Chiudete gli occhi

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Chiudete gli occhi bambini. Mettetevi in fila indiana, le mani sulle spalle del vostro compagno davanti e seguitemi. State tranquilli. Non vi succederà nulla. Chiudete gli occhi e camminate.

Si sono spari quelli che sentite. Ma sono da un’altra parte. E noi ora ci allontaniamo. Non piangete. Non urlate. Chiudete gli occhi e seguite il vostro compagno davanti. Vi porto via.

Cosa é successo a Mary, Jhon, Pablito, Chen e a tutti gli amici della classe di fronte? Quella da dov’è venuto tutto quel baccano? Nn preoccupatevi per loro ora, staranno senz’altro bene. Chiudete gli occhi e continuate a camminare.

Potevate esserer voi, bambini, in quella scuola, in quella classe, quella mattina? Ma no, dai, non c’eravate. Sono tante le cose che possono succedere, ma non a voi. Chiudete gli occhi e state tranquilli.

Ah, certo, gli orchi esistono. Sono sempre esistiti. Ogni tanto escono dall’inferno e colpiscono. Ma tu non ti preoccupare, sono qui per proteggenti. Guarda quante armi ho comprato per combattere gli orchi. Sei al sicuro. Chiudi gli occhi.

Siamo tutti qui per proteggervi, bambini. Per educarvi alla pace, alla giustizia, alla serenità. Nessuna paura. Ci pensiamo noi. Imparerete tutto. Prima o poi. Ora, peró, chiudete gli occhi.

Padronanze corporee

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“All’inizio l’uomo non sa niente. Niente di niente. Le uniche cose che non ha bisogno di imparare sono respirare, vedere, sentire, mangiare, pisciare, cagare, addormentarsi e svegliarsi. Ma neanche. Sentiamo, ma dobbiamo imparare ad ascoltare. Vediamo, ma dobbiamo imparare a guardare. Mangiamo, ma dobbiamo imparare a tagliare la carne. Caghiamo, ma dobbiamo imparare a farla nel vasino. Pisciamo, ma quando non ci pisciamo più sui piedi dobbiamo imparare a prendere la mira. Imparare vuol dire prima di tutto imparare a essere padroni del proprio corpo.”  Daniel Pennac, Storia di un corpo, Feltrinelli, 2012, p. 23

Queste parole mi afferrano lo stomaco. Mi parlano nel profondo. Non di ciò che ero e sono diventato, troppo lontani quei ricordi sulla mia carne. Mi parlano di ciò che sono oggi e che continuamente divento, da quando sono diventando padre. Non c’è che avere un figlio per capire che sentire e ascoltare, vedere e guardare,  pisciare  e fare i propri bisogni dove i propri bisogni vanno fatti, sono cose diverse. E se il figlio è disabile hai tutto il tempo per capirlo, tutto il tempo che vuoi. Infatti Pennac non è riuscito a cogliere la differenza tra addormentarsi e dormire, che abbiamo dovuto imparare negli anni di sonno perduto, sedimentati sotto i nostri occhi.

Essere disabili, alla fine, significa non essere in grado di diventare padroni del proprio corpo due volte. La prima perchè la disabilità, per definizione, impedisce la padronanza del corpo. La seconda perchè l’assenza di padronanza riduce il corpo alla mercè dei corpi altrui.

Credo sia quello che tenta di dirmi mia figlia ogni volta che devo lavarla, vestirla, portarla, accompagnarla, guidarla. Ogni maledetta volta.

Kung fu fighting

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“Ma ci sono i kimoni?”. Era già la terza o la quarta domanda posta da quel padre alla quale abbiamo dovuto rispondere di no. Venuto con il figlio e un amico del figlio, entrambi quindicenni, per chiedere informazioni sul corso di Kung fu ai blocchi di partenza, ha falciato me e il mio socio Valerio con una raffica di domande imbarazzanti.

No, non sono previste gare, competizioni, tornei e simili. Il kung fu per noi è pratica ed esperienza di vita, l’agonismo non c’azzecca nulla.

No, niente cinture, gradi, esami. Il kung fu per noi è quello che in Cina diventi allievo e resti tale sino a quando, forse, diventi un maestro.

No niente divise, kimoni, karategi, judogi, kame. Anche perchè quella è tutta roba giappo e il kung fu è cinese, è povero e si pratica in pantaloni e maglietta. Volendo, pure nudi.

Sì, cazzo, la disciplina certo che c’è. Anzi, non è che “c’è” è esattamente ciò che facciamo: una disciplina. Ma temo che neppure in proposito fosse quello che quel padre voleva sentirsi rispondere.

Insomma, ma che accidenti di roba pallosa stiamo proponendo? Se il nostro inquisitore del giovedì è rappresentativo, e temo lo sia, la gente non sa nulla di arti marziali, ma quello che vede in giro, vestiti strani, rituali esoterici, parole incomprensibili, gare e cinture, maestri dagli occhi a mandorla, fisici scolpiti e acrobazie nell’aria è quello che sa, e quello che sa è quello che cerca. E noi in pratica proponiamo di venir sin qui a sudare e farsi il mazzo per una versione grigia e per nulla sexy di tutto ciò?

Allora, ripartiamo da zero perchè qui ci vuole una prospettiva cool, o non troveremo uno straccio di allievo disposto a non volere tutto ciò che l’immaginario delle arti marziali promette.

Parole-chiave per il prossimo futuro. Ovviamente inglesi… Contemporary, Free style, Casual e, sopratutto, For all and forever. Mica quella roba per giovani ormonati e flessibili, proibitiva per gli ultraventicinquenni. Hey gente! ma ci avete visto me e Valerio, un secolo e passa in due, su quel tatami a smanettare davanti alla folla plaudente durante le dimostrazioni?

Ecco, se possiamo farlo noi…

Forse così funziona meglio. Mi prude un po’ per l’anglofilia, ma è il marketing, bellezza.

Poi, una volta attratti e avvolti nelle nostre spire, i corsisti scopriranno d’essersi infilati in una sorta di laboratorio del gesto tecnico, a metà tra il circolo culturale e un Fight club. Chissà se riesco a trovare un logo….

Comunque io e il mio socio ieri abbiamo anche messo a punto lo slogan:

Se avete voglia di lottare e combattere in un ambiente amichevole e protetto, vi offriamo piena libertà mentale e la tecnica necessaria per poterlo fare in sicurezza

 

E’ abbastanza cool…?

 

Cosí vicini, cosí lontani

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Oggi voglio parlare della Capoeira. È stato un bel vedere, ieri pomeriggio dopo la dimostrazione mia e di Valerio in via Sanzio a Milano: una ventina di ragazzi e ragazze, soprattutto ragazze, lanciati in una Roda fantastica, a due a due a turno dentro il cerchio che ritmava e cantava accompagnato dal birimbao. C’è poco da dire, un’esplosione di vitalità, allegria, energie, suoni, voci, percussioni, che ha attratto un pubblico densissimo e partecipe, intrigato da quello che succedeva e lontano dal porre qualsivoglia domanda: quello che vedeva e sopratutto provava era più che sufficiente.

Ma voglio parlare sopratutto dell’eros. Quei corpi roteanti, altalenanti, guizzanti gli uni di fronte agli altri, esprimevano una sensualità esplosiva. I sorrisi, il sudore, i respiri, gli sguardi, tutto concorreva a creare un rituale dionisiaco straordinario. Tanto piú potente perchè offerto non al chiuso di una palestra o nel segreto di una bosco all’imbrunire, ma in piena città, in pieno giorno, nel bel mezzo di una festa di quartiere. Corpi, danza ed eros, questo alla fine ho visto nella Capoeira. Ma non un’arte marziale.

Certo, Capoeira è rappresentazione della lotta ma, appunto, ne è solo una fantastica rappresentazione. Ricorda e rinvia le danze tribali che miscelano da sempre erotismo e combattimento. Ma non sono sesso e neppure scontro: sono una rappresentazione dell’uno e dell’altro.

La cosa che colpisce di piú di una Roda, almeno chi come me ha anni di arte marziale sulle spalle, è l’assenza totale di contatto. Tutti quei corpi che si espongono, si sottraggono, si avvicinano, si respingono, si ingannano, si sfiorano, si allontanano e non si toccano MAI. Puó esserci lotta senza che la mia pelle entri in contatto con quella dell’altro? Che i nostri sudori, umori, odori si mischino? Che lotta è se non sento una forza, una fragilità, un movimento, un peso, un’altezza, un volume, una struttura muscolare e articolare, altre da me? Direi anche di più, visto che è una componente fortissima nella Capoeira, che danza è una danza che si tiene lontana da tutto questo?

Capoeira non è un’arte marziale, nè del resto una forma di danza in senso proprio. Peró lascia immaginare di unire danza e arte di combattimento, offrendo una pratica coinvolgente e di gruppo che evita sistematicamente di misurarsi con il corpo dell’altro. Per questo, probabilmente, i corsi di Capoeira fioriscono ovunque e sono frequentati in maggioranza da donne giovani.

Qualità

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“Se hai paura, sei pericoloso. Se sei arrabbiato, sei stupido. Se hai paura e sei arrabbiato, sei uno stupido pericoloso”

Letta qui. Ma potrebbe provenire dalle antiche saggezza orientali risalendo persino a Sun Tzu

Picchiami con delicatezza

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Ho capito cosa spinge tanta gente a scegliere le arti marziali: la possibilità di evitare il contatto fisico. Un paradosso? sì. Ieri sera ero in Umanitaria per il mio corso di Difesa relazionale. Scarse e affezionate presenze. Non è andato molto bene il reclutamento quest’anno: numerose partecipanti alle lezioni dimostrative, alla fine quasi tutti scomparsi all’orizzonte. Nella palestra a fianco invece, un bel gruppetto di uomini e donne di età varia impegnatissimo in una lezione di Karate. Di quelle base per intenderci. Un’ora a far vasche a suon ti tzu ki e age uke. Insomma, pugni e parate nel vuoto. Ogni tanto un bel Kiai. Questo non lo traduco, tanto non serve. Con un salutare pizzico di invidia mi sono chiesto perchè fossero lì anziché da me. Poi sono andato “da me” e, mentre ero avvinghiato a un allievo cercando di fargli capire che doveva spingermi con il bacino, ho avuto la mia risposta.

Toccarsi? ma stiamo scherzando? fa brutto e poco trendy probabilmente. E così mi sono venute in mente le arti più gettonate. Capoeira va alla grande, lì non ci si tocca neppure per sbaglio. Poi tai chi, figuriamoci. Sì va bene, nel tui show un pochino forse, ma solo con i polsi e con mooooolta delicatezza. Aikido? sembra che sia tutto un entrare in contatto, ma è una finta: alla fine dei compagni si assaggiano solo polsi e gomiti. Per non parlare di tutti gli stili cinesi, giapponesi, coreani, vietnamiti pieni di kata e forme: puoi praticare per anni senza mai sfiorare la pelle altrui nemmeno negli spogliatoi. Giusto se fai judo. Ma alla fine c’è più contatto corporeo nella pallacanestro. Per non parlare del rugby e, ovviamente, della danza. Certo, gli sport di combattimento. Li ci si tocca sul serio. Ma sono per pochi e per poco tempo. La massa intanto va avanti per decenni a sparar pugni a vuoto o a sfiorare delicatamente gli arti altrui.

Insomma, triste destino per l’arte che affonda le proprie radici nella carne e nel sudore dello scontro fisico. Un destino di rarefazione che attrae proprio chi di sudore e scontro fisico non vuole percepire neppure il riflesso. Come giocare a bocce, o a tennis, però vuoi mettere quanto le arti marziali possono essere più esotiche e anche un po’ new age? e poi intanto imparo a difendermi. Sempre che i miei eventuali aggressori evitino di avvicinarsi troppo, che potrei non reggerne l’odore.

Self-defence: difendersi da se stessi

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Il problema di ogni stile di combattimento è che insegna ad affrontare un avversario sulla base della propria strategia. Che può anche funzionare se il tuo avversario ne segue un’altra. Ma se ti trovi davanti uno che si muove come te, devi solo sperare lo faccia peggio di te. Perfetta come aspettativa in un combattimento che, come ho già detto, è fatto di regole e scopi comuni. Tiro di boxe e davanti ho uno che tira di boxe. Usiamo entrambi le stesse tecniche, gli stessi principi, gli stessi modi di muoversi l’uno nei confronti dell’altro. Dunque ce la dobbiamo giocare sulla maggior preparazione atletica, sulla superiorità tecnica oppure sull’intelligenza capace di sfruttare la strategia di combattimento comune a proprio vantaggio. Ma se dobbiamo difenderci, non funziona.

Per definizione un incontro che chiede di adottare una strategia di difesa, è del tutto indeterminato. Nel senso che non è dato sapere praticamente nulla in anticipo attorno a quello che accadrà. L’unica regola forse certa è che se vieni attaccato non devi fare la stessa cosa che fa l’altro, a meno che tu non sia manifestamente superiore. Ma del resto, in quel caso, puoi anche evitare di farla. Dunque il principio fondamentale di ogni strategia di difesa è aggirare l’abilità dell’altro, arrivando dove l’altro non si aspetta, creando un effetto sorpresa che metta in scacco ciò che sa fare meglio.

Conseguenza diretta di tutto ciò è che ogni stile di combattimento dovrebbe poggiare su due didattiche complementari e distinte. Da una parte insegnare a combattere con le regole e gli scopi che gli sono propri, per imparare a salire su un ring o su un tatami e confrontarsi con i propri simili. Dall’altra insegnare una molteplicità di strategie di difesa sulla base di una semplice ipotesi: cosa devo fare se devo difendermi da uno come me…

Educazione marziale

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“Nella vita reale si combatte senza regole, senza arbitri, senza gong finale e neppure d’inizio, spesso senza neppure sapere che stai per combattere fino a quando non ti ci ritrovi in mezzo, o addirittura quando sei a terra rantolante. Di più. Ogni giorno può essere che la scelta migliore sia evitare un combattimento che quasi certamente non sai contro quanti e quali avversari dovresti ingaggiare, con quali disparità di forze, con quali rischi non solo per te ma anche per quelli che ti stanno vicino. Senza contare che nella vita reale, prendere un paio di sberloni e chiuderla lì, invece di rischiare una coltellata o peggio, può essere l’opzione migliore. Dunque è bene evitare l’illusione che per imparare a difendersi dai pericoli che attraversano la vita sia sufficiente imparare qualche tecnica sofisticata efficace solo nelle particolarissime condizioni per le quali è stata pensata”
(La vita non è un ring, 2/2/12)

La questione rimasta aperta, e che i commenti seguiti a quel post hanno sollevato, è se l’esperienza del ring, o comunque una qualsiasi esperienza delimitata, laboratoriale, protetta, possa insegnare qualcosa per sostenere l’esperienza aperta e imprevedibile che troviamo subito fuori dal quadrato. Sudare, sopportare fatiche e dolore, guardarsi dentro, cercare il proprio limite e tutte quelle belle altre cose che la mitologia del combattimento dispensa a piene mani, in che modo possono essere utili per la vita? Ci sono due vie.

La prima è semplificare la propria esistenza rendendola estremamente prevedibile e dunque il più simile possibile a quello che accade sul ring. Non a caso, infatti, tutte le narrazioni sui guerrieri d’ogni tempo convergono nel tratteggiarne una vita totalmente incardinata sul combattimento. Altrettanto non a caso, del resto, molti maestri di arti marziali trascorrono l’esistenza tra allenamenti, insegnamento, esercizi spirituali e poco altro.

La seconda via è provare a rendere il ring più simile alla vita.

Salire su un ring è come se a scuola la maestra ti facesse disegnare una casa e poi ti convincesse che quello non è il disegno di una casa, ma è proprio una casa. Quella vera. Poi esci e ci rimani molto male se cerchi di comprarne una con i soldi per le figurine. Fa ridere, ma è ció che accade in centinaia di palestre. Disegnare una casa serve senz’altro a capire cosa sia una casa, persino a capire che casa vorremmo e a orientarsi nella propria. A patto di non confondere rappresentazione e realtà.

Per imparare qualcosa sulle case non basta un solo disegno e neppure soltanto un disegno. Servono foto, filmati, racconti, plastici, visite guidate. Serve pensarle, parlarne, cantarle, viverle da soli e viverle accompagnati, confrontarle tra loro, capirne le differenze, coglierne la struttura comune che permette di dire “caspita questa è una casa” e di non confonderla con un grattacielo o una nave della Costa Crociere. E poi una casa non è la stessa cosa per tutti e ognuno deve cercare la sua, che poi vuol dire capire quale sia il proprio modo di abitarla. E cosa vuol dire cercarla e poi starci e poi lasciarla. E concedersi la curiosità di comprendere cosa significhi per gli altri, e come sia possibile abitarne una assieme.

Insomma, l’esperienza del ring ha un senso per imparare a fronteggiare le asperità della vita, se rispetta la complessità della vita. In questo senso l’arte marziale, ogni arte marziale, rischia di non poter promettere nulla del genere, perchè sul tatami produce troppo spesso un’esperienza semplificata, indicandola come filosofia di vita. Molti maestri tendono a insegnare le proprie tecniche, il proprio movimento, le proprie strategie di combattimento affermando: le cose funzionano così. Ed è vero, ma soltanto all’interno dei confini che è il maestro a delineare e che coincidono con i muri della palestra. Fuori, il mondo è un’altra cosa.

“Ciò che permette a un guerriero di essere tale, è la semplificazione assoluta del campo esistenziale. Il contrario esatto dell’esperienza che viviamo tutti noi, ogni giorno”

Ho scritto questo nel post La vita non è un ring, suscitando lo sconforto di chi ha visto crollare l’ennesimo mito. Ma non intendevo gettare a mare l’immagine romantica del guerriero alla quale, per altro, io stesso sono intimamente legato. Si tratta di ripensare l’idea stessa di guerriero, che in un mondo ipercomplesso non può ridursi a quello che protegge i buoni e affetta i cattivi estraendo la spada. E neppure alla figura del guerriero in disarmo che non avendo più guerre da combattere, continua ad allenarsi per sfidare i colleghi in congedo permanente effettivo e vedere chi è ancora il più bravo. E nemmeno al guerriero resistente che continua a insegnare per creare altri guerrieri da lasciare in panchina sino alla prossima battaglia.

Il compito di un guerriero, ovunque e in qualsiasi tempo combatta, è difendere, non difender-si. Dunque la questione per un guerriero, per il guerriero che vorremmo fosse in tutti noi, è chi, cosa, da chi, da cosa, dove, come e sino a quale costo, dobbiamo difendere ciò che va difeso. Occorre portare con sè queste domande salendo su un ring, se vogliamo serva qualcosa salirci. Più in generale occorre portarle sin nel cuore di ogni pratica di autodifesa, perchè quel prefisso auto- si giustifica se implica e accetta la responsabilità di difendere l’incontro con l’altro e non soltanto la propria, per quanto preziosa, pellaccia.

Ci vuole una pratica di educazione marziale per promuovere questa prospettiva. Ci vuole una pratica educativa che rilevi l’eredità delle pratiche marziali spingendosi oltre la dimensione dell’arte e della tecnica. Ci vuole che il senso stesso di ciò che chiamiamo “marziale” venga ricondotto nell’alveo della vita di tutti i giorni, delle sue fatiche, dei suoi pericoli, delle sue possibilità, della sua forza espressiva. Ci vuole che impariamo a difenderci, difendendo il nostro mondo non dai nemici nascosti nell’oscurità che lo minacciano, ma dal rischio di collassare sulla sua stessa complessità.

Non è il malintenzionato in agguato armato di coltello nei vicoli bui che dobbiamo saper affrontare, ma le nostre cattive intenzioni in agguato alla luce del sole ogni volta che il nostro corpo si avvicina o viene avvicinato dal corpo altrui. Sia armato di coltello o meno.

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La vita non è un ring

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Lottare, affrontare le avversità, sopportare il dolore, rimarginare le ferite, vincere, essere sconfitti, rialzarsi, trionfare, arrendersi, soccombere, sopraffare. Le metafore guerriere pervadono il nostro linguaggio in lungo e in largo. Le utilizziamo abbondantemente per parlare della vita, delle sue difficoltà, dell’impegno che ci chiede tutti i giorni. Ma sono quasi tutte sbagliate.

Vero, le metafore non possono essere sbagliate, al massimo usate in modo improprio. Ma fa lo stesso. Il punto è l’indeterminatezza della loro origine: la figura del “guerriero” e la mitologia della “battaglia”.

E’ un quarto di secolo che pratico arti marziali e che mi chiedo cosa accidenti sia un guerriero. Diciamo che è un archetipo, che con un po’ di psicoanalisi junghiana da bricolage ce la si cava sempre. Chiamiamo “guerriero” un’immagine, un’idea in senso platonico che ognuno ha interiorizzato per chissà quale percorso cognitivo, alla quale rinviano una montagna di discorsi, offrendosi come pietra di paragone. Il punto però è che qualsiasi cosa sia ciò che definiamo “guerriero” non c’entra un tubo con la nostra vita di tutti i giorni.

Un guerriero, soldato in trincea o samurai che sia, si muove in un campo d’azione molto determinato: le regole sono chiare per quanto crude ovvero, come dice De Andrè, uccidi prima di essere ucciso. Tutto il resto si dissolve all’orizzonte. Ciò che permette a un guerriero di essere tale, è la semplificazione assoluta del campo esistenziale. Il contrario esatto dell’esperienza che viviamo tutti noi, ogni giorno. Se c’è qualcosa che dobbiamo affrontare, sopportare, per la quale dobbiamo lottare, rischiare ferite, decidere se vincere o lasciarsi sconfiggere, è proprio la complessità del mondo che non permette neppure di capire se c’è un nemico da combattere. Del resto è proprio per questo motivo che ogni tanto qualcuno trova un mitra e spara all’impazzata, decidendo che i nemici sono tutti gli altri e semplificandosi finalmente la vita, anche a costo di perderla.

Modellati su questa figura archetipica, invece, tutti quanti sognamo un ring. Che diamine, vuoi mettere? ok, puoi prenderle di santa ragione, però hai la soddisfazione di sapere da chi le avrai prese, che è più o meno della tua stessa misura e livello di preparazione, di affrontarlo faccia a faccia e senza terzi che vengano a scombinare le carte, con regole precise cui attenersi e un arbitro che le faccia rispettare. E poi c’è sempre il gong che potrebbe salvarti all’ultimo secondo. Bene, la cattiva notizia è questa: nella vita non succede MAI.

Eppure le palestre si riempiono di persone che sudano anni, nel migliore dei casi, per prepararsi a lottare, affrontare le avversità, sopportare il dolore eccetera eccetera, su un qualche tipo di ring. Ogni gesto, ogni tecnica, ogni esercizio, puntano a perfezionare le abilità necessarie a combattere entro un determinato sistema di regole. Il più delle volte è sufficiente una piccola differenza in quel sistema di regole e tutto quello che hai imparato non serve più a nulla. Tipo, pratichi a mani nude e i tuoi movimenti sono piccoli, minimi, veloci ed efficaci a contatto con le braccia dell’avversario. Se sul ring ti fanno mettere i guantoni sei finito. Oppure, passi anni ad allenare pugni e calci, poi finisci a combattere con le regole della lotta libera e ti annodano oltre ogni decenza.

Ma questo non sarebbe un problema. Dopotutto se hai imparato ad arrampicare ottavi gradi, nessuno ti obbliga alle gare di triathlon. Stai nel tuo e continuerai a raccogliere soddisfazioni per tutto il sudore che hai versato. Il problema insorge quando sapendo destreggiarti lungo una parete liscia e verticale, pensi di poter fare altrettanto scalando la tua carriera lavorativa o, peggio, superando con agilità i passaggi estremi della vita tipo un licenziamento, un matrimonio che fallisce, una malattia invalidante o un figlio che muore. Non funziona così. Purtroppo, o per fortuna, non funziona così.

A parte quelli che ognuno di noi si va a cercare per godere di qualche ora di semplificazione esistenziale, nella vita i ring non esistono. Si combatte senza regole, senza arbitri, senza gong finale e neppure d’inizio, spesso senza neppure sapere che stai per combattere fino a quando non ti ci ritrovi in mezzo, o addirittura quando sei a terra rantolante. Di più. Ogni giorno può essere che la scelta migliore sia evitare un combattimento che quasi certamente non sai contro quanti e quali avversari dovresti ingaggiare, con quali disparità di forze, con quali rischi non solo per te ma anche per quelli che ti stanno vicino. Senza contare che nella vita reale, prendere un paio di sberloni e chiuderla lì, invece di rischiare una coltellata o peggio, può essere l’opzione migliore.

Questo mondo così complesso e difficile anche solo da intuire, richiede per essere attraversato grandi capacità di autodifesa. Ma per coltivarle, non bisogna illudersi che sia sufficiente imparare qualche tecnica sofisticata efficace solo nelle particolarissime condizioni per le quali è stata pensata. Nessun corso, nessuno stile, nessun sistema di combattimento, nessuna pratica agonistica, ci può sollevare dalla fatica di inventarci le mille e mille strategie necessarie per affrontare il mondo totalmente diverso e infinitamente più difficile che è là ad attenderci, appena fuori dal quadrato.

I avrei un dream

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Ne parlavo l’altro ieri sera davanti a una birra con Valerio, il mio socio marziale di sempre. E’ un rito parlare davanti a una birra, anche se la mia è acqua minerale. E’ come vediamoci-per-un-caffè: conta il “vediamoci”, il caffè, mettiamola così, è un accessorio situazionale. Lui è uno stratecnico, io, diciamo, la butto sul creativo. Forse lui è il geek dell’arte marziale e io l’hippy… A ogni modo ricorrono nei discorsi birraioli i nostri corpi e quel che facciam fare loro. O che loro fanno fare a noi. O che facciamo perchè siamo quei corpi. Insomma, è tutto uno sciorinare di tecniche, movimenti, sensazioni, propriocezioni. Una palla per chiunque altro sia lì, costretto ad ascoltare.

Ieri sera però ho provato, per il tempo della birra, a rimettermi i panni del praticante. Valerio, ho esordito, ho un sogno! Ho pensato alla palestra che vorrei. Che vorrei frequentare, intendo dire. L’esercizio evergreen del mettersi nei panni dei propri destinatari è un cavallo di battaglia nella mia pratica professionale. Si crea ogni volta un momento di disorientamento cognitivo fondamentale quando chiedo a un qualsiasi operatore cosa vorrebbe trovare se fosse un utente del servizio di cui è operatore… Chiedermi che palestra vorrei frequentare, dunque, ha sortito come primo effetto rendere evidente il fatto che non riesco a frequentarne alcuna. Da tempo. Dopo averne attraversate di tutti i tipi, naturalmente.

Non mi piacciono i centri fitness. Anzitutto. Troppe cose, troppa luce, troppa musica, sbagliata per giunta, troppi muscoli e, soprattutto, troppo sudore inutile. Ore, giorni, mesi dedicati a un bicipite. Per farmene che? Ma il tratto dei centri fitness che mi piace meno è la solitutidine dei corpi. Ma se sono affollati…! sì, anche un mercato è affollato, ma anche in un mercato ci si può sentire soli. In un centro fitness il rapporto fondamentale è quello tra corpo e attrezzo. Ognuno lavora per conto suo e l’incontro con l’altro è marginale. Smanetto e sbuffo con un bilanciere o con un tapis-roulant e intanto faccio due chiacchiere con il vicino. I corpi non si incontrano, sudano in prossimità. Attività in gruppo comprese.

Non mi piacciono i centri benessere. In secondo luogo. Troppa aria misticheggiante, troppo candore, troppo incenso, troppi sorrisi, troppa enfasi sulla pace interiore, l’equilibirio e le interpretazioni karmiche, troppo esoterismo. E niente sudore, tranne che in sauna. Sembra che il problema principale di un corpo in quei luoghi sia ripulirsi dentro e fuori. I corpi si limitano a sfiorarsi con delicatezza, immersi in un’aura di pace e serenità che termina sulla soglia del Centro. Fuori il mondo è un’altra cosa e con i centri benessere non ha nulla a che fare. Insomma, i centri benessere sono un’oasi di finzione e invece di rilassarmi, mi irritano.

Infine, non mi piacciono (più) le palestre di arti marziali. Troppa tecnica, troppi programmi, troppo esercizio, troppo tempo necessario per impadronirsi di qualcosa, troppa enfasi sul proprio metodo spacciato per “via”, troppa pratica regolamentata e direttiva, tutti ora facciamo questo, tutti ora facciamo quello, tutti dobbiamo arrivare là e dobbiamo arrivarci per di qua. Sudore in abbondanza ma finalizzato esclusivamente ai risultati sportivi, oppure al raggiungere livelli sempre più alti di specializzazione in questa o quell’arte marziale. I corpi si incontrano, quando si incontrano, solo attraverso le maglie strette delle regole che caratterizzano la singola arte marziale e seguendone rigidamente i canoni. E, ad ogni modo, solo se e quando lo dice il Maestro.

Naturalmente non tutti i centri fitness, i centri benessere e le palestre di arti marziali sono così. Se qualcuno ha da segnalarmi realtà differenti, sono qui con carta e penna.

Dunque io ho un sogno, visto che non ho ancora trovato un posto. E il sogno è avere un posto da frequentare che funzioni più o meno così…

Mi piace dei centri fitness la formula open. Ho sempre malsopportato di iscrivermi da qualche parte e poterci poi andare dalla-alle, il e il della settimana. E se “il” non posso, o se “alle” non arrivo in tempo? Per non parlare della settimana che proprio non è cosa o del mese che lasciamoperdere. Poi, quando hai tempo e ci sei, ti sei perso tutto un pezzo e ti viene il fiatone a recuperare. Se ci riesci. Per non parlare del fatto che quando arrivi in tempo alle e il giusti, devi fare quello che si fa da programma dalle-alle in quel il che trovi, anche se avresti voluto fare tutt’altro.

Sogno un posto, quindi, dove poter praticare in qualsiasi momento. Ho un’ora di tempo, anche meno, entro mi cambio e vedo chi c’è. Se mi va, un po’ di tecnica, uno scambio di idee, di movimenti, di applicazioni, un intrecciar di braccia, un po’ di combattimento. Se c’è un istruttore ne approfitto per chiedergli qualcosa. Oppure se non ho nulla da chiedere o non so cosa chiedere, mi accodo alla lezione che sta tenendo. Quando devo andare saluto e vado, senza dover aspettare che arrivi l’ora in cui tutti, a comando, salutano e se ne vanno.

Mi piace dei centri benessere l’idea di un luogo dove prendersi cura di sè. Non dei muscoli o delle prestazioni. Di . Non ho mai gradito i posti pieni di specchi dove controllare l’immagine che gli altri hanno di te. Dove ti misuri a chili, centimetri e litri di sudore.  Dove imperano le neolingue di matrice americana, giapponese o cinese. Dove la tecnica, da strumento, diventa ciò di cui bisogna prendersi cura. Dove migliorarsi significa ottenere risultati, non diventare migliori.

Sogno un posto, quindi, per dedicarmi del tempo incontrando persone che dedicano del tempo per incontrarmi. Mi piace l’idea di prendermi cura del mio corpo, del suo muoversi, del suo rafforzarsi, del suo esprimersi, incontrando il movimento, la forza e l’espressività di altri corpi. Non ho voglia di passare il tempo a guardare macchine, tabelle o istruttori: voglio guardare negli occhi i miei compagni e intrecciare pelle, muscoli e sudore in uno scambio di gesti che siano di cura reciproca. Anche se sono pugni, calci, leve, spinte, prese, strattoni e possono produrre lividi, distorsioni, adrenalina.

Mi piace delle palestre di arti marziali l’assunto che ogni arte si impara. Che non si tratta semplicemente di stare bene dentro o di rifarsi la buccia, ma di diventare qualcosa. E che per diventare, qualsiasi cosa si possa diventare, occorre disciplina. Odio il concetto stesso di “mantenimento”, come se il mio corpo, l’io-corpo, fosse un macchinario da lubrificare o un ectoplasma di energia da riequilibrare. Non mi interessa buttare ore e fatica solo per restare quello che sono, o ripristinare ciò che ero, o fare un restyling di ciò che sono diventato. Voglio imparare, crescere, evolvere, muovermi verso il sempre nuovo. Sino ai cent’anni. O quale sarà l’età che mi sarà concessa di raggiungere. E voglio seguire questa via con tutto il corpo. Nelle condizioni nelle quali io-corpo di volta in volta ci troveremo.

Sogno dunque un posto dove praticare con disciplina, capace di inventarsi però una nuova disciplina per praticare. Una disciplina che non mi chieda di vendere l’anima cambiando il mio modo di vivere e allontanandomi dal mondo, ma sia l’anima del mio vivere questo mondo nel modo che mi appartiene.

…poi ho guardato Valerio e ho disegnato per aria una mappa di questo posto-sogno, con tanto di stanze per la tecnica, laboratori di combattimento, atelier di autodifesa, salottini per le chiacchiere, aule per i seminari, e lui mi chiede: ma tu vorresti metterlo in piedi un centro del genere? A parte il fatto che ci vorrebbero una quantità di euro che non riesco neppure a scrivere? sì. E allora ci siamo dedicati alla cosa meno costosa riuscissimo a pensare: scegliere il nome. Ci siamo lasciati con questo compito e dopo un serrato scambio di sms siamo arrivati a questo:

Centro di ricerca marziale per la disciplina dell’incontro corporeo
 
Beh, un po’ lungo, ma nel caso si tratterà di trovare una denominazione breve che lo identifichi. Al momento non abbiamo certo il problema di doverlo dire al telefono. Sognare, del resto, non costa nulla. Al massimo una birra.

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