Esercizio e ripetizione

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Il post La saggezza nel salir le scale, ha suscitato questo scambio su Facebook con una mia amica. Ho pensato di farne un post…

    • Cinzia Bettinaglio Quindi l’esercizio e la ripetizione non aiutono l’arte di vivere nel mondo…?…

    • Igor Salomone non ho detto questo, pensa a quante volte saliamo delle scale…

    • Igor Salomone battute a parte, credo che l’esercizio e la ripetizione allenino l’esercizio e la ripetizione. Non sto scherzando. Dunque il punto è che cosa esercito e cosa ripeto. E di solito si ripetono e si esercitano dei gesti. Dunque si tratta di capire in che misura i gesti che esercitiamo restituiscono un nesso con i nostri gesti quotidiani

    • Cinzia Bettinaglio è anche il concetto di antropotecnica che propone Sloterdijk…mi sto cimentando con il suo libro Devi cambiare la tua vita… Anche se mi lascia perplessa che il significato “verticale e ascendente” della vita sia prodotto dalla ripetizione dei gesti, anche quotidani….
    • Igor Salomone Non conosco… Interessante però. Cos’è il significato verticale e ascendente della vita? Ad ogni modo, non è la ripetizione dei gesti in sè il succo. Quello produce solo automatismi. È il loro ascolto nella ripetizione. E l’ascolto di se stessi nel gesto ripetuto. Questo, per lo meno, l’ho imparato in tanti anni di pratica marziale…

    • Igor Salomone A te cosa lascia perplessa?

    • Cinzia Bettinaglio siccome sono pigra, mi piace di più pensare che alcune “elevazioni” si producano per salti evolutivi…insomma “illuminazioni” meno faticose della continua autoriflessività…

    • Igor Salomone Ah, ma io sono pienamente d’accordo! La ripetizione del gesto peró, non è semplice accumulo di conoscenza. È produzione di uno stato mentale che produce illuminazione. Ovvero conoscenza immediata, ad ampio raggio e in discontinuità con la conoscenza precedente. Non si impara a poco a poco come muoversi, ma d’un colpo. Il resto è una messa a punto

La saggezza nel salir le scale

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Dunque vediamo, nei decenni ho incrociato parecchie arti marziali: Karate Shotokan, Kung fu Hung Gar, Shao Lin, Tan lang, Choy Lee Fut, Win Tzun e Tai Chi Chuan. Una collezione ormai comune tra i praticanti visto che i monocolori sono passati di moda. Fatevi un giretto su Google per credere. Bene. Tutti, dico tutti, sostengono di insegnare il modo “giusto” di muoversi. E il bello è che tutti, dico tutti, hanno ragione.

In fondo come si definisce il modo “giusto” di muoversi? In base a un unico criterio universalmente condiviso nell’ambiente: l’efficacia. E quando un movimento è efficace? quando, date determinate condizioni, raggiunge l’obiettivo. Per questo hanno tutti ragione: tutti stabiliscono condizioni e obiettivi per i quali il modo di muoversi che insegnano è quello efficace.

Non è solo questione di furbizia, si chiama “specializzazione”. Supponiamo che le condizioni siano: un solo avversario, davanti a te, chiara intenzione di attaccarti facendoti del male, nessuna possibilità di fuga o di aiuto, non previsto il disimpegno, niente armi e mani nude, terreno piano e privo di ostacoli, corporatura di entrambi nella norma, condizioni di salute normali. Obiettivo: fargli male prima che lo faccia a te. Con queste coordinate i movimenti “efficaci” si riducono enormemente. E l’insegnante ha buon gioco nel trattenerti per degli anni nell’affinarli oltre ogni grado di sofisticazione.

Oggi, mentre salgo le scale, mi accorgo che il mio bacino per muovermi deve fare cose che su un terreno piano non ha bisogno di fare. Bene. E perchè mai se occorre difendersi devo supporre che il terreno sia sempre piano? o che chi minaccia sia solo? o che io sia già sicuro che vuole farmi del male? o che io non preferisca prendere un paio di sberle e mollarla lì piuttosto che finire con un buco nella pancia? o che non sia meglio darsela a gambe? o che io debba difendere la pelle di mia figlia a costo di rischiare la mia?

Insomma, la vita non è il ring e nessuna forma di combattimento creata e praticata nelle palestre ha qualcosa a che vedere con la capacità di difendersi dai pericoli che il mondo ti mette davanti quando meno te l’aspetti, quando non sei in condizioni ottimali per affrontarli, quando pensi che il pericolo che si presenta non sia affatto un pericolo, quando pensi che ciò che ti si presenta sia un pericolo e invece non lo è per nulla, quando in pericolo non sei solo tu ma anche chi ti sta vicino, quando sei tu a mettere in pericolo l’altro, quando il pericolo sta nel modo in cui ti difendi dal pericolo.

Allora il movimento. Quando è efficace un movimento? Quando mi permette di muovermi in ogni condizione. E a prescindere da un obiettivo prestabilito. I movimenti specializzati sono utilissimi per svolgere compiti specializzati. Sapersi difendere, al contrario, non è una competenza specialistica. Come non lo sono tutte le capacità che hanno a che fare con la saggezza dello stare al mondo.

Trovare la forza

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“La forza per fare le cose va trovata facendo le cose per le quali devi trovare la forza”

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Funzionare è bello!

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Insomma, avete presente quando uno dice che il motore funziona? Sali sull’auto, giri la chiave, il motore parte e si assesta velocemente al minimo mentre tieni la frizione schiacciata, oppure sei in folle. Nessun rumorino fastidioso, il tono è quello giusto, i giri anche, così non si imballa e non urla. Poi parti, prima-seconda-terza…cambio e movimento sono scorrevoli, niente salti, strattoni, borbottii o comunque cose sinistre di varia natura. La marcia procede liscia e provi il sottile piacere delle cose che funzionano. Funzionano, appunto. E basta.

Niente di prestazionale in tutto ciò. L’accellerazione da fermo? chissenefrega. Velocità massima? altrettanto. Spunto in sorpasso, ok serve, ma se tutto funziona come deve, l’avrai. Anche se non ti riuscirà di spettinare il malcapitato che stai superando.
La differenza tra una prestazione e il funzionamento è che della prima ti accorgi generalmente quando l’ottieni, del secondo quando non c’è. Ma se ci fai attenzione, “sentire” il funzionamento di qualcosa dà un piacere sottile e intenso. Corpo compreso. Anzi di più perchè quando il corpo funziona senti due cose: che funziona e il piacere per il fatto che funziona.
Invece nelle palestre l’orizzonte fondamentale è la performance. Il risultato. Magari ottenuto addirittura a discapito del buon funzionamento, magari ottenuto portandolo a livelli estremi, che di solito preludono al malfunzionamento successivo. Bene, si tratta solo di capire se in circolazione ci sia una domanda di “buon” funzionamento invece che di prestazioni. Perchè se c’è e riesco a intercettarla, riempio la mia di palestra…

La rabbia e il gesto

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Rabbia, conosco la rabbia. L’ho portata con me per molto tempo, o forse è stata lei a portami, a trascinarmi con sè. Ho le mie ragioni, del resto chi non ne ha? anche chi non ne avrebbe, comunque, riesce a inventarsele. Con estrema facilità. Nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, oso affermare che le mie ragioni sono più valide di altre e riesco anche a comprendermi. L’ho fatto, voglio dire, mi sono compreso un bel po’. Eccheccavolo! avrò diritto o no di essere incazzato? No. I sentimenti non sono terra di diritti, semmai lo è la loro espressione. Bene, allora la questione è che ho diritto a esprimere la mia rabbia e che le anime belle se ne facciano una ragione, anche se le può destabilizzare urtandone la delicata suscettibilità. Perchè, però, quando l’ho fatto mi sono sentito un imbecille?

Altro

Imparare dalla violenza

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In Rete si trova di tutto, dopo il maledetto 15 ottobre romano. Moltissimi insulti di tutti contro tutti, i più surreali sono di quelli che condannano i violenti sui siti dei violenti con una violenza inaudita. Niente di nuovo del resto. L’escalation è consustanziale a ogni gesto violento. In risposta alla marea di insulti, mi sono imbattuto in questa nota postata su un sito di anarchici che si definiscono Antifascismo Militante. Di estremo interesse per ragionare di violenza e di difesa. La posto perchè tutti possano farlo per conto proprio. Io, naturalmente, non mi sottraggo e ne approfitto per qualche considerazione di fondo, come nota a margine delle affermazioni che potete leggere seguendo il link.

Prima tesi: la violenza è diversa se considerata un mezzo e non un fine. Questa tesi potrebbe esercitare un certo fascino e spesso l’ha fatto, producendo tragedie immani. Credere che i mezzi utilizzati non condizionino i  fini è un’ingenuità psicologica e una superficialità concettuale. Chi scrive sostiene che Black Block e gli altri manifestanti hanno gli stessi fini ma si servono di mezzi diversi, senza argomentare per nulla questa affermazione ma assumendola come verità. Sul piano pedagogico non ho mai creduto che la violenza vada semplicemente condannata senza se e senza ma. Va innanzitutto capita e non per giustificare nessuno: per imparare dalla violenza il senso della violenza, senza di che non la si può affrontare. Dunque distinguere una violenza buona da una cattiva è una pratica antica come le società umane, può ben essere continuata, ma con argomentazioni serie. Quando invece ci si limita a dire che la mia violenza è giusta e la tua è sbagliata, si è succubi di un pensiero dominante. Alla faccia di chi si crede libertario e antagonista.
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Seconda tesi: quel che sarebbe successo a Roma è colpa “di quei 15enni teppisti amanti della violenza per la violenza”. Anche fosse, la domanda inevasa se si dà per buona la prima tesi è chi ha il compito, avendo scelto la violenza come mezzo, di disciplinare i comportamenti di chi poi con la violenza ci si diverte? Dove eravate voi BB mentre i 15enni teppisti sguazzavano nelle auto in fiamme? Per esercitare una violenza strategica, come sembrano rivendicare le parole di quella nota, occorre una grande disciplina. Se la rifiuti, la disciplina, allora non hai neppure il diritto di rivendicare il diritto alla violenza come mezzo. In altre parole erano più serie, per lo meno, le Brigate Rosse.
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Terza tesi: non siamo noi i violenti ma il sistema. C’è sempre una violenza peggiore della propria che serve a giustificarla. Hitler nel ’38 invase la Cecoslovacchia per difendere le popolazioni di lingua tedesca della regione dei Sudeti. Da un punto di vista psicologico, la struttura di pensiero è quella del bambino che allunga un dito verso un altro dicendo “ha cominciato lui”. Dunque è una struttura di pensiero infantile. Sul piano concettuale, infine, questa tesi non considera il fatto che se un sistema è violento, di violenza si nutre, dunque occorrerebbe per lo meno riflettere sul rischio che combattere con la violenza un sistema violento significa alimentarlo.
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Quarta tesi: la violenza simbolica. “Siamo d’accordo con la sfasciatura simbolica delle banche”, questo c’è scritto e il fatto introduce, dopo quella di violenza giustificabile, quella di “violenza simbolica”. Nozione interessante e del tutto priva di fondamento. Parlare di “violenza simbolica” significa discriminare tra una violenza di questo tipo e una “cieca”? “materiale”? “animale”? Distruggere le vetrine di una banca sarebbe “simbolico” mentre dare alle fiamme un’auto no? o dipende dall’auto? tipo che se è una media cilindrata allora è fine a se stessa, ma se è un suv è “simbolica”? Evidentemente tutto ciò non ha senso. E non solo perchè non è così agevole stabilire dove stia al linea di confine (“aspetta, tira il sampietrino là che è “simbolico”, non qua che sarebbe fine a se stesso”…). La violenza, per gli esseri umani che vivono in un universo linguistico per il quale ogni fatto è un significato, è sempre e comunque simbolica. Lo era quella dei lager nazisti, delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, degli Hutu che con il machete affettavano i Tutzi, dei cetnici che nella ex yugoslavia impalavano i musulmani… Ogni tipo di testimonianza evidenzia che un essere umano non uccide mai “semplicemente” un altro essere umano. L’uccisione è l’atto conclusivo di un percorso che deve produrre un significato sia per chi sta per essere ucciso, sia per tutti quelli che restano e assistono a quell’uccisione. Dunque non ha alcun senso distinguere tra la violenza di chi bruciava e basta e di chi ha bruciato i “simboli del potere”. Sarà consapevole il nostro Anarchico-Antifascista-Militante che la struttura di pensiero sulla quale poggiano le sue parole è la medesima di tutti i massacratori della Storia? Forse è il caso che lo impari.
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La violenza non è tutta uguale, certo. Occorre capire se chi risponde a una violenza su di sè sia da mettere sullo stesso piano di chi la esercita sull’altro. E non è una risposta semplice. Il che implica che la violenza non vada né esaltata, quella buona naturalmente, né condannata a priori come tutta uguale e tutta cattiva. La violenza va guardata dritta negli occhi e interrogata, con disciplina intellettuale e del corpo, e con un un’unica certezza: se non può essere eliminata, occorre almeno evitare di provocarla e se ci si trova in mezzo puntare ad abbassarne la quota il più possibile. Allora se vogliamo ragionare sul maledetto 15 ottobre romano, dobbiamo rivedere filmati e ricordi per cercare quelli, e ci sono stati, che hanno tentato di perseguire questa strada. E imparare da loro.
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Purchè funzioni

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Pubblico volentieri un contributo di Valerio Orsanigo, frutto di rifelssioni a caldo via mail dopo la prima lezione dimostrativa di Difesa Relazionale e Kung Fu Hung Gar in Umanitaria, a Milano. Ed è un invito a partecipare a quella di stasera, venerdì 14 alla seconda lezione dimostrativa, ore 20.15 in via S. Barnaba 46, dietro il tribunale…

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Di Valerio Orsanigo

Splendido questo video, ma non per ciò che contenga in sé in riferimento specifico allo stile, bensì per ciò che rappresenta nelle sue fasi temporali che si vedono benissimo. Tratta di Wing Chun, ma poco importa, calza su qualsiasi arte. E non necessariamente marziale.

E la cosa nodo è per l’appunto l’insieme dei passaggi epocali che determinano il cambiamento dello stile, di ogni stile che devono garantire quella freschezza che impedisce che il termine “tradizionale”, ne impaludi irrimediabilmente l’evoluzione.

Il tizio che nel primo terzo del filmato combatte in tenuta blu contro l’attore in canottiera bianca (interpretando rispettivamente Ip Man e Bruce Lee) è Ip Chun, figlio per l’appunto di Ip Man e riconosciuto venerabile discendente e rappresentante della purezza dello stile. Ed è visibilissimo come la distanza sia irreale e come ci sia una totale assenza del movimento efficace del corpo che è letteralmente pesante e neutro, delocalizzando tutto sulle braccia, sulle quali per l’appunto va l’attenzione dei due praticanti che ci si danno energici pattoni. E’ anche vero che Ip Chun è poco più alto di un metro e 50, e che per questo si sia rifiutato nella sua carriera di fare fighting, asserendo che il suo wing chun è tutto nel chi sao. Scelte. Wong Shun Leung era alto 153 cm ed è stato uno dei più grandi fighters del dopo guerra nei beimo locali…

Negli spezzoni del film “Ip Man” che si vedono (quello che ci ha prestato Lorenzo), si nota bene l’intendimento del Wing Chun moderno in cui vado a “sommergere” l’avversario con i pugni a catena (fantastica la scena in cui travolge di choy il karateka che letteralmente implode sulle gambe! Lui prende coi suoi piedi il posto di quelli dell’altro che è la stessa zuppa che insegnano tai chi, aikido e ji jitsu quando si vuole generare uno squilibrio: due assi corporei diventano uno). Il mio corpo deve chiudere dove lui è e non ad un solo passo di distanza.

Il cambio è strepitoso, si passa da un’idea di controllo “antica”, sulle braccia e poi, solo poi, sull’avversario quale bersaglio, ad una moderna in cui l’obiettivo è l’avversario punto e stop. Se incontro le sue braccia so come muovermici, ed è importante, ma cambia proprio la prospettiva di estetica applicativa. Molto più “relazionale” no? Che dici, può essere metafora del “mettersi nei panni altrui”?

Bruce aveva capito queste cose grazie a Wong Shun Leung, e aveva tradotto il suo personale cambiamento a questi vechi schemi, con una mescolanza di elementi vari, non ultima la boxe occidentale con un continuo gioco di passaggio del peso del corpo tra il centrale e l’anteriore creando un cuneo semilaterale col bacino grazie ad un innovativo gioco della spalla, anziché solo frontale (si vede da dio nel filmato del kua choy con O Hara che tecnicamente è una bestemmia nel wing chun) e con la valorizzazione della tecnica circolare, pressochè assente nel wing chun (i ganci). E non è un passaggio da poco…

Per l’appunto, che sia un respiro, una forma, un principio, una sensazione corporea in cui nulla tocca il fighting, un gioco, un’applicazione di studio o salvavita a tirare giù, le cose devono funzionare. Questo non ci garantisce dall’errore, perché per trovare una cosa che funzioni, è necessario sperimentare, con annessi successi e fallimenti. Ma credo ci garantisca da traduzioni dell’arte, quale quella del signor Tokitsu…

Ritmo e corpi. Menozero…

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Qualcuno riesce a immaginare cosa abbiamo fatto ieri sera, durante la lezione dimostrativa di Difesa Relazionale e Kung Fu Hung Gar in Umanitaria, accompagnati da queste note….? Beh, provateci.

Intanto quello ci siamo giocati con My Sharona era solo uno dei tanti stimoli. Del resto era una lezione dimostrativa. Una vera tavolozza del corso che seguirà. Si replica venerdì 14 alle 20.15 sempre in Umanitaria, Via S. Barnaba 46 a Milano, dietro il Tribunale.

Ah, incredibile come si possa utilizzare un palloncino gonfiabile di quelli che adora mia figlia. Del resto è proprio giocando con lei che ho pensato a quello che ho proposto ieri sera. Mi sembra sia stato apprezzato dai più. Devo dirglielo…

Menosette

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Alcune precisazioni sul corso di Difesa relazionale e Hung Gar che inizierà lunedì prossimo in Umanitaria. Ho ricevuto strane richieste e raccolto alcune perplessità. Dunque, vado per punti

A) il corso è aperto a tutti, è basic, dunque non occorre alcuna competenza pregressa. Solo disponibilità al lavoro corporeo e al contatto con l’altro

B) se le arti marziali prima o poi vi hanno incuriosito, ma le palestre di arti marziali vi respingono…questo è il posto per voi

C) lo scopo del corso è muoversi, esprimersi, disciplinare i propri gesti, rafforzare lo spirito se proprio volete, e comunque divertirsi. Ah, anche imparare a difendersi, ma non dai cattivi con coltelli e pistole, magari anche, ci proviamo, ma si tratta soprattutto di lavorare sulle capacità di difesa negli incontri di tutti i giorni

D) sí sono due volte alla settimana, impegnativo, peró sul tardi, magari ce la fate e se qualche volta venite un giorno solo non sarà una tragedia, vi porterete via quello che riuscirete a dare

E) il corso è praticamente gratis, solo l’iscrizione annuale all’Umanitaria, che volete di piú?

F) le lezioni del 10 e 14 ottobre sono dimostrative. Peró sono lezioni. Venite a curiosare mi raccomando, ma con tuta e scarpette. Poi, se volete solo guardare, va bene lo stesso, ma vi perdete il divertimento…

E visto che ci siete, se non l’avete ancora fatto, scorrazzate un po’ per il blog, sezione difesa Relazionale, troverete qualche altro spunto per decidere.

Insomma, vi aspetto

Anche fosse, perchè?

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Il dibattito in Rete attorno a filmati di questo genere di solito è se quello che si vede sia vero oppure una bufala. A me pare che la domanda sia un altra: perchè mai? Ammesso sia vero, perchè dovrei passare quindici o vent’anni della mia vita per cercare di fare altrettanto? Supponiamo che dopo sacrifici incredibili e dedizione assoluta, impari a spostare la gente senza neppure toccarla, che me ne farei?

Non potrei partecipare a nessun combattimento sportivo perchè nessun arbitro all’interno di qualsiasi regolamento mi assegnerebbe dei punti per aver sollevato qualcuno conn la sola energia.

Non potrei neppure giocare con gli amici, perchè chi si diverte a fare la lotta senza toccarsi?

Probabilmente mi sentirei molto più sicuro per strada di notte nei vicoli malfamati. Ma a parte che quei vicoli basta evitarli, costerebbero molto meno in soldi e fatica una pistola e un corso di tiro.

Dunque mi resterebbero solo due opzioni: il circo o diventare maestro a mia volta insegnando per i quindici o i vent’anni successivi una cosa senza senso. Come direbbe Po nel secondo straordinario Kung fu panda: oppure…?

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