Leggerezze possibili

3 commenti

di Irene Auletta

Da qualche anno, parlando di proposte di vario genere rivolte a famiglie con bambini o ragazzi disabili, si parla sovente di attività o momenti di sollievo.

Non ho mai capito perchè il termine utilizzato mi ha sempre creato una sensazione di disagio.

Non che l’idea di sollievo non renda bene la situazione che molte famiglie si trovano ad attraversare, ma forse questo riguarda una pluralità di persone che va ben oltre una determinata categoria di genitori.

Forse, la mia perplessità è di ordine più generale e corrisponde alla difficoltà a stare dentro, e a riconoscersi, in un mondo che mi pare molto organizzato in definizioni di categorie.

Può essere anche però, che l’idea di sollievo, così come dice la parola stessa, rimandando ad un alleviamento di un dolore o di un disagio fisico o morale, mi evochi interrogativi rispetto al suo intreccio con quella peculiare relazione che riguarda genitori e figli.

Mi chiedo spesso se il sollievo, nominato pensando alle fatiche dei genitori, non debba essere allargato a tutte le dimensioni di fatica che possono attraversare anche i bambini e i ragazzi disabili, per il fatto di essere costretti, inevitabilmente, ad una presenza massiccia e continua dei loro genitori.

Ogni tanto, dietro gesti di stizza di mia figlia, che non si possono esprimere con le parole, mi immagino di sentire l’eco di quella frase spesso mormorata dai figli : “che palle, ‘sti genitori!”. E lei, neppure lo può dire. Spero solo che lo pensi spesso.

Dunque, tornando al sollievo per i figli, mi piacerebbe che si potesse dire, raccontare e presentare, anche come occasione per separarsi e per ritrovarsi, per sperimentare il mondo accompagnati da adulti diversi dalla mamma e dal babbo, per sentirne la loro mancanza e per incontrare adulti un po’ meno disponibili a capire sempre, che chiedono la fatica di esprimersi e di farsi comprendere.

Non succede forse così anche a tutti i bambini e ragazzi senza disabilità?

A me pare di si e, certamente, molti dei loro genitori, avrebbero lo stesso bisogno di proposte di sollievo.

Mi piace pensarla così. Ben vengano tutte quelle proposte di sollievo che vanno ad alleviare fatiche e dolore ma, al loro fianco auspico, sempre di più, momenti che permettano apprendimento, leggerezza, divertimento e nuove possibilità.

In fondo, che permettano di vivere e non solo di sopravvivere.

Contiamo insieme

Lascia un commento

 di Irene Auletta

Ascoltando le conversazioni tra genitori e figli si possono imparare un sacco di cose e anche fare parecchie riflessioni.

Sono in un’altra città per lavoro e, passeggiando per il centro storico, vedo un bambino di circa cinque anni che saltella su una grata  che, evidentemente, il babbo considera pericolosa visto che continua a ripetergli di spostarsi da lì. Ma il bambino “non ci sente” perchè quel gioco gli piace troppo e continua a saltare ignorando le richieste paterne.

Il tutto dura finché la voce maschile adulta si altera e, alzando la mano aperta, inizia a scandire uno, due e ….

Quante volte l’abbiamo sentito o noi stessi l’abbiamo recitato con i nostri figli, con quell’idea di avvisare che il tempo a disposizione sta scadendo e insieme ad esso, anche la nostra pazienza?

Cambia scena e cambia la città.

Un padre sta camminando seguito da due bambini.

Uno dei due piagnucola raccontando che l’altro gli ha fatto qualcosa, insomma, storie di bisticci tra fratelli. Il padre appare parecchio irritato e per ben due volte, con tono molto serio ripete “la prossima volta che succede, tu dagli un pugno in faccia. Capito? Ma di quelli che fanno male. Un pugno proprio in faccia!”.

La scena mi scorre davanti agli occhi e mi chiedo quanto quel genitore sia consapevole di quello che, forse suo malgrado, sta insegnando.

Siamo spesso spettatori di scene educative che paiono ignorare completamente i messaggi che trasmettono.  Ne parlavo, proprio qualche sera fa, con un gruppo di genitori.

Quante volte proclamiamo l’importanza del rispetto assumendo, nei confronti dei nostri figli, atteggiamenti molto poco rispettosi? Lo stesso accade sovente con l’ascolto, la curiosità e il riconoscimento delle altrui possibilità.

Una carrellata di prediche e prescrizioni educative, sconfermate dalle azioni e dai gesti degli adulti.

Non ci sono ricette e, anche in questo caso, vale la pena fare molta attenzione a non alzare il nostro “ditino pedagogico” esordendo con qualche proclama , a  conferma della nostra complicità in quella confusione e ambivalenza che stiamo cercando di trattare.

Forse possiamo aiutarci alzando la mano aperta e  iniziando a scandire uno, due e….

Come dire, fermiamoci e pensiamoci un attimo insieme, ritornando a ragionare sul senso  dei nostri insegnamenti, ma anche dei nostri limiti e delle nostre possibilità.

Domande impossibili

3 commenti

di Irene Auletta

Il nostro paese si è mosso quasi all’unisono, di fronte ad una tragedia.

I feriti sono tanti e certamente per ciascuno la tragedia assume tinte e intensità differenti.

L’attacco all’istituzione scolastica, alla cultura, alla giustizia, alle persone.

Ed è proprio a queste ultime che volgo il mio pensiero più forte.

Una ragazza di sedici anni che ha perso il futuro, senza alcuna possibilità di replica.

Un’altra, che sta lottando per avere ancora qualche chance e che probabilmente ancora non sa che nulla potrà più essere come prima.

Genitori distrutti dalla perdita e dal dolore.

Li immagino con lo sguardo vuoto, alla ricerca di un senso impossibile da ritrovare.

Ma quale può essere il senso di tutto questo?

I colori della fatica

5 commenti

di Irene Auletta

Molti della mia generazioni ricordano, nella loro educazione, una serie di valori ricorrenti, immancabili nella top ten pedagogica di molte famiglie di quel tempo.

Tra questi, i miei genitori, apprezzavano in particolare il senso della fatica, dell’impegno e dell’intramontabile (credevo allora!) necessità di “meritarsi le cose”.

Sono passati gli anni e intorno a me ho visto comparire strane categorie di individui.

Quelli distrutti alle otto di mattina, gli stravolti-sempre, gli insopportabili che ripetono appena possono che hanno bisogno di rilassarsi e i mitici stressati.

Insomma, mai come in questi ultimi tempi mi ritorna alla mente una vecchia pubblicità che, per reclamizzare un amaro, brindava “contro il logorio della vita moderna”. Se la memoria non mi inganna, erano gli anni settanta.

Probabilmente il logorio, mentre noi eravamo distratti da altro, ha preso il sopravvento contagiando una moltitudine di individui, fino a travolgere anche i bambini.

Così, oggi incontro sempre più spesso genitori stupiti dalla fatica di allevare bambini piccoli, insegnanti stanchi di insegnare e bambini o ragazzi stanchi di imparare.

Ma che fine ha fatto il valore della fatica? La possibilità di identificarla nel percorso necessario per raggiungere un risultato, un desiderio, un sogno?

Sono convinta, ogni giorno di più, che sia necessario trovare nuove strategie per insegnare anche il valore della fatica e per togliere il velo cialtrone a molte delle cose facili e senza senso che ormai circondano le nostre esistenze.

Mi chiedo però, come possiamo farlo, in presenza di adulti sempre stanchi, disillusi, con poche speranze. Dei sogni poi, neppure a parlarne.

Si, forse potremmo proprio partire da qui.

Dalla possibilità di tornare a sognare, immaginare, sperare, progettare.

Mi viene spesso in mente quello che provo mentre seguo fiduciosa il mio instancabile compagno di vita, nelle gite in montagna.

Il fiato corto, le gambe che si spezzano e il batticuore.

Poi, ogni volta, da anni, ci ritorno e ci riprovo.

Il paesaggio che è possibile ammirare, quando si raggiunge la meta, è insostituibile.

Magicamente, la fatica diventa leggera.

Dite che possiamo provarci anche con l’educazione?

Newer Entries