Lasciarsi e ritrovarsi

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lasciarsi e ritrovarsi 1di Irene Auletta

Mi hai accompagnato all’aeroporto e hai voluto per tutto il tempo rimanermi vicino rifiutando con decisione il contatto con Inna, la signora che da molti anni ci e’ vicina.

Mi hai stretto forte la mano ridendo e scrutando ogni particolare di quello strano luogo. Ti ho detto che mi avresti dovuto salutare dopo poco perché dovevo prendere l’aereo e tu, come di tua abitudine, hai mostrato di non ascoltare, facendo “finta di nulla”. La curiosità per quello che ci circonda attira la tua attenzione e ti fa assumere quell’aria attenta ai dettagli e ai particolari che sembra precludere altre possibilità di ascolto.

Inizio a salutarti dicendoti che ci rivedremo il giorno dopo e che verrai a prendermi con il babbo. Tu mi abbracci e poi il tuo sguardo si sposta oltre e interrompi con me qualsiasi tipo di contatto, fisico e visivo.

Non passano molte ore e la scena si ripete, praticamente identica. Solo che stavolta mi aspetti agli arrivi dell’aeroporto, con babbo che ti fa la telecronaca in diretta di tutti i miei movimenti dal momento della partenza, dell’atterraggio e dell’imminente arrivo.

Ti vedo prima che tu possa scorgermi e l’amore mi soffia incontro mentre, con la serietà che ti contraddistingue in alcune situazioni, mi cerchi tra la folla. Appena mi vedi ridi, salti e fai suoni con la voce di saluto e di gioia. Accetti un mio bacio e un breve abbraccio poi, di nuovo, poni tra noi la distanza di sicurezza e ti aggrappi alla mano del tuo babbo.

Quando le emozioni sono così forti bisogna fare una pausa e mettere nel mezzo del tempo che aiuti a ritrovare nuovi equilibri. Negli anni ho imparato a moderare le mie attese e ad aspettarti e forse, ho anche imparato a rispettarti, senza far prevalere il mio desiderio di adulta.

Mentre ero lontana, proprio in occasione dell’impegno che mi ha fatto prendere l’aereo, un padre con una figlia disabile, sapendo di te, mi ha detto che secondo lui il dolore passa quando guardi tua figlia e la smetti di pensare a ciò che avrebbe potuto essere.

Io, sono una madre e può essere che con il dolore stia facendo conti un po’ differenti. So per certo però che i tuoi saluti di questi giorni, non li cambierei con quelli di nessun’altra figlia al mondo.

Parole mute

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parole muteDi Irene Auletta

Annamaria e’ una giovane donna che appartiene a quel mondo che molti non riescono a comprendere, vedere e accogliere. Annamaria, potendo parlare, darebbe lezioni sul senso delle piccole cose a tanti spocchiosi e arroganti, ma gran parte delle volte le può custodire solo per sè e per una ristretta cerchia di persone care.

“Ieri mattina una amica si è resa disponibile per far fare una passeggiata ad Annamaria. Dopo un tratto di auto sono entrate in un grande magazzino in cui si vende di tutto. Annamaria felicissima. Ha cominciato a correre a destra e a manca con entusiasmo e curiosità. Ad un certo punto, come ogni tanto succede, ha cominciato a strillare un po’ più forte e in maniera decisamente immotivata, per un osservatore “normale”. Perché vi racconto questo? Perché dopo un po’ il gestore ha fatto capire alla mia amica che la ragazza spaventava i clienti e le ha chiesto ….. se poteva uscire. Meno male che non è successo a me altrimenti lo azzannavo al collo! Di certo quando me lo ha raccontato sono rimasta spiazzata… E’ la prima volta che ci succede una cosa del genere…”.

Poi c’è la madre di Annamaria che stamane racconta e mi arriva un pugno allo stomaco di quelli che mi fanno sentire una morsa alla gola, un nodo fatto dalle tante lacrime trattenute e da quel dolore che non ti lascia mai. Tra madri possiamo capirci.

Ognuno di noi commenta come può e come riesce, ma io continuo a chiedermi quali parole, gesti, sguardi potrebbero alleggerire quella madre che intreccia ogni giorno un grande amore con una grande fatica e tanti pensieri.

Penso a quello che mi è accaduto ieri quando, entrando in un santuario, mia figlia ha avuto una reazione molto simile, per l’emozione e per il piacere che le suscitano i luoghi che le piacciono molto. Anche lì il peso degli sguardi altrui non ci ha risparmiato, come accade ovunque, ma il sole della giornata e la vista del mare me li ha fatti sentire più leggeri. Ci ripenso stamane mentre leggo il post di questa madre e in ogni parola sento un’eco di emozioni che conosco molto bene e il gusto amaro di quella rabbia che ogni giorno dialoga con ferite da curare.

Chiudo gli occhi, respiro e penso all’intensa foto che sul profilo facebook, mostra Annamaria vicina alla madre. Ci sono bellezze che non tutti gli occhi sono in grado di vedere e risate sonore che l’ottusità non può far sentire.

Le risposte possibili a quanto accaduto ad Annamaria spesso sono troppo razionali, come tutte le spiegazioni che a volte si danno per rassicurare e consolare. A lei e a sua madre mando solo questi miei pensieri, l’emozione che le accompagna sulla punta delle dita mentre scrivo, il sole che ho visto brillare ieri e il profumo del mare.

Domande a spillo

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domande a spillodi Irene Auletta

Ci sono domande che qualsiasi genitore con un figlio disabile ha incontrato un’immensità di volte e che, nel tempo, assumono una differente risonanza a seconda dell’evoluzione del percorso di ciascuno nell’incontro con la disabilità.

Che malattia ha? Ma perchè fa così? E’ già nato così? Capisce?

Sicuramente la lista potrebbe allungarsi arricchendosi di note folcloristiche che negli anni ho raccolto nei tanti aneddoti di padri e madri. Uno per tutti. In autobus.

Come ti chiami? Non me lo dici come ti chiami? Ti hanno mangiato la lingua?

Risponde la madre dicendo che lei il suo nome non lo sa dire.

La signora non è convinta e si allontana borbottando … insomma, rispondere è ancora un segno di buona educazione, no?

Tante volte, osservando scene analoghe è possibile chiedersi chi è veramente il disabile e quasi mai la mia risposta indica chi, visibilmente, ci si aspetta di riconoscere.

Non è facile capire cosa sta accadendo al proprio figlio e non sempre si riesce a rispondere, come si vorrebbe, anche perchè in tante occasioni la disabilità del figlio, agli occhi altrui, appare contagiosa e in più occasioni ci si ritrova a fare “piccole” precisazioni che hanno il sapore dei chiodi.

Qualche anno fa, in occasione di uno dei nostri molteplici ricoveri ospedalieri, un medico visitando mia figlia iniziò così, come altrettanto avevano fatto negli anni precedenti tanti suoi colleghi.

Signora, con questo problema alimentare è necessario fare molta attenzione, la malattia è seria. Lei è sicura di rispettare attentamente la dieta? Con questa postura, sua figlia avrebbe bisogno di fare tanta fisioterapia, ve lo hanno già detto? 

Poi dicono che i genitori sono aggressivi e poco collaboranti. Ma secondo lei, avrei voluto risponderle, in questi dieci anni come siamo sopravvissuti senza di lei?

Mando giù l’ennesimo boccone amaro e uso la mia pungente ironia che finora mi ha salvato dall’ulcera. Alle prime due domande la risposta è si e lo è anche alla terza, se sta per chiedermi se mi sono accorta che mia figlia è disabile!

Insomma, se è vero che le domande sceme e inopportune non si possono evitare, lo è altrettanto la necessità di imparare a proteggersi. Dopo lo sguardo che uccide e il respiro zen, cosa possiamo aggiungere?

Fortuna fortunella

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fortuna fortunelladi Irene Auletta

Sarà che stavo rientrando a casa dopo una serata al cinema o che mi stavo gustando una passeggiata accarezzata dall’aria frizzante della serata, ma la scena che si svolge davanti ai miei  occhi mi  risulta assai stonata.

Madre e figlia che evidentemente stanno discutendo animatamente di qualcosa. Non colgo i significati ma solo la scena finale della madre che si allontana scocciata mentre la figlia, non più che sedicenne, la segue con la frase “… è che io non ho più voglia di vivere!”.

La mia prima reazione qualcuno se la immagina. In che senso non hai più voglia di vivere, mi verrebbe da dirle, pensando alle fatiche che la mia, di figlia, fa dal giorno in cui è nata proprio per vivere?

In quel momento non ho voglia di pensarci troppo, mi stringo al mio compagno di viaggio e di vita e proseguo nella passeggiata verso casa. Stamane però, la scena mi ritorna in mente, davanti agli occhi e la riguardo come al rallentatore.

Ci stanno la stizza del momento, frasi buttate lì senza troppa importanza e altro ancora. Ma la frase di quella ragazza mi colpisce comunque e, tanto più, mi colpisce la reazione della madre che si allontana. Forse perchè dentro di me immagino che avrei reagito diversamente.

Col cavolo che ti lascio andare mentre mi dici una frase del genere, adesso rimani con me e ne parliamo, oppure non ne parliamo affatto ma rimani vicino a me e andiamo a casa insieme e non io a piedi e tu in autobus.

Penso che anche nel film appena visto, al centro della vicenda c’è un rapporto teso tra padre e figlia ma la differenza è che lì la figlia è ormai un’adulta e qui, nella scena reale, è ancora una ragazzina e questo, secondo me, fa proprio tanta differenza. Mi dispiace sempre vedere relazioni tra genitori e figli che si bruciano velocemente, perdendosi il gusto di rivestire i panni di adulto e non lasciando al figlio la possibilità di scaldarsi nei suoi abiti di bambino, ragazzo e poi di giovane adulto. Si perdono occasioni importanti, peccato.

Il gusto delle piccole cose che fanno la differenza a volte si smarrisce nelle attese deluse, nelle frenesie quotidiane, nello sguardo perso verso un luogo oscuro, quasi senza tempo. Mi sento fortunata con te, figlia mia, che mi costringi sempre a stare sul presente e su quanto accade tra noi, che mi permetti di non guardare troppo a quel futuro che mi mette paura, che mi confermi, incondizionatamente il tuo amore.

Le fortune preziose sono un po’ così e di certo hanno il tuo viso e la tua ostinata e tenace voglia di vivere.

‘a mamma

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di Irene Auletta

Tipico modo di dire utilizzato in gran parte delle regioni del centro sud per rivolgersi ai propri figli. Sostituisce i vari amore, caro, tesoro più abituali in altri dialetti e, seppur utilizzato da molte donne, sembra restituire ogni volta una magica esclusiva proprio a quella relazione li’, tra quella madre e quel figlio.

Come donna con origini del sud mi capita spesso di utilizzare quest’espressione con mia figlia e in genere lo faccio quando quello che voglio dire e’ “non preoccuparti … c’è la mamma qui vicino” oppure per ribadire l’esclusività di quel nostro particolare momento e la mia attenzione alle sue richieste.

Così e’ accaduto qualche giorno fa quando, per l’ennesima volta, ho dovuto affrontare la ragazzina che ti stava facendo il verso per il tuo modo di ridere. La mamma tigre che sono e che ogni volta deve fare i conti con il suo dolore, si e’ messa per un attimo  in  disparte e mi ha lasciato fare.

Ho detto alla ragazzina, arrivando alle sue spalle inattesa, che tu stavi facendo una cosa molto difficile. L’ho invitata a provarci anche lei, ad esprimere una forte emozione ma, senza utilizzare le parole …. perché altrimenti e’ troppo facile!

Nel frattempo guardavo Luna e pensavo a cosa potesse percepire o comprendere di quel nostro scambio. La ragazzina ha abbandonato la faccia da presa in giro ed e’ diventata improvvisamente molto seria. Speriamo abbia imparato qualcosa e che la prossima volta, prima di prendere in giro qualcun’altro, ci pensi per una frazione di secondo in più.

Poi sono tornata vicino a te. “Anche per oggi, ‘ a mamma, ce la siamo cavata!”. Ti ho ricordato come faccio spesso che, semmai riuscirai a dire anche una sola parola e quella non sarà mamma ma una parolaccia, avrai tutta la mia solidarietà e comprensione.

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