Passeggiando nel tempo

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di Irene Auletta

Negli ultimi tempi gli incontri con mia  madre si sono trasformati in viaggi nel tempo. Il segreto è non porre resistenza e farsi accompagnare in sbalzi da capogiro, in un movimento continuo tra passato prossimo e passato remoto, con qualche puntatina nel presente.

Diversamente da chi in tali situazioni si angoscia, io ho scoperto la via della curiosità e la possibilità di stupirmi insieme a lei di qualcosa che, anche ripetuta a distanza di cinque minuti, diventa una sfiziosa novità.

Ti stupisci della tua età e della mia e riesci sempre a dirmi che sono sciupata e troppo magra.  Dai mamma non è poi tanto vero, ti dico nel nostro ultimo incontro. Allora mi sorridi e con candore mi rispondi che forse mi “sono fatta vecchia”. Replico ridendo che questo è troppo e le ricordo ogni volta le sue di primavere! Ma veramente? Allora mi sono fatta vecchia pure io!

Così va meglio.

Ti faccio vedere spesso qualche foto di Luna, solo un paio perché di più fai fatica a seguirle e non di rado commenti chiedendomi se riesce a farsi capire. Questa tua domanda mi commuove sempre perché era la tua preoccupazione di sempre nei suoi primi anni di vita e colgo lo stupore quando ti ricordo che ora ha ventisei anni.  Cerco di raccontarti solo cose belle e leggere ma ogni tanto mi punti gli occhi negli occhi e sei tu, che mi osservi nel profondo. 

Quante cose pesanti la vita ti ha messo sulle spalle … Lo dici quasi a bassavoce, come fosse un sospiro.

Non faccio neppure in tempo a trattenere le ultime battute che sei già altrove, indietro di trenta, venti, dieci, cinque anni fa.

Mi torna in mente la bellissima frase di film che ho visto di recente. “A volte è meglio non sapere le cose. Il bello della vita è proprio questo: ignorare che cosa accadrà domani; anzi, che cosa accadrà tra un istante. Del resto, come potremmo nutrire qualche speranza sul nostro futuro, se lo conoscessimo già?”.

Appunto.

Quando mi riprendo dal mio vagare, ti vengo a cercare in un altro tempo e così fino alla fine del nostro incontro, con il tuo saluto che ripete sempre le medesime parole con cui mi accogli. 

La mia Irene … la mia Irene.

E così ti saluto incrociando il tuo sorriso stanco mentre i tuoi occhi sono già di fronte ad un altro paesaggio a guardare chissà cosa. Ogni volta devo fare pace con il desiderio di esserci di più e con la mia vita che decide le sue battute spesso incurante di ciò che vorrei non perdere o trattenere il più possibile. 

Dopo ogni visita, ritorno pian piano verso casa accarezzando attimi di nostalgica malinconia in compagnia dei temporali e delle schiarire del cuore.

Quando torno da te figlia mia, il tempo è quello di un magnifico e terribile inesorabile presente.

Luna lo sai cosa ho raccontato alla nonna? Le guardiamo un po’ di foto delle tante cose belle fatte insieme? 

Nel tuo tempo dell’eterno presente i ricordi, tra profumo di violetta e Leocrema, mi riportano in equilibrio tra i miei affetti più cari e profondi e proprio lì, il battito trova attimi di quiete e di felicità.

L’aula e la classe (La sala professori Ep finale)

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di Igor Salomone

Con questo episodio si conclude la miniserie dedicata al film La sala professori. Spero nel frattempo chi voleva vederlo l’abbia visto così può lanciarsi nella lettura delle mie riflessioni in proposito. Ci sono moltissimi SPOILER, quindi procedete solo se siete più interessati ai miei sproloqui pedagogici che al film. L’ultimo episodio, come spesso succede nelle serie televisive, è piuttosto lungo, armatevi di pazienza e vi assicuro che ho trascurato diversi momenti interessanti per non dilungarmi eccessivamente. Magari chi invece ha visto il film e non trova alcuni passaggi nella mia analisi, può sempre porre domande nei commenti, sia su Fb che sul blog.

Ah, lancerò a breve un invito alla mia prima Live Stream su YouTube. Ebbene sì quella mi mancava, ne sto seguendo un bel po’ e mi sono detto perchè non provo anch’io?

La data prevista sarà il 13 aprile alle 10 del mattino (è un sabato) e avrà come titolo probabile:

“La scomparsa dell’educazione è una deep fake”

Arriverà il link sui social e via mail. Non avete che da collegarvi.

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Come ho detto nell’episodio 1, il titolo del film La sala professori è fuorviante: mette al centro della vicenda una scena che non lo è affatto. Una scena non è un semplice spazio allestito e adibito, ma un luogo nel quale si snodano vicende varie, ognuna delle quali si pone come momento-scena con regole e significati suoi propri. In una sala professori si possono tenere riunioni tra docenti, colloqui con gli studenti, persino approntare un videospionaggio per cogliere in flagrante qualche collega, utilizzo improprio praticato nel film e al centro di tutti i conflitti successivi. In tutti i casi la “sala professori” non è solo uno spazio esclusivo dove i docenti si incontrano, leggono, preparano le lezioni, correggono i compiti, ma è di volta in volta una sala riunioni, un spazio colloqui, una scena del crimine. Che il contenitore sia definito dal contenuto lo dimostrano alcuni piccoli ma significativi tratti: nelle riunioni è presente anche la preside che non è tecnicamente una docente, i colloqui prevedono almeno un alunno o un genitore, anch’essi evidentemente estranei al corpo docente, e il videospionaggio espelle dalla sala tutti i ruoli normali, introducendo i personaggi del sospettato e dell’investigatore.

Insomma, abbiamo un solo spazio con la sua struttura materiale, ma diverse scene eterogenee tra loro. Alcune possono essere considerate scene educative, altre no. Un momento in cui i docenti si riuniscono oppure correggono i compiti, non è una scena educativa. Tanto basti per sostenere che la sala professori non è il centro della narrazione. Devono essersene accorti anche regista e sceneggiatori, perchè il film è pieno di scene educative che si susseguono intrecciandosi tra loro.

Quindi cominciamo da principio: lo spazio clou della vicenda è l’aula dove l’insegnante di matematica insegna alla sua classe di studenti presumibilmente del primo anno. L’insegnante entra in aula e tipicamente trova un gruppo di studenti e studentesse occupato a fare ciò che fanno tutti i gruppi classe prima che inizi la lezione: parlano a gruppetti, giocano a qualcosa, si bullizzano un po’, qualcuno ripassa, in un vociare collettivo inconfondibile. La docente non profferisce parola, resta in piedi, allarga le braccia, palmi delle mani rivolti verso l’alto, portando in su entrambe le braccia. Nell’aula il rumore di fondo svanisce lasciando spazio al silenzio. Parte un breve battimani offerto dalla professoressa seguito da un battimani ritmico altrettanto breve di risposta da parte della classe. A quel punto tutti sono seduti al proprio posto, in silenzio, e la lezione può iniziare.

Solitamente scene di questo tipo, raccontate o rappresentate in un film, scatenano la pancia metodologica di ogni educatore. E si formano fazioni. Chi plaude all’idea, chi la considera irreale e non praticabile, chi la mette n croce come pratica politicamente non corretta. Si possono formulare i giudizi più disparati su una tecnica di questo tipo, e possiamo stare certi che su dieci educatori o insegnanti o genitori, avremo dieci giudizi differenti. Se non di più. E tutti non colgono il nocciolo della questione: cosa sta facendo concretamente l’insegnante, al di là che lo faccia bene, male o così così.

Le scene educative non si snocciolano senza soluzione di continuità, tra l’una e l’altra si colloca un momento di transizione necessario sia perché si passa quasi sempre da un sistema di regole a un altro, sia perchè l’avvio di un momento-scena istituisce la scena connettendola a quelle precedenti dello stesso tipo. In altre parole, l’insegnante letteralmente “avvia” la scena con un rito collettivo che ricorda a tutti con chi sono a fare cosa.  E presidia quel momento in modo chiaro, al punto che il concertino ritmico si ripete anche durante la lezione quando succede qualcosa che la interrompe e occorre riavviarla.  Detto questo e solo detto questo possiamo avanzare riserve sul metodo particolare che ha utilizzato. Magari un rito sempre uguale non era il caso, oppure poteva essere inadeguato all’età degli studenti, o anche rivelarsi troppo prescrittivo e autoritario. Comunque sia, quel momento di avvio della scena è cruciale, puoi gestirlo male, in modo banale e semplicistico, oppure ignorarne l’esistenza, ma quella transizione non puoi evitarla perchè è una struttura profonda dell’educazione.

Che la scena non vada confusa con il luogo è reso plasticamente anche dalle lezioni di ginnastica che l’insegnante di matematica si trova a tenere, non so per quale strana alchimia della scuola tedesca. La classe è la medesima, l’aula subisce una metamorfosi assumendo le sembianze di una palestra, il movimento dei corpi è radicalmente differente e l’insegnante, libera dal vincolo dei banchi, fa dialogare gli studenti attraverso il movimento e il contatto fisico. Non è questione di aver sostituito una lezione frontale con un po’ di movimento in salsa psicomotoria, si tratta di vedere come uno stesso momento-scena può evolvere in spazi differenti utilizzandone le possibilità intrinseche, anche se, come accade nel film, il cambio di registro non risolve il problema che voleva risolvere, ovvero il conflitto tra due ragazzi generato dal casino che aveva messo in piedi l’insegnante per giocare a CSI.

L’inefficacia dei tentativi della professoressa tocca il suo punto massimo quando l’intera classe la boicotta mantenendo un rigido silenzio davanti alle sue domande. L’acme drammatico si raggiunge quando uno dei ragazzi dice all’insegnante sempre più attonita e impotente: “noi facciamo questa cosa di battere le mani solo per lei”. Dimostrando con questa uscita che anche da parte dei ragazzi non è in discussione l’importanza di quel momento di istituzione della scena ma il modo tutto sommato goffo con il quale l’insegnante l’ha trattato. Poteva andar bene sino a un certo punto, ma nel momento in cui l’insegnante perde tutta la sua credibilità, la tecnica che utilizza appare improvvisamente povera e un po’ ridicola, anche agli occhi della classe. Ma non il momento di transizione che istituisce il momento-scena, che emerge dalle ceneri del metodo per stagliarsi in tutta la sua necessità.

Vedere con lucidità la struttura e il significato di questo momento-scena, la lezione, permette di capire che il conflitto tra l’insegnante, la segretaria, la preside, i genitori, lo studente e nel gruppo classe, si gioca in un campo nel quale ciò che accade acquista di senso proprio perchè accade in quel campo. Siamo a scuola, quindi in un luogo sociale preposto a insegnare agli studenti i fondamenti della cultura e le derivate disciplinari necessarie per apprendere quei fondamenti e farli propri. E per far questo ogni insegnante deve chiarire ogni maledetto giorno cosa sono lì a fare e perchè, presidiare le differenze tra i momenti-scena attraversati nel corso della giornata, affrontare ed esplorare i temi emergenti con tutti gli attori coinvolti. Il pedagogico è una questione di postura da assumere prima che di metodi da applicare o di obiettivi da raggiugnere.

Ne La sala professori, invece, tutto ciò si dissolve nell’infinita serie di incontri più o meno infuocati che seguono il fattaccio commesso dall’insegnante alla ricerca del colpevole. Il tema del rapporto tra verità, rispetto e fiducia, non viene affrontato con la classe, mettendo gli studenti nelle condizioni di sottrarsi alle parole e ai residui di intenzionalità educativa rimasti e allargando questa débâcle a tutti gli studenti della scuola. Alcuni studenti, se non ricordo male i rappresentanti di classe, vengono sottoposti a un interrogatorio e stretti al muro in forte difficoltà, nel consiglio di classe gli stessi studenti, già in precario equilibrio tra il loro ruolo organizzativo e quello di educandi, sembrano voler sparire confondendosi con la tappezzeria, gli incontri con i genitori dei ragazzi coinvolti seguono lo standard del chi difende chi, lasciando il figlio/studente del tutto inascoltato, il giornalino della scuola infine diventa un’arma che gli studenti tutti brandiscono per difendersi dal casino che non hanno creato loro ma che li ha tirati in mezzo a loro insaputa e il successivo atto di censura promulgato dalla preside trasforma un evento, che potrebbe essere squisitamente educativo per tutti, in uno scontro dall’amaro sapore ideologico.

Peccato, ognuna delle scene educative proposte dal film avrebbe potuto essere trattata come una scena educativa. Invece di fatto lo è stata comunque, a insaputa di tutti gli attori, insegnando ai ragazzi, se ancora ne avessero avuto bisogno, che degli adulti non ci si può fidare, che la scuola disattende le proprie promesse e che non è un ambiente protetto capace di affrontare e aiutarli a risolvere i loro problemi, piuttosto tende a crearli. L’unica speranza è da riporre nella capacità di una insegnante, magari proprio la responsabile di tutto il casino, di ricostruire una relazione dal vago sapore educativo con la vittima designata di tutta la faccenda sospesa da scuola ma decisa a restarci incollandosi alla sua sedia e arroccandosi dietro un muro impenetrabile di silenzio. Qualcuno probabilmente in questa scena a due finale, scorge i riflessi di un grande successo nato dall’ascolto del silenzio triste dello studente grazie al silenzio accogliente dell’insegnante, ammutolita dai fatti ma trasformatasi in questa scena giocata ai supplementari, in una muta consapevole. Ma è un errore di prospettiva. Per farla funzionare l’insegnante ha dovuto chiudere a chiave la porta dell’aula dopo aver mandato via la classe con un altro insegnante, trasformandola in uno spazio pseudo-terapeutico e, soprattutto chiudendo fuori gli altri, la preside, il suo vice e, simbolicamente, l’intera scuola. E quando per affrontare un problema scolastico si lascia fuori l’intera scuola, trovo difficile si possa in alcun modo parlare di successo educativo.

Prospettive del cuore

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di Irene Auletta

Ogni stereotipia (schema comportamentale rigido, compiuto in maniera ripetitiva e continua, senza alcuno scopo o funzione apparente) sembra peggiore della precedente e ogni volta il percorso da fare deve aggrapparsi alle parole magiche. Passerà, passerà, passerà.

Il “bello” delle tue stereotipe è che poi in effetti passano. Il brutto è che mentre ci sono ti cambiano profondamente nell’umore, nel comportamento e negli stati d’animo. Difficile non farsi contagiare e rimanere,  come dice Vito Mancuso, in equilibrio tra le due fondamentali esperienze esistenziali. La bellezza e la sofferenza. 

Di sicuro io soffro tantissimo e in quei momenti il richiamo alla bellezza non è sempre facile, soprattutto perché il contesto che ci circonda ci restituisce esattamente il contrario. 

Mentre stiamo andando in piscina per il nostro appuntamento TMA del martedì, ti racconto a modo nostro come possiamo fare a superare questa nuova difficoltà. 

Senti, te lo ricordi che Giulia ti sta insegnando a scendere in vasca con la scaletta? Eh … salire e’ fatta ma scendere all’indietro e tutta un’altra storia. Secondo me ci sei quasi e ce la farai sicuramente!

Così, una volta arrivate, ti saluto come da rituale e mi posiziono, per non disturbare la tua esperienza in acqua, in un punto dove non puoi vedermi. Segui l’istruttrice e con molta serenità ascolti le sue indicazioni mentre sperimenti la discesa in acqua con la scaletta. Pochi passaggi per te impegnativi e sei in acqua accolta dal suo applauso. 

Lì vicino, sulle panche a bordo vasca, ci sono mamme e papà di bambini piccoli che, al tuo confronto, stanno facendo acrobazie da Cinque du Soleil. Mentre ti guardo commossa quando l’istruttrice solleva il pollice nella mia direzione, incrocio lo sguardo di una mamma che mi guarda curiosa e forse anche un po’ stupita. Chissà cosa penserà.

Le sorrido perché ormai ho imparato che la nostra esperienza, oltre che per noi, può essere preziosa anche per chi ci osserva. Solo per chi ha occhi e cuore per farlo. Altrimenti, mi dispiace per loro.

Torno a te e stavolta ti mando un bacio al volo mentre esco.

A fra pochissimo amore. Ti aspetto con il tuo abbraccio fresco e bagnato e so già cosa potrò raccontarti nel nostro viaggio di ritorno a casa. 

E la stereotipia del momento?

Passerà, passerà, passerà. 

La sala professori – Ep 1

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Di Igor Salomone

(Occhio, il post è pieno di SPOILER. Se avete intenzione di andare a vedere il film senza i miei commenti in testa, fermatevi qui. Altrimenti, buona lettura)

Non riesco da anni a vedere un film o una serie senza leggerli in salsa pedagogica. Figuriamoci se il film o la serie sono esplicitamente focalizzati su temi educativi. Per questo ho avvertito una certa resistenza nell’infilarmi al cinema per vedere “La sala professori”. Niente da fare, soffro di una vera e propria compulsione che mi ha costretto ad analizzarne le dinamiche educative.

Ovvio, direte voi, il set è una scuola, media suppongo, e i personaggi sono professori, presidi, personale, studenti, genitori. Cos’altro avrei mai dovuto vederci? Ma la vicenda può essere narrata in modo molto standard, tipo: i rapporti difficili tra un’insegnante di matematica e la sua classe e i dilemmi educativi che sorgono quando l’insegnante tenta di scagionare i ragazzi dalle accuse implicite di essere gli autori di alcuni furti avvenuti a scuola. I furti sembrano compiuti nella sala professori e l’insegnante cerca di verificare chi può essere stato scegliendo una tattica inaudita: gira un video con il computer che sembra tirare in causa la segretaria della scuola. Da qui le cose precipitano e inizia un tutti contro tutti: alunni contro alunni, preside contro insegnanti, genitori contro insegnanti e, sopratutto, tutti contro l’insegnante di matematica. In ballo ci sono il rispetto dell’Autorità versus il rispetto dei ragazzi che i ragazzi stessi rivendicano. Per non parlare del conflitto feroce scoppiato tra l’insegnante protagonista e la segretaria presunta colpevole. Conflitto che scatena in parallelo un conflitto ancor più pesante con il figlio della segretaria, alunno dell’insegnante di matematica.

Insomma, un casino. Ma la ciccia pedagogica dov’è? Sì certo, il gioco dei valori, il rispetto di ognuno per tutti contrapposto alla “tolleranza zero” sostenuta dalla Preside. Una lettura standard del fenomeno educativo, appunto. E anche piuttosto noiosa, di quelle viste e straviste in mille narrazioni simili. Alla fine si riduce tutto a un gioco di relazioni che conduce a imbuto alla centralità della relazione educativa tra l’insegnante protagonista e il suo alunno, figlio della presunta ladra. Per dirla con i più, la relazione educativa fondata sull’ascolto e l’empatia alla fine vince in un tripudio di emozioni, con la ricollocazione al centro della vicenda del ragazzo-alunno-figlio, portato in trionfo nella scena finale su una sedia sostenuta a spalle da due poliziotti.

Rrronffff…

(Nel secondo episodio: perchè il titolo è fuorviante, che struttura emerge in filigrana dalla vicenda, cosa sceneggiatori e regista hanno raccontato veramente, probabilmente senza neppure saperlo, ma sarebbe interessante chiederglielo)

Perchè ne so più di te

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di Igor Salomone

Lui è un personaggio chiave per la difesa di una casa dalla decadenza. Sappiamo tutti quanto velocemente possa aumentare il degrado del posto che abitiamo: cose che si accumulano e non trovi mai il tempo di portare in discarica, esistenze che maturano bisogni differenti stratificando ere geologiche di oggetti, impianti che invecchiano, mode che passano abbandonando le loro tracce nell’arredo. Una volta se ne occupava l’uomo di casa, non certo io, sempre attanagliato tra necessità evidenti e la supponente sensazione che il semplice cambio di una lampadina fosse un’insostenibile perdita del mio preziosissimo tempo.

Nei decenni però, le competenze del manutentore casalingo si sono così frammentate da richiedere per ognuna l’intervento di uno specialista. O di una cooperativa sociale per lo sgombero del ciarpame ormai ingovernabile.

Lui invece è un tecnico d’altri tempi. Elettricista di base, è da trent’anni sempre disponibile a farsi largo tra i suoi numerosi interventi per venire da noi, mettere mano su ciò cui può mettere mano e indirizzandoci a chi di dovere quando si arriva al confine delle sue competenze.

L’ultima volta ci è venuto in soccorso perchè a forza di aggiungere elettrodomestici, device elettronici, punti luce, il groviglio di fili e di riduttori montati su altri riduttori aveva raggiunto, anzi superato, un livello di guardia preoccupante. Temevo un’ispezione improvvisa di qualche Autorità preposta alla sicurezza delle abitazioni. Sentivo che mi avrebbero passato per le armi sul posto senza nepppure uno straccio di processo.

Arriva fiancheggiato da un assistente che scopro essere suo figlio. Che bello, ho pensato immediatamente, c’è ancora qualche giovane che impara il mestiere del padre e in prospettiva ne rileverà l’attività. Lo dico a entrambi, separatamente. Il padre tecnico mi racconta che è contento anche lui anche se non è stato facile perchè inizialmente il figlio aveva preferito, dopo un breve tirocinio con lui, un lavoro sotto terzi. Ma alla fine era tornato, spontaneamente e anche notevolmente cambiato.

La prima esperienza assieme era stata piuttosto burrascosa. “Faceva le cose come le aveva in testa lui e combinava un sacco di casini”. Quando dopo il periodo di distacco è tornato, il padre ha messo in chiaro i termini della questione così: “Sia chiaro che devi fare come ti dico io. E non perchè sono tuo padre, ma perchè ne so più di te. Trent’anni di esperienza più di te”

Avrei voluto fargli una ola.

Ormai trovo il pedagogico nelle pieghe più sottili della vita quotidiana. Ci sarebbe da scrivere un trattato su quell’asserzione perentoria del tecnico-padre rivolta all’apprendista figlio. Non preoccupatevi, non lo farò. Mi limito, coerentemente con lo spirito di questo luogo di scrittura, a lanciare qualche provocazione prima di una chiosa finale a mo’ di morale educativa sulla quale meditare.

Quanti genitori sono in grado di dire e dirsi “cosa ne so di più” per poterlo insegnare ai propri figli? Forse molti. Un bel “ai miei tempi”, “ perchè lo dico io”, “quando sarai grande capirai”, non si nega a nessuno, pescando nel mucchio folto e confuso degli standard pedagogici di sempre. Ma questo non significa saperne di più, nè tanto meno essere credibili quel tanto che basta a convincere chi impara che ne vale la pena.

“Saperne di più” implica avere qualcosa di significativo da dire sulla vita e le sue sfaccettature, qualcosa che possa avere un senso anche per chi non ha la tua stessa esperienza. Non importa se più giovane o più vecchio, parente stretto, conoscente o estraneo, quel che conta è riuscire a vedere nell’esperienza dell’altro degli insegnamenti possibili.

Ci siamo convinti nei decenni, noi figli di questa cultura individualista a oltranza, che nessuno possa dirci nulla e che ognuno deve imparare da ciò che fa e non da ciò che ha fatto qualcun altro. Bene, è stato anche un guadagno. Abbiamo buttato alle ortiche un sacco di immondizia scaduta da tempo come il principio di autorità o l’idea che trasmettere la propria esperienza fosse una semplice trascrizione da una mente a un altra. Però ci siamo dimenticati che l’educazione è esattamente questo: far sì che quel quid che io so e che tu non sai, possa in qualche modo esserti utile. Anzi, che possa essere utile a entrambi. E’ una responsabilità della quale ci siamo liberati in fretta, con un certo sollievo, lasciando all’altro il compito di imparare solo da se stesso e soltanto il cazzo che vuole, così si realizza.

L’educazione o è una responsabilità collettiva o non è nulla. Su questa responsabilità si sono evolute le culture umane e abbandonarla non può che portarci alla decadenza. Per fortuna ci sono ancora gli adulti-artigiani pronti a tenere in piedi quel che resta di casa nostra. Quindi chapeau mio caro mastro-elettricista, che la tua sapienza pedagogica possa salvare il mondo. O, per lo meno, quel pezzo di mondo che abiti.

Malattie pedagogiche

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Di Igor Salomone

Cosa insegna l’esperienza della malattia? Chiederselo sembra diventato un must. Proverò a dare una risposta sintetica, poi espando: l’esperienza della malattia insegna a star dentro la malattia, sempre che riesci o te ne dia il tempo.

Lo so è poco, le risposte più gettonate sono altre: la malattia ti insegna quali sono le cose importanti della vita, ti mostra quello che sei, ti mette in contatto con l’essenza delle cose al di là della superficialità del mondo che abitiamo. Allevi a Sanremo, uno dei tanti personaggi famosi che l’esperienza della malattia l’hanno o la stanno attraversando, in un impeto accorato un po’ francescano, ha parlato della “scoperta della meraviglia del creato”.

Non so, ma tutte le belle cose che dovrebbe insegnarmi la malattia le sapevo già. Certo, si può sempre approfondire, ma erano nelle mie corde con l’insegnamento, la pratica marziale, la meditazione, la passione per la montagna, la lettura e la scrittura, le amicizie, l’amore, per non parlare di quell’immenso bacino di insegnamenti che è stata la vita con mia figlia. Avrei potuto continuare a imparare per quelle vie. E invece no. Quelle vie mi sono in gran parte precluse.

Occorre prendere atto, ed è stato tremendamente doloroso, che la malattia è terribilmente gelosa e ti impone di pensare sempre e solo a lei. Puoi concentrarti su altro e cercare di ignorarla, ma quella si fa più aggressiva, torna dall’oblio nel quale avevi cercato di confinarla e ti riacchiappa. In questi ultimi tre anni non so più quanti progetti ho tratteggiato nella mente per il “dopo”, sempre più piccoli e apparentemente a portata di mano. Ogni dannata volta è comparsa un’evoluzione delle patologie che li hanno sgretolati, impediti, dissolti. Quindi ora respiro, che non è un progetto ma è già tanta roba, e vedo come butta.

Quindi sto certamente imparando dall’essere malato, tipo che la meraviglia del creato non ha bisogno di tramonti tropicali per illuminare il nostro sguardo. All’uscita di un padiglione del Policlinico milanese, ero seduto su una panchina in attesa di chi mi doveva venire a prendere. Vicino alla panchina un’aiuola striminzita sovrastata da un albero semi soffocato dal cemento. Ho allungato una mano e ho accarezzato quel po’ di erba spelacchiata dalla quale spuntavano fiorellini anonimi che una volta non avrei degnato di uno sguardo. Quella è stata la mia esperienza attuale di incontro con la meraviglia del creato.

Ma la malattia mi insegna anche che il creato è tale perchè poi muore, e se veramente vogliamo imparare, è necessario fare i conti con la fine.

Fare i conti con la fine è una delle strutture profonde dell’educazione da sempre. Per questo ci siamo inventati i Paradisi, gli Aldilà, i fantasmi, gli Dei, i funerali, le sepolture. Dove va chi muore è una delle prime domande che fanno i bambini agli adulti. Insegnare ad affrontare questa domanda è una delle responsabilità educative fondamentali perchè imparare a stare al mondo implica prepararsi ad abbandonarlo.

L’esperienza della malattia, propria o di chi ci sta vicino, è quindi l’orizzonte più adatto per insegnare qualcosa sul senso della vita. Mentre noi ci perdiamo dietro alle soluzioni che certamente troveremo, alle cure miracolose che ci guariranno, alle consolazioni che confortano noi e non chi sta soffrendo, sino ad arrivare alla vera e propria negazione che solitamente inizia con “vedrai”, “stai proprio migliorando”, “non dar retta ai dottori”, “poi torneremo a fare quello che abbiamo sempre fatto”, in un’orgia di ottimismo compulsivo, come ho imparato a chiamarlo, sempre più lontano dalla prospettiva di chi con la malattia si accompagna tutti i giorni.

A ben vedere non si tratta di rinunciare ad educare, con i fondamenti della vita è impossibile, si tratta al contrario di insegnare ad evitare tutto ciò che può far soffrire, perché poverino il bambino, l’adolescente, il vecchio, non ha senso farli star male. E, cosa ancor più evidente, insegnando nel contempo ad assumere la stessa postura esistenziale, tutta tesa al benessere e alla felicità, con chiunque in qualsiasi situazione.

Tutta la civiltà occidentale è votata a questo sguardo e a questo insegnamento, che ne erode le stesse fondamenta, visto che poggia su un cultura raffinata della tragedia. In questo sì siamo in tempi di decadenza. Ma niente paura, legioni di educatori di culture diverse dalla nostra sono già pronti a prendere il nostro posto. Intanto, mi raccomando non perdiamoci l’aperitivo e il prossimo viaggio alle Maldive.

P.s. Grazie a tutti per la grande attenzione dedicata al mio post precedente. Sembrava mi steste aspettando da tempo. Sono tornato è vero, non so per quanto, e dedicherò il tempo che mi resta a insegnare il senso dell’educazione nelle sue strutture profonde. Nel frattempo mi divertirò portando in discarica quel simulacro che ne ha preso il posto da decenni e che sempre più rapidamente rischia di confinarci ai confini di un mondo incamminato verso un futuro che abbiamo creduto ingenuamente passato.

Significati puliti

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di Irene Auletta

Pensandoci bene, noi genitori con figli disabili, insieme a chi sceglie di farlo per professione, siamo chiamati ogni giorno a fare cultura sui temi relativi alla disabilità e alle culture che vi ruotano intorno. 

Lo facciamo (o dovremmo farlo appena possibile!) assumendoci un ulteriore carico che sovente si traduce in una sorta di pulizia e riordino dei gesti e delle parole. Io, non senza costi aggiunti, ho scelto questa via da anni.

Le persone con disabilità sono bambini, ragazzi, uomini e donne e hanno il diritto di essere allegri, tristi, insopportabili, curiosi, annoiati, incavolati, amorevoli, intelligenti, straordinari, antipatici, motivati, simpatici.  Hanno il diritto di non essere imbrogliati, banalizzati e infantilizzati.

Come noi tutti. 

E qui farei subito una bella pulizia raccogliendo in un cestino gran parte di quelle parole stereotipate che abitano tante culture della disabilità e tanti servizi. Solo per fare un esempio mi vengono subito in mente: adeguato, collaborativo, ragazzi (per sempre), oppositivo, testardo, capriccioso, sfortunato, gravissimo, povero … naturalmente il tutto declinato indifferentemente anche al femminile!

Sulla cura dei gesti invece non mi stanco mai di ricordare il rispetto dell’altro, della sua volontà, del suo limite, del suo corpo, del tuo ritmo. Esattamente come lo stesso vale per i bambini piccoli e per gli anziani. Facile a dirsi, a fare proclami e a sostenere bandiere, ma nella realtà vera, ogni giorno, si incontrano contraddizioni, sbavature, comportamenti e culture emergenti che, in modo più o meno consapevole, negano ciò che viene sostenuto.

Forse dovremmo con più onesta’ nominare le difficoltà che si incontrano nell’incontro con la diversità, nelle sue molteplici forme, e farci allievi desiderosi di imparare sbagliando piuttosto che assertori di fragili verità.

Il fatto di avere una figlia disabile non mi apre tutte le strade e neppure mi rende capace di essere sempre così attenta, disponibile e capace di fronte all’altrui diversità. Mi sento tante volte a disagio, incapace, timorosa e conosco bene la voglia di scappare, voltare la faccia e anche di pensare che in fondo poteva anche andarmi peggio … o meglio.

La fragilità può essere contagiosa e, ogni volta che ci abita vicino, o corriamo il rischio di farci sommergere oppure riusciamo ad assaporarne inedite occasioni per trasformarla in forza. Una ricerca che non finisce mai, perlomeno, così è per me.

In questi giorni sei particolarmente dolce e affettuosa, in quel modo e con quella grazia che con pazienza e tenacia, hanno raggiunto anche le corde più severe del mio cuore. Il dono, figlia mia, per me non sarà mai la tua disabilità e non smetterò mai di soffrire per tutto ciò che la vita  ti ha negato.

Il vero dono è quello che, ogni giorno, mi permetti di imparare e che, come madre, provo a restituirti grata, tra gioia e dolore, rabbia e stupore, orgoglio e sconfitte, meraviglia e disincanto.

Mentre guido verso casa la tua mano innocente mi sfiora e per un attimo ciò che più conta è li, al mio fianco. E così riemerge la parola dono. Odiosa, ambivalente, fiduciosa, insopportabile, auspicabile. 

Vuoi dire che la ricerca, tra le mille pieghe dei significati, non finisce mai? Allora te lo prometto in silenzio, ancora e ancora. 

Andrò avanti Luna, continuerò a spazzare parole e a riordinare i gesti. 

Fino alla fine.

Magie in viaggio

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di Irene Auletta

La malattia neurologica è davvero bastarda e lo sanno bene le persone che ci vivono accanto, come me.

Sono stati giorni difficili che, fra tante altre complicazioni aggiunte, hanno contribuito a rendere davvero pesanti le ultime settimane. Tante crisi con molti tremori che spesso ti hanno dato il buongiorno non lasciandoti tregua fino alla sera, in barba alla terapia farmacologica.

In queste situazioni non cambia solo il tuo umore ma si sfumano quelle che sono le tue caratteristiche più belle e luminose, tanto che fatico a ritrovarti in quelle espressioni serie, lo sguardo molto sfuggente, gli occhi opachi. Dove sei finita figlia mia e in quale mondo parallelo stai navigando?  

Mi accorgo ogni volta di quanto il tuo sorriso sia la mia cura quotidiana e di come in questi giorni mi è mancata l’aria. Ogni volta i soliti tormentati quesiti. Sarà un problema di salute, emotivo o neurologico? Stavolta forse un gran mix che ha reso ancora più lungo il recupero. 

Senti Luna andiamo a lavare i capelli prima di cena e togliamoci il pensiero. Stasera l’operazione è serena e leggera e, mentre ti asciugo i capelli ridi e canti. Sentendo un pizzico forte al cuore mi accorgo di quanto mi sei mancata e di come forse solo i genitori che vivono le medesime storie possano capire cosa vuol dire stare dentro il movimento di queste onde. 

Vai e torni, vai e torni. 

Ritrovandoti mi accorgo di quanto ho trattenuto il fiato e di come questi giorni mi abbiamo chiesto tanta forza per continuare a sorridere anche per te e a sussurrarti appena possibile che poi passa. Resisti amore che passa. 

Stasera sei tornata e la nostra casa brilla come il mio cuore che batte insieme al tuo, di felicità. 

Anche stavolta il respiro e’ tornato profondo e si fa ricchezza e scorta per le prossime onde alte. 

Bentornata Luna! 

Cura, cuore e grammatica

1 commento

di Irene Auletta

In alcune situazioni delicate o di difficoltà ho sentito spesso mia madre ripetere una frase in dialetto che tradotta suona più o meno così. Il male è di chi lo sente e di chi lo ha in mente.

Avere nella mente è un’espressione che mi è sempre piaciuta e che sento più potente del “semplice” pensare, perchè mi restituisce un’idea di continuità, di processo, di una forma di vicinanza e di attenzione particolari.

Forse non a caso questa frase l’ho ritrovata familiare e sentita vicina nel mio percorso, personale e professionale, di ricerca sulla cura e su ciò che le ruota intorno, caratterizzandola.

Avere nella mente a partire da chi “sente il male”, mi evoca anche una condizione di rispetto per chi sta vivendo quel momento e la necessità di sapersi posizionare nel modo adeguato. Siamo circondati da una frettolosità che sovente rischia di farci fare scivolate, dal punto di vista comunicativo, rubando la scena alla storia dell’altro. 

Quante volte, di fronte a chi prova a raccontare, si ascolta subito l’eco di coloro che hanno urgenza di mettersi in primo piano sulla scena narrativa. Si anche a me è successo, anch’io vivo lo stesso, ti capisco perchè anche a me, perchè anche io

Questo IO dominante che, decisamente distante dalla condivisione, interferisce con quell’ascolto profondo fatto  sovente di sguardi, vicinanza e silenzi.

Se fossi una maestra elementare forse approfitterei della grammatica e dell’insegnamento dei pronomi personali per aiutare i bambini a comprendere il valore del tu, noi, loro in un intreccio tra grammatica e significato relazionale.

Mia madre mi ha insegnato ad avere rispetto del racconto dell’altro, perchè lì c’è la sua storia, il suo malessere, il suo male, il suo dispiacere, non il nostro. Il rispetto nella dimensione dell’ascolto, molto difficile da praticare, chiede una delicata  attenzione e una grande disciplina.

Il “male” di mia madre comprende sia il dolore fisico che quello del cuore e, nelle relazioni di cura, fa intravedere la dimensione della protezione, verso chi sta attraversando un momento di fragilità o difficoltà.

In questi casi ho imparato che ciò che rende intensa la scena di tale incontro, può essere solo la comprensione vista a braccetto con la condivisione, nel silenzio pieno di quei significati che tu mi hai insegnato ad apprezzare e ad amare.

La danza della cura, tra la mente e il cuore.

Vale cento

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di Irene Auletta

Di solito lei utilizza la sedia a rotelle? Mi chiede indicandoti uno degli addetti alla sicurezza che ci accoglie all’ingresso della Mostra di installazioni luminose che ci stiamo accingendo a visitare.

Oddio. In un secondo la mente si riempie di domande, anche perché l’esperto di queste proposte in genere è tuo padre e quindi qualche incertezza mi raggiunge sottovoce, ma non troppo.

Non avrò esagerato a venire proprio oggi dopo la piscina? Potevo scegliere un altro giorno? Potevo chiedere a qualcuno di accompagnarci? Ce la faremo? Come per darmi ulteriori indicazioni l’addetto aggiunge che l’intera percorrenza dura circa un’ora e che in alcuni passaggi il terreno è un po’ sconnesso.

Non voglio farti sentire nessuna preoccupazione quindi rispondo, fintamente spavalda, che ce la facciamo senza nessun problema. Vero Luna? Ti dico con il mio migliore sorriso rassicurante.

Il percorso ti affascina subito per la bellezza che ci circonda e per il fatto che siamo parte di un gruppo di persone, adulti e bambini, che come noi stanno incontrando la stessa meraviglia. Guardi tutto con attenzione e il tuo corpo felice racconta di come l’esperienza ti piaccia. Solo dopo oltre metà percorso fai qualche piccola protesta perché inizi ad essere stanca e le mie braccia, che finora ti hanno sostenuta, mi fanno sentire tutta la fatica che stai facendo. 

Senti Luna facciamo un bel respiro con queste luci e poi seguiamo gli altri perché ci sono ancora cose bellissime da vedere. Come sempre lo dico a te per fare coraggio a me e quasi a volerci rassicurare un signore vicino a noi commenta che orami non manca molto e che il finale merita davvero. Vero e’ che, penso, comunque non avremmo altre alternative.

Riprendiamo poco dopo e le tue gambe sembrano sostenute da una nuova energia tanto che ci porteranno all’auto ridendo e quasi senza fatica. Poco lontane dall’ultima tappa luminosa ci superano due bambini che, correndo, provano a darsi un punteggio per la loro avventura. Io valgo dieci, io valgo venti, io valgo venticinque … Tu li guardi e ridi contagiata dal loro entusiasmo. 

Ti abbraccio forte negli ultimi passi che ci dirigono verso l’uscita e, con grande orgoglio, ti sussurro all’orecchio che hai fatto una cosa davvero molto difficile. 

Per te amore, vale cento!

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