Vincere il terrore
9 gennaio 2015
Difesa Relazionale charlie hebdo, difesa, Parigi, terrore 2 commenti
Botte da orbi
2 gennaio 2015
Difesa Relazionale aggressione in strada, difesa, evitamento, lite tra automobilisti, riduzione del danno Lascia un commento
Se ti affianco non aver paura (ultimo)
27 settembre 2013
Difesa Relazionale aiuto, detenuto, incontro, mitomane 3 commenti
(Parte prima, parte seconda, parte terza)
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Se ti affianco non aver paura (3)
24 settembre 2013
Difesa Relazionale aiuto, detenuto, incontro, mitomane 2 commenti
Se ti affianco non aver paura (2)
23 settembre 2013
Difesa Relazionale aiuto, detenuto, incontro, mitomane, pericolo 8 commenti
(continua)
Se ti affianco, non aver paura (1)
21 settembre 2013
Difesa Relazionale aiuto, detenuto, incontro, mitomane, pericolo 3 commenti
“Abiti a Milano?”
Gli rispondo distrattamente, al momento mi pare una domanda innocua.
“Sì, Porta Vittoria”
Non riesco a terminare la mia geolocalizzazione biascicando la zona, che lui riprende:
“Esco oggi, dopo 21 anni di galera…”
Il primo contatto con il tizio che mi cammina a fianco lungo il marciapiede della Stazione Centrale, era avvenuto qualche minuto addietro sul FrecciaBianca. Sveglio dalle cinque del mattino, avevo sulle spalle tre ore e passa di viaggio d’andata sino a Pesaro, ore di riunioni nel capoluogo marchigiano e al ritorno, vicino al traguardo, sono crollato, sonnecchiando rattrappito sulle poltrone della carrozza pullman.
Non che dormissi sul serio. Ero immerso in quel dolce dormiveglia che offre sollievo alle palpebre, altrimenti costrette a una lotta fratricida per evitare di chiudersi l’una sull’altra.
Sapevo, da qualche parte della coscienza, che non avrei dovuto lasciare sfacciatamente in vista iPhone e iPad sul tavolino. Sono quelle cose che sai, ma alla fine è come se non le sapessi perchè, da qualche altra parte, la tua coscienza ti dice “figurati!”, facendo spallucce. Di solito se la tua coscienza ti dice due cose opposte, segui quella che ti fa più comodo. Dunque ho lasciato metà del mio mondo Apple dov’era, facendomi trasportare dal bisogno di assopirmi.
Una voce mi costringe a socchiudere gli occhi. “Ti ho svegliato? scusa…”
Bassino, tarchiato, capelli cortissimi, occhiali, t-shirt scura che mette in bella mostra i bicipiti, giacca a vento leggera e smanicata chiusa sul davanti, bianca. Borbotto un non si preoccupi non troppo convinto. In realtà mi aveva disturbato più scusandosi per avermi disturbato, che per il fatto di camminare avanti e indietro nel corridoio centrale. Però, in qualche modo, quel suo camminare avanti e indietro nel corridoio non mi lasciava tranquillo e, istintivamente, ho preso in mano l’iPhone e controllato a contatto l’iPad. Mi riassopisco, nuovo risveglio, nuove scuse. Metto via l’iPhone e non chiudo più gli occhi.
Siamo arrivati alla fine in Centrale, saluto bracciodiferro e scendo, avviandomi lungo il marciapiede. E’ in quel momento che sento alle mie spalle una voce chiamarmi, mi volto è ancora lui. Trascina un trolley pesantissimo e mi si affianca. “Abiti a Milano?”, “io in zona Ticinese. Esco oggi dopo 21 anni di galera…”
Non è esattamente la conversazione che vorresti iniziare a mezzanotte, con uno sconosciuto, nel bel mezzo di una stazione ferroviaria.
“Ho ucciso un marocchino di merda”, spiega nel caso non avessi capito il motivo di tutto quel tempo perso dietro le sbarre.
Quindi, o avevo a fianco un mitomane, oppure un assassino. Fortunatamente tutt’intorno c’era parecchia altra gente e, a occhio, la maggior parte pareva essere meno inquietante di lui.
(continua)
Fermarsi. Fermare.
4 agosto 2013
Cronache Pedagogiche, Difesa Relazionale linciaggio, napoli pedofilo, orchi, orco, pedofilo, violenza 6 commenti
Palpeggia bimba a Napoli, rischia il linciaggio
Intendiamoci, se vedessi un orco molestare mia figlia probabilmente gli salterei addosso. Anzi no, sicuramente. Probabile anche che gli farei molto male. E che se nessuno mi fermasse, forse, lo ucciderei.
C’è qualcosa di primitivo nell’ira e nella violenza che coltiva nell’animo. Lo so bene. L’Ira è, dei sette vizi capitali, quello che mi corrisponde di più. E’ un nemico pericoloso, sempre in cerca di alleati che la giustifichino. Vuoi mettere? un orco che molesta tua figlia? se lo uccidi chi potrebbe darti torto?
Ma non potrei tollerare che qualcun altro mi affiancasse per darmi una mano. Che cazzo centri tu? l’ira è la mia, solo io posso decidere di valicare il limite e trasfigurarmi nell’orco che sto tentando di ammazzare. Tu, semmai, dovresti fermarmi. Ecco quello che dovresti fare: aiutarmi a non valicare quel limite. Fermami, bloccami, tirami una secchiata d’acqua, urlami nelle orecchie, insomma, impediscimi di fare quello che sto facendo. Altro che darmi una mano.
O magari no. Magari se qualcun altro tentasse di mettere le mani addosso all’orco insieme a me, trasformando il mio gesto in un linciaggio, mi troverei spinto a mollare l’orco e a mettere le mani addosso all’aggressore, per fermarlo io, visto che non è riuscito a fermarmi lui. Ecco, fermare il linciaggio. Questo potrebbe essere un modo per riorientare dentro di me l’energia che rischia di esplodere in violenza.
Chi è nudo?
25 febbraio 2013
Difesa Relazionale corpi, difesa, femen, forze dell'ordine, violenza 4 commenti
Gran dibattito oggi su Fb a proposito di quello che è successo al seggio dove ha votato Berlusconi tra le tre donne a torso nudo che hanno inscenato una protesta e le forze dell’ordine. Mi ha aiutato a chiarirmi le idee per poi parlarne qui nella prospettiva della Difesa relazionale.
Tralascio dunque i discorsi sulla presunta messa in scena, o quelli sulle regole di ingaggio che costringerebbero i poliziotti a fare quello che hanno fatto. Non mi interessano. Il punto, come sempre, non è neppure giudicare chi ha torto o chi ha ragione, ma cosa può insegnarci quell’episodio sulla difesa e sulla violenza.
Per questo occorre tornare ai fondamentali della difesa.
Primo: difendere qualcosa a costo di mettere in pericolo o distruggere quello che si sta difendendo, non ha alcun senso
Cosa stavano difendendo i poliziotti presenti al seggio? L’ordine pubblico verrebbe da dire. Ora, tre donne che strepitano a torso nudo fanno più “disordine” pubblico di un tot di uomini in divisa che le afferrano (malamente), le strattonano, le trascinano via, le sbattono a terra? non credo. L’intervento della Polizia ha creato molto più caos di quanto non ne creassero le tre manifestanti. E questo è un fatto.Altri potrebbero sostenere che il poliziotti erano lì per difendere il politico importante presente e che è sempre a rischio sicurezza. Bene.
E se le tre signore fossero state un diversivo? Chiunque avrebbe potuto approfittare del caos creato dal corpo a corpo ingaggiato dagli agenti per attentare alla sicurezza dell’importante politico presente. E questo è un altro fatto.
A voler essere sofisticati, occorrerebbe ricordare che le Forze dell’Ordine, hanno il compito istituzionale di difendere sempre e comunque non qualsiasi tipo di “ordine”, ma l’ordine democratico. E difendere l’ordine democratico pestando di santa ragione chi protesta, sia pure in modo improprio, non mi pare aiuti a difendere l’ordine democratico. E questo è un principio. Di quelli a cui far riferimento sempre.
Quindi, a prescindere dal fatto che la responsabilità sia di poliziotti incapaci o mal addestrati oppure da strategie operative evidentemente discutibili, resta che quell’episodio fa mostra di una “difesa” pericolosa che mette a rischio invece che mettere in sicurezza.
Per lo meno non dovrebbero farlo le forze cui è stata delegato il monopolio dell’uso della violenza al solo scopo di assicurare la difesa collettiva.
E’ del tutto evidente che i comportamenti dei poliziotti sono stati di gran lunga più violenti della pur sostenuta violenza verbale delle manifestanti. In questo modo si rischia di produrre un’escalation. Se intorno a quel seggio ci fossero stati gruppi di attivisti inclini all’uso della forza, sarebbe scoppiato un tumulto. Questo non è il modo di mantenere l’ordine pubblico.
Naturalmente nella difesa occorre anche tener conto delle minacce potenziali, non solo della violenza espressa in modo manifesto. Per questo ingaggiare un corpo a corpo con quelle donne è stato un errore: ha distolto risorse e attenzione al dovere di mettere in sicurezza la situazione nel suo complesso. Che pericoli potevano nascondere quelle manifestanti a torso nudo? Evidentemente nessuno. Dunque la reazione è stata sproporzionata, ha alzato la quota di violenza e ha messo a repentaglio tutti i presenti.
In quella situazione, per come è stata gestita, il nemico erano le tre manifestanti e quello da difendere Berlusconi. Con questa mentalità non andiamo lontano.
Difendere è giusto, ma occorre farlo nel modo giusto. Difendere a qualunque costo, invece, significa accettare a priori la possibilità di farlo nel modo sbagliato
Quindi se qualcuno, a maggior ragione se è un pubblico ufficiale, pensa di dovermi difendere a qualunque costo, sappia che non sono d’accordo e mi difenderò dalla sua pericolosa protezione.
Belva o idiota?
16 febbraio 2013
Difesa Relazionale dignità, mito, omicidio, Pistorius Lascia un commento
Ora l’accusa é omicidio volontario. Rischia grosso, ma trovo paradossalmente piú dignitosa questa ipotesi. Mi sembra ci sia più senso nella possibilità che un uomo come lui perda la testa e in un impeto di follia più o meno lucida decida di uccidere la sua fidanzata, piuttosto che immaginarlo mentre prende la pistola e spara all’impazzata a uno sconosciuto entrato in casa senza nemmeno dire “chi va lá”. Uno dei tanti casi in cui il discorso etico e quello giuridico si muovono su piani completamente diversi.
Insegnare a proteggere
4 febbraio 2013
Cronache Pedagogiche, Difesa Relazionale, Irene Auletta aggressioni, educatori, educazione, genitori, protezione, violenti 8 commenti
In una supervisione di un gruppo di educatori raccolgo domande e pensieri.
Mi trovo in grande difficoltà quando durante il mio intervento a domicilio assisto a scene in cui la madre maltratta suo figlio. Le aggressioni sono sia fisiche che verbali e io, oltre che a tentare di smorzare la tensione, non so che fare.
Mi è capito di osservare lividi sul corpo di un ragazzino che seguo da un paio di anni e di sapere che l’aggressore era stato il fratello più grande. La madre è a conoscenza del fatto ma tende a giustificare il comportamento del figlio maggiore, dicendo che il piccolo è davvero una peste.
In una delle famiglie con cui lavoro c’è un padre violento, soprattutto con i suoi due figli, ma la madre sembra sottovalutare il problema e per me è difficile affrontarlo direttamente.
Mentre ascolto le parole mi raggiungono forti anche le emozioni che le accompagnano di fatica, disagio, difficoltà e, accogliendo i racconti, cerco di tenere tutto insieme per non perdere il valore delle differenti comunicazioni. In occasioni come queste è molto facile fare scivoloni sia nella direzione del giudizio verso quei genitori, che verso una sorta di tecnicismo che si aggrappa a procedure e doveri, perdendo di vista la storia degli individui e le valutazioni possibili.
E’ troppo facile, e sicuramente non sufficiente, dire che alcuni comportamenti non possono essere ammessi, che non è questo il modo di comportarsi, che di fronte ad alcune azioni possono scattare denunce. Chi si occupa di interventi socioeducativi nell’ambito della tutela minorile, sa bene che argomenti come questi sono all’ordine del giorno e che richiedono attenzione e serietà da parte degli operatori che li trattano.
E chi si occupa di educazione quale contributo può offrire, a partire dalla peculiarità del proprio sguardo professionale? Domanda difficile che spesso trova risposte nel tentativo di molti educatori di impossessarsi di linguaggi altrui, psicologici o sociali, per dare un senso a ciò in cui si ritrovano coinvolti. Come se in alcune occasioni il sapere pedagogico si mostrasse troppo debole o sopraffatto dalle analisi altrui per dare spazio alla propria.
Penso a cosa ho fatto io quando mi sono ritrovata in situazioni analoghe come educatore e a cosa faccio, oggi, quando come pedagogista raccolgo storie simili dagli educatori o direttamente dai genitori. Chiedermi cosa possono insegnare alcune esperienze è il mio orizzonte sicuro e, orientadomi verso di esso, di solito mi avvio in una ricerca che cerca di essere attenta e rispettosa delle difficoltà, delle fragilità e dei limiti che incontro. Pensiamo troppo spesso che proteggere i propri figli sia un’azione istintiva e normale, che la si deve saper fare perchè così è scritto. Ma dove?
A volte è necessario chiedersi cosa le persone che abbiamo di fronte sono ancora in grado di imparare e, se ci pare di individuare qualche fessura di possibilità, pensare anche insieme a loro gli interventi necessari, coinvolgendoli nella loro stessa vita e facendogli intravedere percorsi di crescita e di cambiamento.
Mi ritrovo a pensare che se riesco a far sentire protetti gli educatori mentre ne parlano, posso introdurre il tema della protezione anche verso i genitori, affinchè la possano imparare e rivolgere ai propri figli.
Una mia grande maestra, a proposito dello sguardo rivolto ai bambini, mi ha insegnato l’importanza di distinguere l’azione cattiva dal bambino che la compie. Anche i genitori che compiono cattive azioni, che rimangono tali, possono essere guardati con lo stesso sguardo. Forse proprio lì, da quella prospettiva, è possibile ascoltare cosa ci può suggerire l’educazione.









