 anni. Quel che so è che quando un padre si occupa di una tale impossibilità antropologica, se ne sta occupando per conto di una società che prima l’ha creata e poi scaricata sulle spalle di chi se l’è trovata fra le mani. Ed è questo che vorrei veder riconosciuto. Per Barga e per tutte le Barga del mondo.

Richiami

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“Papà! Papà!” urlava di brutto quel ragazzino vicino agli scogli, con l’acqua sino alle spalle. Cazzo, vuoi vedere che sta annegando? Il padre gli risponde da un cento metri più in là: chevvoi?. E il ragazzino: me porti affà ‘n giro?… L’avessi fatto io a suo tempo, mio padre di giri me ne avrebbe fatti fare anche due. A schiaffoni.

Domande importune

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Il dito sul gattoQuanti anni ha? Era la quarta volta che lo chiedeva. Noi impegnati sul muretto davanti alla doccia, come ogni fine mattinata trascorsa in spiaggia, con una Luna urlante perchè tre gettoni uno dopo l’altro e relativi scrosci le sembrano comunque pochi. Certo, non ci si aspetta che una quattordicenne protesti in quel modo in pubblico per una doccia troppo corta, ma per Luna interrompere qualsiasi cosa le piaccia è una tragedia insostenibile, e l’unico modo che conosce per interpretarla è urlare.

La ragazzina attanagliata dal problema dell’età di nostra figlia, di anni ne doveva avere otto o nove, forse dieci. Quanti anni ha? Nel caso non avessimo capito, puntava insistentemente il dito sul suo oggetto di interesse. Per tutta risposta, il silenzio. Alla prima, alla seconda, alla terza, alla quarta. Alla quinta la mamma di Luna le risponde, secca, che non ha alcuna intenzione di risponderle. Sopratutto davanti a sua figlia. Era la madre, ma avrei dovuto rispondere io. O forse era il padre di sua madre che ha preso la parola.

Alla sua età non mi sarei mai permessa! appunto, il permesso. Non sembra più necessario. In fondo un bambino fa una domanda a un adulto, l’adulto non risponde, il bambino lascia perdere. No. Gliela rifà. E poi gliela rifà ancora e poi ancora. E non a tre o quattro anni, che passi: a otto o dieci. Lasciamo pure stare l’oggetto della domanda e la sua ovvia impertinenza, perchè un bambino di quell’età non sa che se un adulto non risponde a una domanda non vuol dire che sia sordo?

Il principio di Autorità è scomparso, va bene, e non lo si può resuscitare. Del resto probabilmente va anche bene così. Ma urge sostituirlo con qualcosa d’altro. La sequenza veteropedagogica a) non si fanno domande agli adulti se non sono sollecitate b) se si fanno e non si ottengono risposte, non si deve insistere c) se si insiste bisogna predisporsi alle conseguenze, non ha più corso legale. Facciamo allora che impariamo a sostenere i costi delle domande, tipo che un adulto sconosciuto ti dice in faccia davanti ai tuoi genitori che sei importuna e impertinente. E che non avrai la risposta che cercavi. Non penso le costerà molto in psicoterapia, in futuro, però dovrebbe essere un’ottima opportunità per i prossimi appuntamenti educativi in famiglia.

Educazione ed evoluzione

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Vuoi dire che tocca di riscrivere Lezioni di pedagogia interazionale e magari anche la prima parte del Setting pedagogico …? Diavolo di un Pievani, leggo e poi vedremo. E comunque resta aperta una questione: saremo pur vissuti a fianco di molte altre specie di ominidi, ma la domanda aperta resta una, come mai siamo rimasti soli?

Telmo! Ricordi l’ipotesi di ricerca sulla chance adattava costituita dalla capacità di insegnare…? Son sempre pronto a riprenderla in mano.

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