Shock culturale

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Ecco sì, uno shock culturale. Esattamente quello che ci vuole Sono d’accordo con lo scritto di Sandro Gozi sull’Unità di oggi, 9 ottobre, pagina 23. Anche perchè senza traumi da questa situazione non ne usciamo. Bocca ha detto oggi in un’intervista sullo stesso giornale che se ci siamo liberati del fascismo, ci salveremo anche dal berlusconismo. Però ha omesso di dire che c’è voluta una guerra (persa) e un disastro inenarrabile per riuscirci. Ora dunque possiamo solo sperare che il trauma necessario possa essere “solo” culturale. E’ l’ultima speranza che ci rimane.

E provo a dire la mia circa il come contribuire a produrlo: occorre guardare le cose con una prospettiva radicalmente diversa. Occorre anche essere radicali (almeno) nelle analisi e dirsi che se l’opposizione è afasica, è perchè si è fatta sottrarre tutti i grandi temi che dovrebbe elaborare.

Primo esempio tratto dalle cronache: l’insulto vergognoso a Rosy Bindi. Bene la solidarietà, ma non serve a nulla limitarsi alla condanna rituale del maschilismo brutale e rozzo di cui Berlusconi e cloni si sono fatti paladini. C’è un problema di fondo che l’elaborazione culturale democratica ha smarrito: la differenza tra uomo e donna che produce conflitti di sguardi sul mondo. Anch’io, in quanto uomo, ho una serie di motivi per essere incazzato con il genere femminile. Dove come e quando posso parlarne con un minimo di serenità e un massimo di intelligenza con altri uomini e con le donne, senza confondermi con i bassifondi culturali che ci governano ma, anzi, combattendoli proprio per questa via?

Secondo esempio: Brunetta e la sua battaglia contro fannulloni e oligarchie. Per professione e passione, scrivo, insegno e parlo con centinaia di persone da decenni, lottando da altrettanto tempo contro tutte le oligarchie che malsopportano la mia totale mancanza di deferenza e sudditanza nei loro confronti. E pago quotidianamente in prima persona questa scelta. Dove come e quando posso parlare con un minimo di serenità e un massimo di intelligenza con tutte le persone  che amano come me più la libertà che le appartenenze, senza confondermi con chi le oligarchie le combatte in nome di un potere assoluto e monocratico?

Ma questi potrebbero essere problemi miei. Un problema di tutti invece, o almeno di chi ha a cuore la democrazia e la dimensione del bene comune come scopo primario di ogni forma della “politica”, è capire che i conflitti non si nascondono solo perchè gli “altri” li agitano. I conflitti si attraversano sino in fondo e radicalmente. Imparando a conviverci dando loro un senso.

Shock culturale oggi è dire ad alta voce che non si può salvare qualsiasi cosa solo perchè l’avversario lo attacca. Che l’Università è un bene pubblico prezioso e proprio per questo va liberata dai centri di potere che la dominano. Fare quadrato difendendola “a prescindere” è miope e perdente. Che le ragioni del maschilismo affondano in una rabbia ancestrale radicata nella differenza tra i sessi, che va dunque affrontata e compresa. Nasconderla in nome di una solidarietà pelosa che sa di galanteria rituale, ovvero della faccia buona del maschilismo, è altrettanto miope e perdente.

In altre parole “schock culturale” significa riappropriarsi delle categorie di conflitto e di lotta. Strappandole definitivamente  dai quadri ideologici ormai ingenui e stantii di fine ottocento. Perchè lotta e conflitto sono il sale della vita, non il male necessario per arrivare alla società “nuova”, come si diceva una volta, o a quella “normale”, come si ama dire oggi. E perchè nella lotta e nel conflitto, l’avversario è sempre il potere anche se lo incarna un tuo collega o magari un tuo amico o, magari, la persona che ami. E la posta in gioco non può essere, di conseguenza, il potere, altrimenti il conflitto è destinato a perpetuarsi in una lotta sempre uguale a se stessa. La posta in gioco è l’intelligenza. Ovvero la possibilità di capire con intelligenza il mondo e di permettere, attraverso la comprensione del mondo, la crescita dell’intelligenza individuale e collettiva.

Di fronte all’imbecillità e all’abbrutimento sociale dilaganti, mi pare che questo sia l’unico programma politico rivoluzionario si possa oggi riuscire a immaginare.

Talenti

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Dunque, bambino con panino e gelato. Niente di che, non fosse che aveva il panino saldamente impugnato dalla mano destra e il gelato svolazzante su e giù attorno alla lingua grazie all’abilità della sinistra. Ambidestro, forse. Buon per lui. Però non aveva quindici mesi, era sugli undici anni. Si aggiunga che non era obeso solo per il fatto che non aveva ancora divorato il panino, che la scena è ambientata in una calda giornata di fine maggio a Gardaland e che il nostro Pantagruel stava camminando speditamente alla volta dell’attrazione successiva.

Ecco, tu dici che non è bello criticare gli altri genitori. Allora facciamo pure qualcosa di brutto. Padre del ragazzotto in lizza per il ruolo del cugino stupido, arrogante ed extralarge di Harry Potter, cosa mai ti è passato per la testa mentre compravi il cono al figliolo mentre il medesimo era ancora alle prese con la pietanza? Forse nulla. Lui ha fatto un po’ di pressing e tu da ormai molti anni non fai che cedere. Troppa fatica seguire un’altra strada. Oppure stavi ascoltando gli anticipi di campionato e te lo sei voluto togliere di torno. O magari non c’eri neppure, e quel giorno a Gardaland hai spedito il pargolo fullsize con la madre, che il piccolo è tanto bello e non gli si può negare nulla. Infatti, è una buona cosa non negargli nulla. Occorrerebbe non negargli nemmeno un po’ di intelligenza però.

Torno a casa e in onda su qualche canale che non so, vedo e sento cantare ragazzini più o meno dell’età dell’onnivoro incrociato poche ore prima, e mi attraversa una competenza straordinaria maturata non si sa quando nè si sa come. Ma se canta così ora, a diciamo quattordici anni, ma quando ha iniziato? e quanto esercizio, e quanta passione, e quanta disciplina ci sono voluti? Sono ragionevolmente sicuro che nessuno di loro si sia mai trovato con un gelato in una mano e un panino nell’altra. Non dopo i dieci anni almeno. Anche perchè una delle mani doveva essere occupata dal microfono.

Evviva dunque. Da qualche parte, qualcuno aiuta i propri figli a fare qualcosa di importante, anche se costa fatica, anche se costa tempo, anche se costa rinunce. Ora sarebbe bello scoprire che questa “qualche parte” non è rinchiusa tutta e solo entro gli sfavillanti confini dello spettacolo. O dovremo concluderne che se non hai o non aspiri o non puoi permetterti un pubblico, non ti resta che consumare le tue performance a diritto esclusivo di mamma e papà.

Ok ragazzino, come non detto, ora ho capito perchè ti affaticavi con tutte quelle calorie per le mani. Cosa non si deve fare alla tua età per dare un senso alla scarna vita dei propri genitori.

Torturatori virtuali. Imbecilli reali.

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   Zone extrème, del regista francese Christophe Nick. “Torturatori da realtiy, un film choc dalla Francia”, titolo di giornale, 34esima pagina, data odierna. Foto di una sedia elettrica. Il fatto:  un registra francese gira un film ispirandosi a una ricerca americana degli anni ’60. leggersi Stanley Milgram, Obbedienza all’autorità. Là svariate decine di volontari partecipavano a un test nel quale dei ricercatori chiedevano loro di “punire” altri volontari con scosse elettriche sempre più violente. Naturalmente le “vittime” sono attori, le urla e le scosse sono finte. Ma l’obbedienza dei volontari vera. E ad altissima percentuale. Chi si rifiuta di infliggere scosse è una ristretta minoranza. La maggioranza obbedisce.

Ricordo ancora quella lettura. Rimasi sconvolto e dissi fra me e me, con una supponenza della quale ancora non sospettavo la portata, quanto fossero imbecilli gli americani, soprattutto quelli della classe media e degli anni ’60.

Oggi, giornale, notizia, non più un esperimento scientifico, ma la finzione di girare un reality. Non negli States dei sessanta, ma nell’Europa del duemila. Stesso risultato. La maggioranza dei partecipanti al finto reality, su stimolo del conduttore comminano scosse da paura ai “concorrenti”. Ci stanno, insomma. Tranne poche eccezioni. Cosa è cambiato?  Nulla. E tutto.

La lettura dei dati forniti dal discusso esperimento di Milgram negli Usa del secolo scorso, parlava di cosa sia in grado di fare il conformismo. Non si trattava infatti di semplice obbedienza all’autorità. Si trattava di conformarsi a quello che stavano facendo anche tutti gli altri, come i ricercatori non mancavano di sottolineare. Non si può capire l’impulso a obbedire se non se ne coglie la motivazione profonda a non essere diverso, deviante, marginalizzato.

Dopo quasi mezzo secolo, nella civilissima Europa, siamo allo stesso punto. No. Molto peggio. L’ideologia sulla quale poggiava il conformismo nell’America degli anni ’60, era quella scientista: se lo chiedono gli scienziati e se è per il bene della Scienza, si deve fare. Un motivo per tutto questo ci sarà e chi sono io per metterlo in discussione. Dunque, se mi dicono di girare una manopola che scaricherà 400 e passa volt addosso a un essere umano, lo faccio. Tanto più se lo fanno anche tutti gli altri. In Francia, oggi, l’ideologia è un’altra e non si presenta neppure come tale. Sono in tv, questo è quello che conta e per esserci faccio tutto quello che mi chiedono. Tutto. Vogliamo scommettere cosa succederebbe da noi? Preferivo gli stolidi rappresentanti della middle class bianca, protestante, in camicia bianca e cravattino sottile degli Usa negli anni del boom.

Là eravamo in presenza di un mondo che doveva rappresentarsi ordinato, pulito, giusto, uguale. E qualsiasi cosa servisse a educare questa prospettiva, andava bene. Qua, siamo in presenza di un mondo che ama presentarsi brutto, sporco e cattivo, purchè possa rappresentarlo davanti al grande pubblico. Come è possibile tutto questo?

La risposta è nel film, non so se consapevole. Parlare di “finto reality” è già un ossimoro, una torsione del senso che smarrisce ogni riferimento. Un “reality” è per definizione uno spettacolo che finge una realtà, mimandola. Se è così, cosa è un “finto” reality? Un finto spettacolo che finge una vera realtà? Oppure una realtà vera che finge di essere una finzione facendosi spettacolo? Non se ne esce più. E questo infilarsi in un labirinto nel quale non è più dato sapere cosa sia “vero” e cosa no, è quello che legittima alla fine l’atto di tortura nei confronti dell’altro. In fondo, non è vero. E’ solo un reality. Siamo in onda, tutto è finzione. Compresa la convinzione di essere nella vita vera.

Temo ci sia una sola soluzione a tutto ciò. Che arrivi prima o poi un Morpheus a proporci di scegliere tra la pillola rossa e quella blu.

Tutti a caccia dell'uomo nero

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L‘Uomo Nero, spauracchio di bambini da infinite generazioni. Assieme a suo cugino: il Ba-Bau. Entrambi deputati a mettere un confine all’istinto marachelloso e disobbediente dei più piccoli, sembrano da tempo derubricati, confinati nel recinto dei vecchi arnesi pedagogici, additati dal politically correct e dalle mode educative d’avanguardia.


Ma il mondo dei consumi ricicla tutto, facendolo ovviamente pagare per nuovo, e gli Uomini Neri tornano, sì, però per spaventare i grandi. Cosa accade allo spauracchio per antonomasia nel passaggio dalla collocazione originaria tutta interna al mondo dell’infanzia che cresce, a quello attuale dell’adulto infantilizzato?


Intanto cambia che Uomo Nero e Ba-bau si fondono. L’Uomo Nero era un signolo individuo acquattato nel buio pronto a portarti via, magari su chiamata. Il Ba-bau probabilmente è il nome bambino che evoca il lupo, grande terrore ancestrale, e il suo branco. Estinti i lupi, è l’Uomo Nero a muoversi in branco e non viene a prenderti su commissione, ti aspetta agli angoli delle strade. E non ti porta via. Ti lascia dove sei, con qualcosa in meno. Con molto, moltissimo in meno, consumato dalla ferocia collettiva.


Sembra definitivamente smarrito il senso di una minaccia tutta tesa a provocare obbedienza, sì, ma anche capace di produrre curiosità e fantasie di trasgressione. L’Uomo Nero ti porta via se non ti comporti bene, dunque spaventa, ma incuriosisce anche perché l’Uomo Nero, col suo “portarti via” è anche metafora del crescere, che è sempre un lasciare.  Resta solo una minaccia collettiva, utile solo a far restare ognuno dov’è già, magari muovendosi il meno possibile.


E allora ecco rinnovarsi il rito della caccia. Del branco che insegue il branco. E vinca il più forte. Il più agguerrito. Il più deciso a difendere i suoi.


Igor

 

Il silenzio dell'anima

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Parchetto sotto casa. Luogo mitico dell’osservazione pedagogica con sfumature antropologiche. Bimba di quasi sei anni, scoprirò poco dopo, intenta a giocare con l’altalena. Si noti il senso della proposizione. Non stava “andando” sull’altalena: ci giocava. Lancia, tira, scansa, afferra, insomma, ci stava giocando. Mamma seduta sull’altro capo della panchina sulla quale pigreggiavo anch’io, osservando da media distanza la mia di figlia, appollaiata su un altro attrezzo. Mamma del genere richiamante: non fare questo, non fare quello, guarda che ti fai male, se non la pianti andiamo a casa. Tono stanco, tendente all’isterico. Tipo che avrà ripetuto milioni di volte le stesse cose e sottotraccia infatti sembra dire che è stufa di ripetere milioni di volte le stesse cose. Intanto Denise, le mamme richiamanti hanno il pregio di non farti dimenticare i nomi dei loro figli, continuava a fare dell’altalena ciò che preferiva, interrompendo qua e là le evoluzioni per correre dalla madre in cerca di acqua. Si sa, dopo mesi di freddo il caldo improvviso mette sete, se si ha sete si beve e se si beve e si corre si suda meglio. Ottima occasione per la richiamante di aprire un altro fronte di rimprovero. Dal guarda che se giochi ti fai male, al guarda che se corri sudi. Minimalista e ai limiti della genialità. E non era un’informazione, nel caso che la piccola non fosse in grado di cogliere il nesso causale, era proprio un rimprovero che sottolineava un comportamento inadeguato. Cosa c’è di più inadeguato per un bambino di sei anni del giocare e del correre in un parco giochi?
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Ma quella piccola peste non aveva ancora finito di straziare i nervi della povera genitrice. Che nel frattempo conversava al cellulare con non so chi lamentandosi di non so cosa, senz’altro lamentandosi. Denise finisce di ingollare l’ultimo sorso d’acqua e cerca di chiudere la bottiglietta di plastica senza riuscirci. La madre, interpretando la goffaggine della figlia come una richiesta di intervento, allunga una mano per chiudere il tappo prima che si verifichi un disastro dalle proporzioni incalcolabili. Nel farlo però, si scoordina peggio della quasi seienne e mentre afferra la bottiglia, con un guizzo degno del Woody Allen di Provaci ancora Sam, lancia il cellulare che finisce rantolando qualche passo più in là. Ecco hai visto? Con te devo sempre fare mille cose contemporaneamente, e guarda cosa è successo!! Ovviamente la colpa era di Denise.

Monica, in un commento al post precedente, e a proposito di una spiaggia affollata di genitori e bimbi di pochi mesi sotto il sole delle ore 14.00, scrive: “Sarebbe comodo giudicare, ma non è questo il punto. Sarebbe più utile domandarci cosa possiamo fare per evitare di andare tranquillamente e collettivamente alla deriva”. Ecco, sarebbe facile giudicare la mamma di Denise, e mi aspetto che come è già successo un po’ di persone facciano l’elenco dei motivi per cui quella mamma probabilmente era sull’orlo della crisi di nervi. Io, seduto sull’altro lato della panchina, mentre osservavo a media distanza mia figlia appollaiata un po’ più in là, ho fatto di tutto per non giudicare, per masticare le cattiverie che mi salivano a fior di labbra. Ho capito in quel momento esatto che occorre praticare il silenzio dell’anima, perché quello della bocca non basta se poi ciò che non dico si affolla nel fegato, rodendolo. E il silenzio dell’anima è un vuoto pacificatore meraviglioso, che mi ha riempito di una tristezza profonda.

Non ti giudico mamma di Denise. Avrai mille milioni di motivi per non renderti conto della fortuna che hai ad avere una bambina di, quasi, sei anni vitale e giocosa come lei. La tua vita sarà faticosa, difficile, come non posso neppure sospettare, seduto da questo lato della panchina. Ma è proprio questa la risposta che devo a Monica. Come fare ad evitare di andare collettivamente alla deriva? Smetterla di giustificare qualsiasi comportamento con la scusa di non avere elementi sufficienti per poterlo giudicare. Non ti giudico mamma di Denise. Non ti giudico come mamma. Però, anche sei avrai avuto tutti i motivi del mondo per essere sull’orlo di una crisi di nervi, quel tuo comportamento quella mattina al parco era sbagliato. Punto. E la mia infinita tristezza non è neppure per la tua bambina, che alla fine se la caverà comunque, ma per te madre, per la tua solitudine, abbandonata alla deriva nei flutti di un parco giochi cittadino senza uno straccio di nonna, zia, fratello, compagno, amico/a in grado di dirti piantala, smettila di stressare Denise, non starle col fiato sul collo, lascia che provi e che sbatta il naso dove deve sbatterlo. Circondata solo da estranei come il sottoscritto, che non possono dirti nulla, nè aiutarti, nemmeno ascoltarti. Semplici testimoni muti di un mondo, il tuo, vicino e inaccessibile.

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E ancora la mia infinita tristezza è per i nostri destini. È facile indignarsi per una violenza fisica ai danni di una bambina di sei anni, per un abuso, per un abbandono, per uno sfruttamento sessuale. Troppo facile. Ma a che serve indignarsi per tutto questo, se poi ci nutriamo di impotenza per i piccoli gesti educativi quotidiani gettati lì, irritati e distratti, faticosi e inutilmente affaticanti?
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Tragedie educative

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Due tragedie. La prima esistenziale, la seconda educativa. Qualche giorno fa una madre si dimentica del figlio di due anni e lo lascia in macchina a morire. Non stiamo parlando di un caso sociale. Stiamo parlando di una professoressa di un liceo di provincia. Fosse un caso sociale potrei scrollare le spalle dicendomi che, certo, nel quadro di una problematicità conclamata e certificata ci sta di scordarsi del bimbo, abbandonandolo. Ma una professoressa… e di colpo ti rendi conto con un brivido che potrebbe capitare anche a te. Che niente e nessuno ti può mettere al riparo da un gesto disattento che frantuma irreversibilmente l’esistenza. Sin qui le tragedie della vita, quelle che incombono sul collo di ognuno. Nessuno escluso.

Ma quei ragazzi. Quegli studenti di quel medesimo liceo dove la professoressa dimentica del figlio si è recata per le sue cinque ore di lezione, quei sedici-diciassettenni immortalati dalle telecamere di sorveglianza che si accorgono del bambino chiuso in un’auto parcheggiata nel cortile della scuola, e non dicono niente a nessuno. Salutano dal finestrino, poi se ne vanno. Chissà cosa hanno pensato. Probabilmente nulla. Non era un problema loro. Forse qualcuno tra sé si sarà pure fatto una domanda. Ma la risposta non lo riguardava. Dunque se ne è andato insieme agli altri e, finito l’intervallo, è rientrato nella scuola della professoressa e non ha nemmeno provato ad avvertire un adulto. Non ne ha probabilmente neppure intuito la necessità.

Sono ragionevolmente convinto che se la professoressa, invece di essere una professoressa, fosse stata un’insegnante di scuola elementare, quel bambino di due anni sarebbe ancora vivo. Perché durante l’intervallo a trovare il piccolo chiuso in auto sarebbero stati dei ragazzini di otto/dieci anni. E loro non avrebbero esitato un secondo nel raccontare alla maestra cosa avevano visto. E quel piccolo sarebbe stato salvato. Purtroppo al centro della vicenda c’è una scuola superiore con il suo ripieno di ragazzi adolescenti. I nostri adolescenti, quelli che hanno ormai imparato che nulla di ciò che li circonda, se non ha a che vedere direttamente con i loro interessi, li riguarda. Quelli che la responsabilità abbiamo perso da tempo le istruzioni per programmarli. Quelli pronti magari a filmare l’accaduto e metterlo in diretta su Youtube, ma nemmeno sfiorati dalla domanda se per caso ci sia qualche problema che richieda l’intervento di qualcuno.

La tragedia di quella madre è infinita. E ci rimanda a tutte le tragedie che aspettano ognuno di noi, pronte a balzarci addosso domattina. Ma la tragedia di quei ragazzi inconsapevoli e irresponsabili, è una tragedia collettiva che ci è già capitata. Da tempo.

Bulli, gang e neuroni

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Dice che a Viterbo bruciare i capelli di un compagno con l’accendino possa essere una sorta di rito iniziatico praticato dai “bulli” di una scuola media per stabilire chi debba essere degno di stare dentro e chi no. Del resto dice anche che a Verona la banda di giovinastri che ha ucciso a pugni e calci un loro coetaneo, appartiene al ben noto fenomeno delle gang giovanili presente a tutte le latitudini e probabilmente molto antico. 

Però i riti iniziatici, per definizione, sono destinati agli iniziati e agli iniziandi, dunque se si riprende con il telefonino una qualche sevizia perpetrata ai danni di un malcapitato e poi il filmato gira per tuta la scuola o finisce su Youtube, cosa cavolo centra con le iniziazioni, per loro natura sempre riservate e segrete? E cosa cavolo centrano le gang di Chicago che si fanno la guerra tra loro per il controllo di una porzione ridicola di territorio degradato e i Naziskin di buona famiglia che brutalizzano il prossimo in nome di una ideologia che pretendono essere buona al punto da essere imposta al mondo intero?

Niente. Un accidenti di niente. E i discorsi che circolano in proposito sfiorano fin troppo l’idiozia.

A meno che.

A meno che il rito iniziatico non consista nel bruciare capelli, ma nel riprendere l’atto per pubblicarlo. A meno che la gang giovanile con svastica tatuata non cessi di essere una semplice gang perché qualcuno la sdogana dai bassifondi culturali e la promuove a movimento politico. E allora, che ci sarebbe da stupirsi? Se ciò che conta è andare in onda, è ovvio che degli adolescenti con non più di tre neuroni attivi nella scatola cranica si prepararino con molto anticipo al casting del Grande Fratello, oppure a infrangere qualche primato idiota per entrare nel Guinnes. E se ciò che conta è urlare la propria verità evitando accuratamente di ragionarci attorno, è ovvio che una banda di giovani che abbiano da tempo messo in pensione ogni attività cognitiva, si preparino ad essere partecipanti attivi e sbraitanti di qualche talk show dove faranno le medesime cose, salvo evitare di ammazzare qualcuno.

La cosa francamente insopportabile alla fine di tutto ciò, è che dovremo pure sorbirci le litanie mai esauste sulla necessità di educare in nostri figli, se non vogliamo che finiscano così. Magari con una buona iniezione di valori, di quelli veri, dimenticando che i valori non si raccontano, si praticano. E quelli praticati in modo diffuso sono esattamente quelli che gli stupidi di Viterbo come gli assassini decerebrati di Verona, hanno imparato e seguito diligentemente. Sicchè alla stupidità degli eventi, siamo costretti ad aggiungere la stupidità dei giudizi.

Forse, se proprio vogliamo dire qualcosa di rivoluzionario, la questione di fondo è che il valore primo e irrinunciabile cui ogni intenzione educativa dovrebbe tornare, è il valore del pensiero critico. Come dire che se vogliamo invocare in modo sensato l’intelligenza dell’educazione, occorre che pratichiamo sino all’ultimo respiro un’educazione all’intelligenza.

L'Eticometro

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Una sera in tivvù. Non importa quale. Trasmissione di approfondimento, una qualsiasi, di quelle con ospiti in sala e conduttore che dirige il traffico. Uno degli invitati, personaggio famoso e discusso, urla e sbraita contro tutti, copre con la sua voce le parole degli altri, impedisce al conduttore e a due ospiti di parlare, di portare a termine un qualsiasi ragionamento, insultandoli sfacciatamente. E dove sarebbe la novità? Ecco, appunto, non c’è alcuna novità, tutto normale, spettacolo visto e rivisto innumerevoli volte. Perché parlarne allora? Perché è ora di dire qualche parola in proposito.

Dunque, l’Individuo Sbraitante, direi che possiamo considerarla una categoria sociologica e attribuirgli per questo le maiuscole, esprime un modulo comportamentale tipico degli Individui Sbraitanti: insulta dando del tonto e del bugiardo a un suo simile (si noti la mancanza intrinseca di logica: se uno è bugiardo di solito è furbo e non può essere tonto) accusandolo di mancare di rispetto. Capito il loop? No? certo, siamo talmente abituati a simili evoluzioni retoriche che rischiamo di non vederle nemmeno. Allora, la struttura del comportamento è più o meno questa: ti accuso di fare una cosa facendo la stessa cosa di cui ti accuso. E’ come dare dell’isterico a qualcuno urlando e agitandosi in modo incontrollato, di accusare a suon di sberle il proprio prossimo di essere violento o di essere arrogante e prevaricatore impedendogli di parlare. Succede spesso, è nella natura degli esseri umani produrre moduli comportamentali al limite del paradosso. È per questo che esistono la Logica e l’Etica: la prima per cogliere la falsa razionalità dello Sbraitante, la seconda per poter giudicare sbagliati e riprovevoli comportamenti di questo tipo.

Ma sembra che Logica ed Etica non alberghino nelle trasmissioni televisive. E questo è il vero problema. In verità il conduttore e gli ospiti insultati nel caso specifico hanno mostrato una dignità considerevole. Il conduttore ha tentato pacatamente di trattenere la discussione sul tema che lo Sbraitante ovviamente continuava a rimuovere per parlare di quello che voleva lui, e l’insultato ha dato prova di un sangue freddo assoluto non replicando mai al suo aggressore anche quando da casa il desiderio era che si girasse e lo prendesse a schiaffi. Ma può bastare? No che non può bastare. Uno grida, prevarica, insulta e tutti gli altri lo lasciano fare senza reagire, aspettando che sbollisca da solo. È giusto? No. Non mi pare fossimo in una psicoterapia di gruppo nella quale uno dei pazienti può ben dare fuori di matto e tutti gli altri lasciano che passi la buriana. L’Etica implicita in una scena del genere è che chi più urla più prende: si prende più tempo, più visibilità, più potere e, soprattutto, si prende la libertà degli altri che sono costretti a tacere. Certo, gli altri vincono alla grande in Dignità, ma la dignità in assenza di libertà e della capacità di difenderla, è una virtù da schiavi.

In certe trasmissioni televisive ci vorrebbe un Eticometro. Un marchingegno in grado di misurare in tempo reale il livello etico di un comportamento manifestato e spararlo su un display gigante. Urli? -10 punti. Urli un’altra volta nonostante un richiamo verbale esplicito? -50 punti. Insulti qualcuno? -100 punti. Lo insulti facendo la stessa cosa di cui lo accusi? -500 punti. E accanto il Convertitore che trasforma i punti in meno in minuti, ore, giorni di espulsione dalle trasmissioni televisive. Da tutte le trasmissioni televisive. Sarebbe bello eh? No, in fondo è un’idiozia, li sento già quelli pronti a sostenere che così facendo ogni discussione televisiva diventerebbe in poco tempo bacchettona e noiosa all’inverosimile. E l’Audience, si sa… Ma in fondo, è vero, gli Sbraitanti potrebbero anche avere una funzione e farli sparire potrebbe rivelarsi un errore. Quale funzione? Quella di far esercitare a tutti gli altri il diritto di difesa. Purchè questo diritto venga stimolato e promosso.

Esattamente quello che non è successo nella trasmissione dell’altra sera. E in tutte le trasmissioni consimili. Proviamo a sognare cosa potrebbe accadere la prossima volta che un IS irrompe sulla scena offrendo l’occasione per praticare esercizi di Etica. Immagino il conduttore che lo invita ad abbassare i toni, pacatamente ma con determinazione. Lo vedo guardarlo negli occhi, con le telecamere che passano dal suo sguardo deciso e calmo al fare scomposto dello Sbraitante. Lo vedo ripetere una, due, tre volte l’invito e poi chiedere alla sicurezza di accompagnare fuori dallo studio il recidivo. + 1000 punti! Vedo anche l’insultato che, in modo composto, chiede al conduttore di intervenire per ridurre alla ragione lo Sbraitante, lo vedo ripetere una, due, tre volte la richiesta e poi, eventualmente, lo vedo alzarsi, guardare in camera e, chiedendo scusa ai telespettatori, dichiarare l’impossibilità per se stesso di restare a fianco di chi continua a insultarlo, uscendo subito dopo dallo studio, seguito dagli applausi del pubblico. + 10.000 punti!! Vedo il pubblico all’unisono che si alza e se ne va dichiarando per bocca di qualcuno che non può restare ad assistere agli insulti dello Sbraitante perché restare significherebbe esserne complici. +100.000 punti!!! Vedo infine lo Sbraitante che si aggira smarrito nello studio vuoto, senza audio e con la scritta in sovrimpressione che scorre avvertendo i telespettatori che il signore rimasto solo in video aveva voluto tutto per sé il dibattito e la regia, in accordo con conduttore, ospiti e pubblico, ha deciso di lasciarglielo. +1.000.000 punti!!!!!

Ecco, così vorrei una trasmissione televisiva, e sarebbe anche eccitante. Chi ha detto che solo la maleducazione fa spettacolo…?

Indicare e percorrere

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Sono interessanti alcuni commenti al post sull’indicare vs l’additare. Qualcuno giustamente fa notare che non è carino additare gli additatori, nel senso che stigmatizzare un comportamento con il medesimo comportamento è un po’ paradossale. Concordo e chiedo scusa per lo scivolone. Che del resto dimosta esattamente ciò che volevo dire con il post: la pratica dell’additare è la più facile e trama sempre dietro le spalle di ognuno di noi. Anche di chi cerca di tenersene lontano. Dunque, stiamo all’occhio.
Altri mostrano, e gli sono grato, che la prospettiva dell’indicare può essere variamente interpretata. Com’è che dovremmo preferire tutto ciò che potremmo avere subito rinunciandovi alla sola prospettiva di avere qualcosa di, forse, meglio un domani non ben precisato? Effettivamente questa pare essere una pratica dell’indicare piuttosto radicata nella nostra memoria. Ma non è quella che cercavo, appunto, di indicare.
Ne approfitto allora per proporre una distinzione, tanto per capirci, tra l’indicare una meta e l’indicare una strada. Ovviamente propendo per la seconda. Poi vi è l’indicare una strada per arrivare a una meta e l’indicare una strada da percorrere, semplicemente. Anche qui scelgo la seconda. Infine si può indicare una strada da percorrere stando fermi o indicarla percorrendola. Anche qui, scelgo la seconda. Mi spingerei a sostenere, che queste tre scelte dell’indicare sono proprie di chiunque, nella nostra memoria e nel nostro immaginario, definiamo Maestri.

Due vie per l'intelligenza: additare e indicare

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C’è qualcosa che sottilmente accomuna fenomeni apparentemente lontani tra loro. Le invettive neoqualunquiste contro partiti, caste varie e poteri assortiti che provengono assomigliandosi da ogni parte, appartengono tutte al grande fronte del grillismo. Ovvero di quel costume estremamente diffuso nella nostra cultura che potremmo definire dell’additare. 

Puntare l’indice su qualsiasi cosa facendolo a pezzi vuoi con le peggio parole, vuoi con analisi sottili, è il modo più semplice, per chiunque, di sembrare intelligente. Tutti amiamo sentirci intelligenti, nel senso che l’intelligenza resta ancora un valore assolutamente condiviso e una virtù della quale nessuno vuole essere privato. L’intelligenza però è una pratica faticosa, quindi ognuno va in cerca di ogni scorciatoia possibile, e l’additamento è la regina delle scorciatoie.

Additare vuol dire essenzialmente sottolineare ciò che è sbagliato, brutto, ingiusto, inefficace, negativo. E dato che per ogni scelta possibile, il numero degli errori possibili è sempre di gran lunga superiore a quello dei successi concreti, ovvio che l’esercizio dell’additamento costituisca una facilissima strada per il successo cognitivo. “Visto? L’avevo detto!!” costituisce generalmente il premio più facile da riscuotere.

Se vogliamo avere una qualche possibilità di incidere sulla trasformazione della cultura di questo Paese, invece, credo dobbiamo imparare collettivamente l’uso dell’indicare. Ovvero praticare la speciale virtù del puntare l’indice verso un orizzonte, un obiettivo e una o più strade per raggiungerlo, o almeno per provarci.

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Che è anche l’unica possibile prospettiva pedagogica capace di uscire dal pantano ormai epocale prodotto dall’ipertrofia dello sguardo, sempre più acuto, accompagnato dalla povertà del gesto, sempre più impacciato.

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