Prospettive d’amore

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di Irene Auletta

Mi piace sempre molto guardarti da lontano, osservando il tuo modo di stare nel mondo e nelle esperienze, quando non sei vicino a me.  Questi momenti sono sempre multicolor perché alla gioia, all’orgoglio e alla soddisfazione si intrecciano indissolubilmente tutti quei sentimenti che a distanza risultano quasi amplificati.

Da lontano ti vedo disabile, vedo le tue difficoltà, ai miei occhi esasperate, e intercetto tutti gli equilibrismi che ormai negli anni hai imparato a fare benissimo per stare nella tua vita.

Mi commuove sempre molto la tua tenacia, il tuo entusiasmo, la tua voglia di provare e riprovare. E allo stesso modo mi commuovono le tue resistenze quando tenti di esprimere la tua volontà o quando per me è evidente che non stai capendo cosa accade intorno a te o quale richiesta ti viene fatta. 

Da vicino, nei nostri incontri quotidiani e nella nostra vita, alcuni aspetti si dissolvono e per fortuna, quando ti guardo sei solo mia figlia, la mia dolce e meravigliosa Luna. Vorrei che il mondo ti vedesse anche così e forse questa possibilità è concessa a qualche incontro straordinario e a chi ha gli occhi sintonizzati con il cuore per poter guardare e guardarti. 

Mentre sto scrivendo, ti avvicini vicino vicino al mio viso come fai quando vuoi darmi qualcosa che assomiglia quanto più possibile a un bacio e, in questi casi, non perdiamo l’occasione per fare i nostri giochi d’amore in quelle prospettive che ci fanno Noi e ci danno il coraggio e la forza per esserlo ogni giorno. 

Allora te lo sussurro ancora una volta nel nostro linguaggio del cuore.  Guardami sempre così da vicino Luna affinché il mio sguardo, da lontano, impari ogni giorno e sempre di più a respirare e a farti respirare.

Contiamo fino a dieci

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di Irene Auletta

Ogni tanto fantastico che alcune frasi o domande, insieme ad alcune parole, possano scomparire dal lessico delle nostre conversazioni, soprattutto quando risultano evidentemente superficiali, frettolose e banali. L’elenco potrebbe essere parecchio articolato se includessi gli scambi che riguardano la disabilità di mia figlia, ma di questo ne ho già parlato parecchio altrove e per oggi passo.

Tra le varie opzioni comunicative assai ricorrenti, ho sviluppato una certa intolleranza verso le frasi più ripetute e che più ci sentiamo rivolgere, tipo Tutto bene? Come stai? Ci sono domande preziose e credo ancora che chiedere a una persona come sta, rientri indubbiamente fra queste, a patto che non diventi un intercalare per avviare una conversazione spesso orientata verso tutt’altro, oppure un modo per sostituire il buongiorno, già consapevoli del fatto che non abbiamo né tempo, e a volte neppure la voglia, di ascoltare la risposta.

Così, tutti complici, finiamo con l’impoverire il valore dei contenuti . 

Da molti anni ormai, a costo di sembrare poco educata o poco disponibile alla conversazione, ho scelto di non rispondere quasi mai a questo genere di domande. Le salto, le ignoro, faccio finta di non sentirle, le modifico a piacere sperando di inviare un messaggio chiaro all’interlocutore che comunque, nella gran maggioranza dei casi, incassa o insiste pur di sentirsi dire un sì sì tutto bene, grazie

Ma perché abbiamo questo bisogno, perché le parole perdono valore, perché perdono significato? Io ci tengo alle parole. Ci tengo perché quando chiedo a una persona come sta, lo faccio solo se posso mettermi in una posizione comoda per ascoltare ciò che ha voglia e piacere di raccontarmi. 

Vorrei che tutti noi facessimo più attenzione alle parole che usiamo e a quello che mettiamo nelle comunicazioni. Anche questo potrebbe diventare un interessante esercizio di rispetto comunicativo e relazionale.

Qualche giorno fa un genitore mi ha raccontato che, di fronte a reazioni impulsive molto forti del suo bambino di sei anni, gli ha suggerito di provare a contare fino a dieci per dare il tempo alle emozioni di trovare un luogo più quieto per tranquillizzarsi. Credo che questa potrebbe essere una regola d’oro per tante delle nostre comunicazioni e per quelle parole o frase di circostanza che non restituiscono giustizia al valore dei significati veri. 

Chi come me si occupa di educazione, per professione o passione, ha il dovere di pulire il vocabolario, di mettere ordine a quello che introduce nella conversazione e di confermare così un valore che sarebbe un peccato perdere scivolando sulla superficie della banalità comunicativa. 

Incontrarsi è ancora una dimensione preziosa dell’esistenza. Non perdiamoci di vista.

Quello che so

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di Irene Auletta

Non lo saprò mai come si modifica il rapporto tra una madre che si avvia verso la sua età matura e una figlia adulta. Non saprò quali sfumature assumerà la vecchiaia di questa madre e quali nuove scoperte potrebbe fare nella relazione con sua figlia.

Nelle diverse forme di genitorialità ci sono differenze che non si possono negare e tante volte quella frase superficiale e un po’ stucchevole, ti capisco, non restituisce valore alle esperienze individuali e alle peculiarità che si attraversano. 

Certamente non saprò mai cosa vuol dire diventare nonna, ma al momento, come dico da un po’ di anni, sinceramente questa non è nella mia lista delle cose da fare né l’avverto come necessità o desiderio. 

Ti osservo in piscina da dietro una vetrata esterna che consente di guardare senza essere visti. In genere sono i genitori dei piccoli o dei ragazzini che si prendono questo spazio e mi accorgo che forse, nel mio essere atipica, sto ritagliandomi una piccola nicchia speciale per poterti osservare. 

Ti sorrido da lontano nella mente e nel pensiero mi scopro a dirti forza Luna, forza che ce la fai tenendo un attimo il fiato sospeso quando l’istruttrice ti invita a salire sul piccolo trampolino e a tuffarti. Ti tuffi, scompari per qualche secondo sott’acqua e riemergi ridendo. E io respiro.  

Molte madri non sapranno mai che cosa accade in quel momento,  il misto di soddisfazione, timore, orgoglio, malinconia, gioia sfrenata, pizzichi di dolore e bellezza allo stato puro.

Al termine della lezione vengo a riprenderti e come sempre mi accoglie il tuo sorriso smagliante e tuo abbraccio bagnato. Provo a proporti sempre una piccola mediazione per evitare di uscire anch’io completamente inzuppata, pronta ad affrontare il tempo successivo che comprende la doccia, l’asciugatura dei capelli e il cambio. 

E’ un tempo lungo, impegnativo e faticoso e sono ben consapevole che questa, a parte le attività che svolgi con gli operatori, è una delle esperienze che non posso delegare a nessuno. Per quanti anni riuscirò ancora a farlo?

Scaccio via il pensiero e proviamo a raccontarci le cose belle come ce le raccontiamo noi, incuranti degli sguardi altrui che non possono capire perché non possono sapere. 

Mentre ci osservava nei nostri scambi mia madre, con uno sguardo molto amorevole, diceva spesso ‘a figlia muta ‘a mamma a capisc.

Questa la so.

La tragedia e l’educazione

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di Irene Auletta

Come molte persone nel mondo, sono rimasta senza fiato di fronte alla notizia che da ieri rimbalza nel web e che nominando Gaza, parla dello “strazio di Alaa, la pediatra che ha perso 9 dei suoi 10 figli in un raid”.

Di solito, di fronte a queste notizie, rimango silente e fatico a esprimere opinioni su questioni così complesse che richiedono una grande conoscenza e la capacità di trattenere superficiali commenti o esternazioni emotive, a mio parere, sovente un po’ fini a sé stessi. 

Ma stamane l’anima si smuove aprendo domande alle quali non trovo risposte di fronte a ciò che l’umano riesce a mettere in scena, costringendoci a non dimenticare la complicità di tanti in un’orrore difficile anche solo da nominare. Credo che per questo sia facile voltare la faccia altrove, oppure indignarsi senza intravedere direzioni possibili di azioni individuali.

Io riesco solo a pensare, molto in piccolo, a cosa posso fare, ogni giorno perchè ciò che sta accadendo, a Gaza e in altre parti del mondo, non rimanga uno sfondo della mia vita, ma si incarni in scelte, modalità comunicative e modi di stare al mondo e incontrare questa vita.

Stamane ho subito pensato a qualcosa di cui ho parlato proprio in questi giorni, in occasione di un evento culturale dedicato alla cura e alla necessità di assumere uno sguardo e una postura capaci di scegliere valori oggi assai poco di moda, per un’etica della cura che ci veda capaci di andare oltre il nostro interesse individuale per volgere lo sguardo verso chi sta attraversando sentieri esistenziali dissestati.

Lontana dai proclami, non posso non pensare a quanto ciò che accade può diventare occasione quotidiana per coloro che si occupano a vario titolo, personale o professionale, di educazione. Cosa possiamo continuare a insegnare ai bambini, ai giovani e agli adulti sui temi della vicinanza, della solidarietà, della comprensione, della gentilezza, e di quella creatività capace di sostituire la pretesa, l’arroganza, il lamento, l’individualismo a oltranza?

Cosa possiamo insegnare, non solo con le parole, ma attraverso le nostre scelte, le nostre azioni e i nostri comportamenti?

So che posso fare pochissimo e stamane il lenzuolo bianco, metafora del sudario di Gaza, vorrei che si stendesse su tante relazioni umane, personali e professionali, che ogni tanto mi pare abbiamo davvero perso la bussola rispetto a ciò che tutti noi dovremmo avere a cuore, prendendocene cura.

So per certo che provo a farlo da anni, in modo assolutamente imperfetto, ma l’urgenza mi arriva forte sostenendomi proprio in quella direzione. Fermiamoci tutte e tutti per favore. Fermiamoci un attimo solo e guardiamo a ciò che sta accadendo al nostro fianco e vicinissimo a noi. Solo così potremo dare un nostro autentico contributo, nel rispetto di chi, anche lontano, sta attraversando tragedie indicibili.

Per tutti quelli che invece riescono anche a fare altro, con azioni concrete capaci di andare nella stessa direzione, ma in modo molto più forte e potente, non posso che esprimere una profonda gratitudine.

Con riverenza.

Danzando insieme

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di Irene Auletta

Come sta la mia Luna?  E’ passato un anno e quella domanda ogni tanto torna a farmi compagnia. Me la coccolo tenendola  stretta vicino al cuore, esattamente come facevo ogni volta che eri tu a pormela. 

Lo sapevo che avrei perso un pezzo,  lo sapevo che nessuno mi avrebbe compreso come sapevi fare tu, lo sapevo che così è la vita, che si nasce e si muore. 

Quello che però non potevo immaginare non era la sofferenza, che mi aspettavo come certezza,  ma il senso di mancanza, di vuoto, di perdita di orientamento, di cuore pesante.

Eppure, negli anni, me lo sono detta tante volte che nessuno mi avrebbe più guardata come mi guardavi tu quando, anche senza parole, ti dicevo, mamma per me è troppo, mi sembra di non farcela. E tu, con gli occhi pieni e brillanti, eri pronta ad esserci e a dirmi ce la fai, ce la fai di sicuro.  

Negli anni ho sempre pensato che questo fosse il più grande tesoro che potevi lasciarmi ed è quello che provo a fare ogni giorno, come madre, nello starti vicino e sostenerti ogni volta che cadi e inciampi. Ce la fai Luna, ce la fai di sicuro. 

Non voglio neppure chiedermi figlia mia se un giorno arriverò a mancarti allo stesso modo, perché se finora ho imparato qualcosa, e’ che quanto ci sostiene e tratteniamo nella memoria, abita nel cuore. Mi va bene così.

Negli ultimi tuoi anni , quelli del tramonto, succedeva una cosa molto bella. Ogni volta che venivo a trovarti, appena mi vedevi esclamavi sorridendo eccola la mia Irene e io spesso, come in un gioco complice,  non potevo fare a meno di risponderti eccola la mia mamma. E ridevamo. Lo faccio spesso anche con Luna, questo gioco, ma lo facciamo in silenzio, come tutto ciò che parla del nostro amore. 

Così proprio oggi, in silenzio, mentre le lacrime accompagnano il ricordo, mi raggiunge una musica e nel cuore riconosco la nostra danza.

Eccoci, ancora insieme.

Non lasciamoci litigate

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di Irene Auletta

La mattina a volte è davvero difficile e in tante occasioni più che un risveglio morbido sembra un allenamento di resistenza. 

Tu che resisti ad alzarti e, da lì in poi, perpetui il comportamento nei confronti di tutti (o quasi!) i rituali del mattino, compresa l’uscita da casa.

Io che che resisto nella ricerca di strategie, di calma e di pazienza che a volte non vanno d’accordo con l’orologio, nonostante il tempo a disposizione per noi non sia affatto frettoloso.

Così, come è accaduto anche stamane, giunte in auto ci ritroviamo sedute accanto ma lontane, in mondi paralleli. Dopo pochissimo a me e’ già passato tutto, anche qualche frazione di stizza che a volte mi segnala che sono umana, mentre tu prosegui a lungo nella tua chiusura.

Difficile capire cosa accade, difficilissimo raggiungerti nei luoghi nascosti  e oscuri delle tue stereotipie così, in viaggio, il silenzio ci fa compagnia con tinte spesso malinconiche.

Mi dispiace sempre molto salutarti con questo stato d’animo ma so bene che insistere non modificherebbe nulla e, al contrario, quando ti senti troppo sollecitata, rispondi sovente con una chiusura ancora più tenace. 

So bene anche che anche il tuo comportamento poi si modifica e, anche nella distanza, ti penso serena coinvolta in altre relazioni ed esperienze.

Completamente differenti sono le occasioni in cui ci ritroviamo a fine giornata e non mancano mai quei tuoi saluti calorosi e ricchi d’affetto che, quasi sempre, ripagano dei saluti difficili del mattino e ci permettono di ritrovare un’intesa complice a volte gioiosa, a volte più quieta, ma sempre in un’intensità di presenza che diventa scorta preziosa per gli inevitabili affanni quotidiani.

Ciò che molte persone lontane dalla disabilità non riescono proprio a capire sono gli sbalzi continui da montagne russe e quei vuoti di presenza che, anche da vicinissimo, segnano distanze siderali.

Io comunque non mollo e te lo dico spesso. Dai Luna non lasciamoci litigate!

E ogni tanto, quando si aprono spiragli che profumano di magia, scoppi a ridere di gusto, in un abbraccio pieno di bellezza che, ogni volta, mi conferma che sono esattamente dove voglio essere. 

Sempre.

Frammenti di vita. Presentazione

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Prima presentazione meneghina di Frammenti di vita.

Sarò intervistato sulla mia ultima fatica (il libro? la malattia? vedremo) da Francesca Roveda, instancabile e determinata dirimpettaia e amica
Al termine l’immancabile firma-copia, quindi chi l’avesse già acquistato lo porti con sé se vuole, gli altri troveranno il libro in vendita nella sede dell’evento, i pigri possono sempre acquistarlo con Amazon qui https://amzn.eu/d/2WpDD60

Febbraio delle cadute

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di Irene Auletta

E’ stato un mese difficile quello che si avvia alla conclusione. Tante cadute dell’anima, con malattie e notizie di salute poco confortanti e tante del corpo, che sono evolute in bernoccoli o tracce più visibili. Si sa, l’asfalto non perdona! 

Da ogni caduta mi sono ripreso più forte, dice tuo padre raccontando dei suoi tanti capitomboli da bambino e ragazzo e mi pare lo faccia anche per darci conforto.

A te che, dopo le vicende delle ultime settimane, sei molto insicura e spaventata. A me che cerco senza sosta nuovi equilibri possibili tra le mie parti più razionali e quel cuore che quanto accade qualcosa che ti riguarda batte un po’ all’impazzata cercando tane di quiete, tante volte difficili da scovare. 

E’ con gli echi questi effetti speciali di temporali e schiarite che stiamo tornando a casa dal ritrovato pomeriggio in piscina. Vorrei vederti stare meglio velocemente ma negli anni mi hai insegnato ad aspettarti e a rispettare i tuoi tempi lenti di ripresa. Così, aspetto.

Nel silenzio del viaggio per qualche minuto la mente mi porta altrove.

Luna e’ forte, fidati  mi è stato detto di recente da chi ti conosce bene e proprio in questo periodo sto riflettendo sulla forza che tante persone come te, definite sovente fragili, riescono ad esibire in barba a ciò che mostrano tanti cosiddetti normodotati.

Forza e fragilità sono sempre presenti nella danza della vita e credo che uno sguardo curioso potrebbe rimanere sorpreso dal ritmo di questa ambivalenza proprio laddove la forza può nascondersi ai tanti che non di rado si fermano alle apparenze. 

Torno qui e ti guardo  seria, persa nei tuoi pensieri. Altro che pizzichi al cuore!

Luna stasera siamo a cena da sole, cosa possiamo fare? Per qualche minuto la mia domanda vaga solitaria nell’abitacolo. Poi mi guardi e ti scappa un mezzo sorriso, di quelli che non hanno prezzo. 

Ci abbracciamo e insieme la nostra forza abbraccia le nostre fragilità. I passanti probabilmente vedranno solo due persone raccolte in un abbraccio, mai noi stiamo facendo tanto di più. Siamo alla ricerca, ancora una volta, di nuove vie per rialzarci.

Insieme, sempre. 

Il primo post di Cronache

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Era il 2007. Quasi diciotto anni. Preceduto del resto da altri post pubblicati in versioni precedenti andati ormai perduti. Ma da quella data a oggi ci sono tutti. Rileggendolo mi chiedo se sono io a essere avanti o se l’educazione è sempre al palo. Sta di fatto che questo post mi pare ancora più che attuale. Buona lettura

Le nostre primavere

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di Irene Auletta

L’ho condiviso tante volte e oggi mi pare la giornata perfetta per ricordare questo vecchio racconto.

Molti anni fa, da bambina, un giorno a scuola ho scoperto che il mese di febbraio è ancora un mese d’inverno. Lo ricordo ancora bene il mio dispiacere mentre racconto a mia madre che io non voglio essere nata in inverno. 

Che possiamo fare, dice mamma, purtroppo sei nata a febbraio. Ma sai cosa possiamo inventarci? … che dal giorno del tuo compleanno inizia la primavera!

Per molti anni successivi il giorno del mio compleanno ho ricevuto sempre composizioni di primule. Irene oggi è primavera, mi dicevi.

Mia madre era tanto e questa era una delle sue caratteristiche più belle. La capacità di portare leggerezza e trasformare con allegria i piccoli o grandi imprevisti della vita.

Negli anni tante volte mi è apparsa incupita, malinconica e preoccupata ma, appena il sorriso le illuminava il viso, nella stanza entrava un’aria limpida. Nella stanza del mio cuore, intendo. 

Ogni giorno provo a fare lo stesso con mia figlia, soprattutto quando la vita mi mette ancora e ancora in ginocchio. Proprio in questo momento ti penso vicina vicina e pian piano il respira si allarga. 

Quest’anno mamma questo inizio di primavera e’ dedicato a te, alla bellezza che mi hai lasciato e a quel sacchetto di forza leggera dove ogni tanto attingo per prendere pizzichi di allegria a condimento della vita. 

Auguri a me, figlia di questa nuova ennesima primavera. I doni più preziosi sono proprio ben custoditi in quella stanza lì. 

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