Purché sia bello

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di Irene Auletta

Interno giorno. Ospedale pediatrico, giro visita dei medici.

Buongiorno signora, vediamo un po’ come va oggi. Lei sa vero che sua figlia è celiaca e che quindi deve fare sempre molta attenzione con la scelta dei cibi? 

La madre annuisce. Sua figlia è celiaca da diversi anni ormai e sentirsi ripetere ogni volta l’indicazione le mette quasi un po’ di disagio. 

Certo che questa scoliosi è davvero brutta, lei sa vero che probabilmente sarebbe bene non interrompere mai la fisioterapia? Anche qui un attimo di pausa perché quella scoliosi lì è un tratto caratteristico, curato e ben conosciuto. Dopo qualche altra domanda-indicazione-prescrizione sempre sullo stesso tono, la madre sbotta e anticipa il medico dicendo, se adesso vuole chiedermi se so che mia figlia è disabile le anticipo già la risposta. 

Lo so.

Quella madre ero io tanti anni fa quando ancora, di fronte all’elenco delle tue mancanze, il dolore riusciva a prendere quasi solo la forma della rabbia.

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto la relazione sanitaria periodica di uno dei centri diurni che frequenti. L’effetto non è più lo stesso ma l’elenco di ciò che non sai fare e dei tuoi limiti, mi arriva sempre come un pizzico al cuore. Anche se, fortunatamente, molto più leggero.

Ma cosa ti aspetti da un medico? Io sinceramente mi aspettavo di leggere proprio questo! Eccolo tuo padre che con due battute mi rimette in ordine le emozioni e i pensieri.

In questi giorni ogni tanto mi perdo ad osservarti mentre attenta, affascinata e coinvolta segui alcune gare delle Olimpiadi. In particolare il pattinaggio, il movimento e la musica, ti emozionano al punto che anche il tuo corpo non può fare a meno di partecipare!

Ma cosa centri tu, figlia che osservo e che da anni mi riserva stupore e sorprese, con alcune descrizioni e raccolte che sembrano non avere altra finalità che ribadire ciò che non sarai mai?

Forse, sia come operatori che come genitori, dovremmo smetterla di cercare la concentrazione, il coinvolgimento, l’attenzione e la partecipazione dove decidiamo o vogliamo noi perché il rischio è che ci sfugga continuamente ciò che accade esattamente davanti ai nostri occhi.

Sai che ti dico Luna? Continua ostinatamente a scegliere e a farti appassionare dal mondo che con tutta la tua persona riesci a raggiungere. Continua ad essere affascinata dal bello e a cercarlo sempre con curiosità. Continua a stare in quello sguardo che nel presente prova a godersi appena possibile il gusto della vita.

Per tutto il resto, la gente in coda è parecchia. Noi preferiamo andare altrove.

Andiamo? 

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Il concetto di “educare” inteso come “condurre altrove” affonda le sue radici nell’etimologia latina ed esprime un profondo approccio pedagogico, che sposta il focus dall’inculcare nozioni al far emergere le potenzialità intrinseche dell’individuo. 

di Irene Auletta

Ha ragione tuo padre. La condivisione con altre famiglie che vivono storie vicine alla nostra e’ senza dubbio un valore ma, al tempo stesso, dopo qualche giorno, si fa strada anche il bisogno di distanza.

La condivisione è potente ma lo sono anche le risonanze delle fatiche, dei dolori celati dai sorrisi, dei timori legati al tempo che passa, delle vite parallele che fanno finta di non esserlo. 

Siamo arrivati a questa settimana TMA in montagna con qualche timore perché lo scorso  anno, dopo pochi giorni, ti sei ammalata, interrompendo così bruscamente l’esperienza appena iniziata.

Sarà troppo impegnativa per te e per le tue energie? Faremo bene anche stavolta ad accompagnarti oltre il tuo limite affidandoti ad operatori capaci di condurti altrove?

Dai, bando ai timori e iniziamo!

Ogni giorno un piccolo traguardo e arrivati all’ultimo della settimana, mi accorgo del mio respiro che si fa più leggero, delle piccole tensioni che si allentano, della tua felicità contagiosa.

Ogni famiglia che abbiamo incrociato porta con sé i segni, più o meno visibili, della sua storia e di sicuro tutti noi qui ci siamo sentiti un pochino più al sicuro, soprattutto dagli sguardi del mondo.

Tante le sfumature e ogni volta, silenziosa ma resistente, quella sensazione che neppure quasi si fa pensiero. Se Luna fosse stata … per fortuna non è …

Forse ogni genitore incontrato pensa o vive lo stesso e dietro quei sorrisi spesso senza parole, si possono intravedere misteriose tessiture di pensieri ed emozioni. E’ da questo che stasera sento il bisogno di prendere distanza.

Domani si torna a casa, con un video che trattiene momenti, con gli occhi pieni e il cuore grato.

Luna ma quante cose belle sono accadute in questi giorni? Te lo sussurro mentre stai per addormentarti e ti scappa un sorriso proprio quando gli occhi cedono e si chiudono stanchi. 

Chissà se ci saranno sogni innevati che arriveranno a farti compagnia? Non lo saprò mai e per ora, mentre ti guardo, sento che la vita, nella sua innegabile durezza, continua a donarmi  momenti straordinari e preziosi attimi di felicità.  

Nelle nostre personali olimpiadi siamo inciampati in tante cadute ma stasera, anche noi ci conduciamo altrove festeggiando. Evviva Luna della terra!

Luce all’orizzonte

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di Irene Auletta

Da molti anni ormai mia figlia sei Tu, con questa forma e con tutto ciò che ti rende indiscutibilmente e amorevolmente te. Se ci sono stati gli anni delle attese deluse, sono passati da molto tempo. 

Eppure ancora oggi, quando mi ritrovo, per lavoro, a fare osservazione nei nidi o nelle scuole per l’infanzia, la voce e le parole dei bambini mi arrivano a stuzzicare una profonda mancanza. Non è più per ciò che avresti potuto essere, ma è per ciò che non sei stata e per ciò che irrimediabilmente ho perso. 

Che suono avrebbero avuto le tue parole e come si sarebbe trasformato con la maturità del passare degli anni? Io avrei mantenuto, come accade oggi, la costante ricerca nei tuoi occhi dei non detti misteriosi?

Penso che per molti operatori la comprensione di alcuni stati dell’anima dei genitori sia molto difficile da raggiungere, soprattutto a causa di quelle interpretazioni dominanti che spesso allontanano gli sguardi e le esperienze dei genitori da quelli degli operatori e degli specialisti che incontrano. 

Ne e’ un esempio il fatto che ancora si continui a parlare dell’accettazione ( si è capito che per me è una parola insopportabile?) da parte dei genitori, in presenza di figli con disabilità, quando assistiamo ormai da molti anni alle fragilità e alle difficoltà dei genitori tutti, indipendentemente dalle caratteristiche o dalle condizioni dei figli. 

A volte ho persino l’impressione che l’incontro con i figli disabili spinga, assai precocemente, a fare i conti con alcune dimensioni della genitorialità che, paradossalmente, negli anni ne proteggono la crescita e l’evoluzione. Quanti genitori si misurano con la delusione nei confronti dei loro figli nel corso del tempo, nell’età adolescenziale e a volte anche in quella adulta? 

Me lo sono chiesta tante volte e tante volte l’ho scritto. Se tu non fossi stata tu ti avrei amata allo stesso modo? Sarei stata orgogliosa di te così? Avrei apprezzato ogni tua piccola possibilità a discapito delle tante mancanze che la vita insolente ha messo nel tuo personale zaino? 

Chi lo sa, domande mute come te e come me quando occhi negli occhi cerchiamo significati non sempre facili da afferrare. Possiamo insegnare qualcosa con la nostra esperienza?  Non so. Forse si, forse no.

Di sicuro quello che abbiamo imparato è talmente prezioso che brilla ogni giorno, sempre. Anche al buio.

RiflettendoCi

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di Irene Auletta

La gente che ci vede ce lo chiede, ma voi chi siete?

Questa breve frase l’ho sentita diverse volte negli ultimi anni, in un ritornello cantato dagli operatori dei vari progetti TMA e in particolare, proprio di recente, l’ho ritrovata mentre il gruppo degli operatori, insieme ai bambini e ai ragazzi, attraversava il parco acquatico che da qualche anno accoglie e ospita le esperienze estive di settimane intensive TMA.

La gioiosità e la giocosità di questi operatori, ogni volta mi stupisce e mi sorprende nella loro capacità di accogliere e contenere il gruppo con il canto, accompagnando attività intense, mirate, profonde e mai casuali nelle intenzioni e nelle finalità educative e terapeutiche, prevalentemente in acqua, ma non solo.

In particolare questa frase mi raggiunge forte perchè da’ voce, in modo sereno e quasi felice, ad una domanda che evidentemente chi incontra la disabilità, come genitore o operatore, legge nello sguardo dell’altro.

Proprio stamattina mi è capitato di vedere il video di una mamma, che mi ha molto emozionata, raggiungendomi con una sottile onda di tristezza, di quella così profonda che quasi non ha un nome. Questa mamma riprende suo figlio disabile che arriva in un parchetto giochi e, appena lui si avvicina a delle attrezzature ludiche, pian piano tutti gli altri bambini si allontanano, lasciandolo da solo. Lei lo commenta con molta amarezza, ma senza perdere l’occasione di descriverla anche come esperienza abituale.

Due scene diverse, due immagini. A mio parere non una giusta e una sbagliata, una bella e una brutta, ma due scene diverse che riflettono gli sguardi che quotidianamente intercetta chi si trova al fianco di persone con disabilità. In realtà stamane il ritornello della canzone mi riempie della speranza di poter interpretare lo sguardo dell’altro, indipendentemente dalle intenzioni, connotandolo con elementi di curiosità, di non conoscenza, a volte anche di timore.  

Questo dire La gente che ci vede ce lo chiede, ma voi chi siete? … e  noi gli rispondiamo, prosegue il canto, potrebbe essere una bella indicazione per tutti noi che attraversiamo il mondo della disabilità, attraversati continuamente dagli sguardi che ci incontrano. 

Chi come me si occupa di cura, anche per professione, conosce bene il valore e l’effetto dello sguardo dell’altro sulla crescita e sui processi di riconoscimento della propria identità dei bambini e dei ragazzi. Sempre di più, negli anni, ho imparato quanto lo stesso sia imprescindibile anche per i genitori. 

I genitori che vivono l’esperienza della disabilità molto spesso nascono e crescono fortemente condizionati dallo sguardo dell’altro che sovente rischia di restituire prevalentemente gli aspetti di ombra, di mancanza, di sfortuna, di tristezza, di dispiacere. Allora la gioiosità del canto e di quella domanda rinnovata, mi fa intravedere altri aspetti dell’esperienza con la disabilità che possono brillare di curiosità, di stupore, di meraviglia, di leggerezza, di magia.

Quando in questi giorni ti guardo arrivare, serena, felice e sorridente, anche se zoppicante, colgo nel tuo sguardo la possibilità di aver vissuto qualcosa di bello, impegnativo, leggero, divertente, con persone diverse da noi genitori che possono scoprirti e farti scoprire in aspetti inediti, proprio grazie ai loro sguardi differenti.

Lì, in quel riflesso di novità, c’è tutta la gioia possibile. La raccolgo a piene mani e nel nostro abbraccio te la sussurro, in barba alle inevitabili ombre.

Eccoti qua, il mio altro pianeta preferito!

Danzando insieme

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di Irene Auletta

Come sta la mia Luna?  E’ passato un anno e quella domanda ogni tanto torna a farmi compagnia. Me la coccolo tenendola  stretta vicino al cuore, esattamente come facevo ogni volta che eri tu a pormela. 

Lo sapevo che avrei perso un pezzo,  lo sapevo che nessuno mi avrebbe compreso come sapevi fare tu, lo sapevo che così è la vita, che si nasce e si muore. 

Quello che però non potevo immaginare non era la sofferenza, che mi aspettavo come certezza,  ma il senso di mancanza, di vuoto, di perdita di orientamento, di cuore pesante.

Eppure, negli anni, me lo sono detta tante volte che nessuno mi avrebbe più guardata come mi guardavi tu quando, anche senza parole, ti dicevo, mamma per me è troppo, mi sembra di non farcela. E tu, con gli occhi pieni e brillanti, eri pronta ad esserci e a dirmi ce la fai, ce la fai di sicuro.  

Negli anni ho sempre pensato che questo fosse il più grande tesoro che potevi lasciarmi ed è quello che provo a fare ogni giorno, come madre, nello starti vicino e sostenerti ogni volta che cadi e inciampi. Ce la fai Luna, ce la fai di sicuro. 

Non voglio neppure chiedermi figlia mia se un giorno arriverò a mancarti allo stesso modo, perché se finora ho imparato qualcosa, e’ che quanto ci sostiene e tratteniamo nella memoria, abita nel cuore. Mi va bene così.

Negli ultimi tuoi anni , quelli del tramonto, succedeva una cosa molto bella. Ogni volta che venivo a trovarti, appena mi vedevi esclamavi sorridendo eccola la mia Irene e io spesso, come in un gioco complice,  non potevo fare a meno di risponderti eccola la mia mamma. E ridevamo. Lo faccio spesso anche con Luna, questo gioco, ma lo facciamo in silenzio, come tutto ciò che parla del nostro amore. 

Così proprio oggi, in silenzio, mentre le lacrime accompagnano il ricordo, mi raggiunge una musica e nel cuore riconosco la nostra danza.

Eccoci, ancora insieme.

Le nostre primavere

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di Irene Auletta

L’ho condiviso tante volte e oggi mi pare la giornata perfetta per ricordare questo vecchio racconto.

Molti anni fa, da bambina, un giorno a scuola ho scoperto che il mese di febbraio è ancora un mese d’inverno. Lo ricordo ancora bene il mio dispiacere mentre racconto a mia madre che io non voglio essere nata in inverno. 

Che possiamo fare, dice mamma, purtroppo sei nata a febbraio. Ma sai cosa possiamo inventarci? … che dal giorno del tuo compleanno inizia la primavera!

Per molti anni successivi il giorno del mio compleanno ho ricevuto sempre composizioni di primule. Irene oggi è primavera, mi dicevi.

Mia madre era tanto e questa era una delle sue caratteristiche più belle. La capacità di portare leggerezza e trasformare con allegria i piccoli o grandi imprevisti della vita.

Negli anni tante volte mi è apparsa incupita, malinconica e preoccupata ma, appena il sorriso le illuminava il viso, nella stanza entrava un’aria limpida. Nella stanza del mio cuore, intendo. 

Ogni giorno provo a fare lo stesso con mia figlia, soprattutto quando la vita mi mette ancora e ancora in ginocchio. Proprio in questo momento ti penso vicina vicina e pian piano il respira si allarga. 

Quest’anno mamma questo inizio di primavera e’ dedicato a te, alla bellezza che mi hai lasciato e a quel sacchetto di forza leggera dove ogni tanto attingo per prendere pizzichi di allegria a condimento della vita. 

Auguri a me, figlia di questa nuova ennesima primavera. I doni più preziosi sono proprio ben custoditi in quella stanza lì. 

Il posto della gioia

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di Irene Auletta

Capita spesso nel mio lavoro di incontrare genitori di bambini piccoli e di osservarli con tenerezza, sapendoli all’inizio del loro percorso e alle prese con quei primi passi che, insieme ai loro figli, sperimentano nel loro ruolo di madri e padri.  Sovente mi riferisco a loro definendoli “genitori piccoli”, proprio con la stessa cura e delicatezza che penso necessaria per i loro bambini.

Con una strana e bizzarra capriola del tempo, penso ai tanti genitori con figli disabili che conosco da anni o che incontro per la prima volta. Mi colpiscono soprattutto i genitori di figli grandi che, non di rado, mettono alla prova con questioni complesse e problemi da adulti. Lo scarto, a volte disarmante, e’ proprio il divario tra l’età anagrafica e quei comportamenti che, negli anni, non solo rimangono in quella veste troppo facilmente definita infantile, ma si induriscono come risultato di una vita difficile da attraversare, anche come figli, figlie e persone adulte con disabilità. 

Racconti di giovani uomini e donne che urlano, protestano, utilizzano il corpo per dire il dissenso mettendo a durissima prova i corpi e le anime di genitori che si avviano verso “una certa età”, come diceva mia madre.

Comportamenti difficili anche solo da ripetere e che, non raramente, mettono in ginocchio gettando nello sconforto. E allora, proprio mentre ascolto tante testimonianze che mi risuonano vicine, non posso fare a meno di pensare a come questi genitori siano stati poco aiutati, non tanto per gli aspetti sanitari o riabilitativi (nei migliori dei casi), ma per assumere, sostenere e portare avanti il loro ruolo educativo. 

Con te sono stata fortunata sia per la possibilità di continuare ad attingere anche a ciò che faccio per professione sia, soprattutto, per la presenza di tuo padre che, a parte i primi difficilissimi tuoi anni di vita, ha danzato con me per tutti questi anni, aiutandomi a cercare il passo giusto e accettando le mie indicazioni quando anche lui inciampava. Tante volte ci siamo dati il cambio, e ancora lo facciamo appena la vita ce lo consente, aiutandoci e sostenendoci senza falsa compassione o visione pessimista ma sempre con la voglia di capire, imparare, confrontarsi, cercare alternative o, a volte, semplicemente ridere di quello che la vita ci chiede di affrontare o di fronte alle tue espressioni adorabili. 

Di facile non c’è nulla e tuo padre l’ha scritto molti anni fa nel suo diario di padre ma quello che abbiamo provato a non perdere di vista è stata la voglia di vivere, non accettando mai la facile deriva di accontentarsi di sopravvivere.

Oggi la tua e mia maestra Feldenkrais, indispensabile e prezioso aiuto e cura per entrambe, ha utilizzato una bella espressione che mi ha riempito il cuore. Il tuo bello, mi ha detto, è che attraversando tempeste non manchi di esplodere nella gioia.

Grazie Angela ormai nostra storica curatrice di famiglia, perché da un po’ anche tuo padre fa parte del gruppo. Grazie perché in tanti anni di preziosa vicinanza non hai mai smesso di esibire il valore di quella cura di cui necessitano come l’aria i genitori che fanno della cura ricorsiva, che non finisce mai,  la loro instancabile compagna di vita. Non mi stancherò mai di dirlo che per aiutare bisogna farsi aiutare, prendersi spazi di cura, di bellezza, di leggerezza, di luce. Un diritto per genitori e figli.

La disabilità è una faccenda seria e complessa certamente per i genitori ma anche per quei figli che incontrano la vita con uno zainetto sguarnito di tante possibilità, tanto più la condizione è severa. E con te, figlia mia, la vita è stata severissima.

Come faccio spesso dopo riflessioni tanto intense, te lo racconto stasera mentre torniamo dalla piscina. Le poche parole dette, di amore e comprensione, si alternano a quelle che riempiono i nostri silenzi e di nuovo mi chiedo come condividere questi pensieri con quei tanti genitori che rischiano di essere travolti dalla fatica, dallo smarrimento, dalla disperazione.

Sai cosa faccio Luna? Stasera scrivo un post su quello che ti sto raccontando e speriamo che arrivino un po’ di carezze a tanti cuori feriti e doloranti perché la gioia, sempre, è un diritto di vita.

Per la vita.

 

Senza ‘e te 

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di Irene Auletta

Quanto mi ricordi tua madre! Ogni volta tornare a casa vostra e’ un modo per prendere un pezzetto di contatto in più con un’assenza grande.

Lo sai papà che mi fa tanto piacere assomigliare a mamma. Entrambi condividiamo un momento di magone che mio padre interrompe con una delle sue frasi tipiche. Allora cosa mi racconti di Luna?

Tutta la forza che esibisco quasi sempre e ovunque vacilla di fronte allo sguardo intenso di mio padre. Ha perso due figli e Luna fa riemergere, in lui e in me, ricordi malinconici. Riesco solo a rispondere che a volte sono tanto preoccupata mentre lui annuisce dicendomi che, a noi, ci pensa ogni giorno. 

Mio padre è un uomo essenziale, decisamente fuori moda in questi tempi effimeri. Sono stata fortunata ad avere avuto così tanto a  lungo nella mia vita sia lui che mia madre e sono contenta di non aver mai perso occasioni per dire a entrambi della mia gratitudine. Se penso alle nuove generazioni di figli adulti e a tante distanze,  penso che i miei genitori sono stati capaci di insegnarmi anche questo.

Chissà se come madre sarei stata capace di fare lo stesso con una figlia adulta con caratteristiche differenti dalla mia? Chissà. 

Per ora mi gusto ancora quei piccoli momenti in cui sentirmi figlia. 

Se  mia madre mi ha insegnato e lasciato  come eredità indelebile il valore della cura della vita, mio padre ancora oggi mi fa sentire radici forti che anche nelle tempeste mi tengono ben salda. Forse ha ragione la mia maestra Feldenkrais quando dice che noi donne lucane siamo donne quercia. 

E così in auto, mentre gioiosamente malinconica sto tornando a casa, mi raggiunge questa dolcissima canzone…

Vabbè Pino Daniele però ora non mettertici anche tu!

Je te penze accussi’

Per ore e ore

Je te voglie accussi

Te voglie ancora

E si chest nunn’e’ ammore

Ma nuje che campamme a ffa’

E se chiove o jesce o sole

Je te voglie penza’

Pecch senza ‘e te nun so’ niente

(Senza ‘e te, Pino Daniele)

Distanze e sorprese

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di Irene Auletta

Il saluto del mattino segue le onde del risveglio e la giornata prosegue con la comunicazione di un programma giornaliero sempre ricco dove l’acqua la fa da padrona. Ma non solo.

Dopo il cerchio del saluto parte la coda di bambini, ragazzi e operatori che nel loro attraversamento del Villaggio turistico, se fosse possibile non notare, e’ impossibile non sentire. Si percepisce anche a distanza come gli spostamenti accompagnati dai canti siano occasione per ribadire la logica del gruppo, del divertimento e anche di quella spinta a stare insieme che per molti non è né facile né scontata.

Al loro passaggio davanti ai bungalow e’ possibile osservare adulti con lo sguardo orientato in quella direzione a cogliere proprio lì il loro figlio o figlia. Io, quando ti intravedo, mi scorgo sempre con gli occhi lucidi. Negli anni di questa esperienza anche le mie emozioni seguono le onde della giornata e mi vedo, esattamente come altri genitori, a osservarti sempre con quel misto indissolubile di gioia triste o malinconica contentezza.

Anche quest’anno il feeling con l’operatrice ti è di grande aiuto e vederti a distanza ridere, giocare, nuotare, lanciarti dagli scivoli e dai gommoni in acqua, e’ una cura miracolosa per tutto.

Il bello di quest’esperienza è il saperti vicinissima ma distante in compagnia di altre persone per tutta la giornata.

Ieri sera, “giornata invertita” insieme agli operatori dalle 15 alle 23, ti guardavo danzare in quel gruppo gioioso e pieno di bella energia e mi è venuto spontaneo fare il paragone con la serata musicale e danzante offerta dal villaggio, nello stesso momento, per gli altri bambini e ragazzi.

Proposte di balli ammiccanti, sempre uguali in quelle movenze incoraggiate da animatrici e animatori brutta copia di soubrette sculettanti. A guardare, divertimento zero.

Poi un po’ a distanza un gruppo di giovani che ridono e ballano insieme mescolandosi a bambini e ragazzi. La rigidità, le stereotipie, i comportamenti “fuori schema” non turbano l’allegria.

Ogni tanto riemergi in quel gruppo dove riesco ad osservarti senza fretta solo perché non mi vedi e penso che stasera la vera proposta di qualità e’ senza dubbio la vostra!

A volte la vita, nella sua durezza, lascia spazio a sorprese leggere e stasera, con quella maglietta rossa e luccicante, tu sei la mia sorpresa preferita.

Passeggiando nel tempo

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di Irene Auletta

Negli ultimi tempi gli incontri con mia  madre si sono trasformati in viaggi nel tempo. Il segreto è non porre resistenza e farsi accompagnare in sbalzi da capogiro, in un movimento continuo tra passato prossimo e passato remoto, con qualche puntatina nel presente.

Diversamente da chi in tali situazioni si angoscia, io ho scoperto la via della curiosità e la possibilità di stupirmi insieme a lei di qualcosa che, anche ripetuta a distanza di cinque minuti, diventa una sfiziosa novità.

Ti stupisci della tua età e della mia e riesci sempre a dirmi che sono sciupata e troppo magra.  Dai mamma non è poi tanto vero, ti dico nel nostro ultimo incontro. Allora mi sorridi e con candore mi rispondi che forse mi “sono fatta vecchia”. Replico ridendo che questo è troppo e le ricordo ogni volta le sue di primavere! Ma veramente? Allora mi sono fatta vecchia pure io!

Così va meglio.

Ti faccio vedere spesso qualche foto di Luna, solo un paio perché di più fai fatica a seguirle e non di rado commenti chiedendomi se riesce a farsi capire. Questa tua domanda mi commuove sempre perché era la tua preoccupazione di sempre nei suoi primi anni di vita e colgo lo stupore quando ti ricordo che ora ha ventisei anni.  Cerco di raccontarti solo cose belle e leggere ma ogni tanto mi punti gli occhi negli occhi e sei tu, che mi osservi nel profondo. 

Quante cose pesanti la vita ti ha messo sulle spalle … Lo dici quasi a bassavoce, come fosse un sospiro.

Non faccio neppure in tempo a trattenere le ultime battute che sei già altrove, indietro di trenta, venti, dieci, cinque anni fa.

Mi torna in mente la bellissima frase di film che ho visto di recente. “A volte è meglio non sapere le cose. Il bello della vita è proprio questo: ignorare che cosa accadrà domani; anzi, che cosa accadrà tra un istante. Del resto, come potremmo nutrire qualche speranza sul nostro futuro, se lo conoscessimo già?”.

Appunto.

Quando mi riprendo dal mio vagare, ti vengo a cercare in un altro tempo e così fino alla fine del nostro incontro, con il tuo saluto che ripete sempre le medesime parole con cui mi accogli. 

La mia Irene … la mia Irene.

E così ti saluto incrociando il tuo sorriso stanco mentre i tuoi occhi sono già di fronte ad un altro paesaggio a guardare chissà cosa. Ogni volta devo fare pace con il desiderio di esserci di più e con la mia vita che decide le sue battute spesso incurante di ciò che vorrei non perdere o trattenere il più possibile. 

Dopo ogni visita, ritorno pian piano verso casa accarezzando attimi di nostalgica malinconia in compagnia dei temporali e delle schiarire del cuore.

Quando torno da te figlia mia, il tempo è quello di un magnifico e terribile inesorabile presente.

Luna lo sai cosa ho raccontato alla nonna? Le guardiamo un po’ di foto delle tante cose belle fatte insieme? 

Nel tuo tempo dell’eterno presente i ricordi, tra profumo di violetta e Leocrema, mi riportano in equilibrio tra i miei affetti più cari e profondi e proprio lì, il battito trova attimi di quiete e di felicità.

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