Ci ritroveremo come le star…

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di Igor Salomone

Darsi appuntamento in un centro commerciale, con annesso multisala. O più propriamente in un multisala immerso in un centro commerciale. Insomma, si va al cinema con amici, quando? domani? dove? ok, dai, ci si trova direttamente lì, alla biglietteria. Facciamo che prenoti on-line così siamo sicuri di avere i posti, sarà una giornata particolare e potrebbe esserci tanta gente. Ve bene, mezz’ora prima però bisogna essere lì per ritirare i biglietti. No problem. I primi che arrivano ritirano, poi ci troviamo al bar. Siamo arrivati prima noi, ora siamo al bar. Altro

Fondamentalismo scettico

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Stimo e leggo Travaglio, ma il suo giudizio sulla trasmissione di Fazio e Saviano “Vieni via con me”, mi ha fatto capire finalmente da che parte sta: è di sinistra. Magari non lo sa, ma è senza dubbio di sinistra.

Di quel tipo di  sinistra che da decenni crede che per far cultura sia necessaria sempre e comunque la critica a oltranza. Probabilmente è una forma di espiazione per un passato di adesione  cieca e fideistica all’ideologia che ha condotto molti a sviluppare un fondamentalismo scettico parecchio incattivito. Non importa poi se ognuno personalmente, compreso Travaglio, abbia questo tipo di passato alle spalle. Quel che conta è che la nostra Storia ce l’ha, dunque e a priori ogni cosa deve essere scarnificata.

La presunta stupidità d’un tempo sembra doversi riscattare con un tipo di intelligenza tesa essenzialmente a dimostrare di saperla più lunga. Che i problemi sono ben altri. Che c’è sempre qualcosa dietro le cose. Che non bisogna lasciarsi incantare. E chi non gioca a questo gioco al massacro, è un ingenuo, un buonista,  un pretino perbene.

Per questa via il fondamentalista scettico si assicura diversi vantaggi secondari. Prima di tutto si sente intelligente con facilità, perchè è di gran lunga più semplice elencare mancanze e lati negativi delle cose, piuttosto che coglierne qualche possibile valore. In secondo luogo può evitare di metterci la faccia: rischia chi dice che una cosa è buona, non chi la fa a pezzi. Infine, e non è secondario,  il fondamentalista scettico dribbla la fatica di imparare, perchè presume sempre di aver capito già tutto meglio e prima di tutti gli altri

Esattamente ció che sta accadendo con la trasmissione di Fazio e Saviano che, tra i tanti effetti provocati, allarga giorno dopo giorno il coro di quelli che devono dimostrare di non far parte del coro.

Il sottoscritto, al contrario, e sembrerà strano sia proprio io a dirlo, è contento di far parte del coro di chi apprezza Vieni via con me e prova a indicarne gli elementi di innovazione sia sul piano televisivo sia su quello dell’informazione. Il fondamentalismo scettico, parafrasando Lenin, è la malattia senile del consumismo. Poichè tutto è merce, sembra dire,  non fatevi fregare mai e per buona misura parlate male di tutto ció che usate mentre lo state usando. Come ogni malattia si puó comprendere, ma occorre riconoscerla e, se non curarla, almeno circoscriverla sul piano epidemiologico.

Diritto di replica

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Il diritto di replica è sacrosanto. Lo dico con estrema chiarezza e a voce alta. Non è assolutamente ammissibile che chicchessia possa dire quello che vuole, quando vuole e come vuole davanti a milioni di telespettatori senza che chi viene chiamato in causa, chi viene offeso e umiliato, chi viene calunniato, possa dire la sua in risposta alla valanga di falsità dalla quale è stato travolto.

Dunque lo voglio anch’io, il diritto di replica.

Voglio dire la mia in risposta all’imbecillità reiterata dei Grandi Fratelli, delle Isole dei Famosi e delle Fattorie. All’arroganza e alla violenza dei talk show. Alla falsità e al pressapochismo dell’informazione. All’estetica trash dell’onnipresente pubblicità.

Il mio mondo non è abitato da persone che quando parlano creano il vuoto pneumatico. Nel mio mondo quando si discute si argomenta, e quando si arriva allo scazzo, quello scazzo ha la dignità dell’incidente indesiderato, non è lo scopo stesso del parlarsi addosso. Del mio mondo ho da raccontare mille volte più delle quattro sciocchezze ripetute ogni giorno sempre uguali da sedicenti giornalisti.

A me piacciono le forme sempre diverse e mi piacciono per come esprimono ciò che contengono. Mi indigna che qualcuno continui a pensare che al contrario vada pazzo per i corpi tutti uguali, egualmente pompati o egualmente spolpati, tutti in ogni caso totalmente inespressivi.

A me piacciono le parole, tutte le parole, non necessariamente pacate o attente o misurate, purchè parlino, appunto, e mi nausea essere bersagliato da slogan pubblicitari pagati fior di soldi e ricompensati con fior di prestigio sociale, che fanno a pezzi la semantica e le mie orecchie.

A me piace sapere come va il mondo, anche al di là del mio, perchè non può esistere il mio mondo se non nell’orizzonte del mondo di tutti, e non ne posso più delle rappresentazioni del mondo là fuori che in modo protervo continuano a dirmi che il mio mondo è piccolo, inutile e, soprattutto, stupido.

Dunque voglio il diritto di replica. Fatti i conti, direi che mi spettano almeno sei mesi non-stop di spazio televisivo totalmente a mia disposizione per bilanciare anche solo parzialmente la valanga di superficialità, di miopia e di chiusura mentale che mi ammorba da almeno trentacinque anni.

Che moltiplicati per i milioni di persone nella mia situazione, fanno un palinsesto per il piccolo schermo definito sino alla fine di questo secolo. Magari il risparmio lo possiamo dedicare a scuola, università, ricerca e cultura.

La Croce è da appendere o da portare…?

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L’articolo di Travaglio di oggi sul Fatto, a proposito della querelle Crocefisso sì, Crocefisso no, è illuminante. Ne consiglio un’attenta lettura.

Prendendo spunto dalle sue parole, direi che il punto è il seguente: quel simbolo appeso alle pareti scolastiche va tolto se ha smarrito il senso che dovrebbe avere tutto ciò che si appende alle pareti scolastiche: insegnare qualcosa. Ricordo cartine geografiche e cartelloni con questo o quel contenuto didattico. Ricordo scaffali con libri e lavori eseguiti e poi esposti. Ricordo foto e disegni. Ognuno un riferimento a qualcosa cui pensare, oppure il risultato o il testimone di un processo di pensiero. E di apprendimento.

Ecco, discutere se il Crocefisso possa essere un simbolo accettabile o meno è una discussione oziosa. Come sempre il punto è capire cosa se ne fanno gli insegnanti, ogni singolo insegnante, del fatto di avere il Crocefisso appeso alle pareti. Se lo lasciano lì a fare arredo, tanto vale toglierlo. Se diviene occasione per parlare di ciò che rappresenta, e non sto parlando della religione, ma della vicenda umana e storica di Gesù di Nazareth, allora ha senso che stia lì.

Fossi un insegnante farei così invece di partecipare a questa inutile discussione. Toglierei il Crocefisso per un po’. Poi lo riappenderei. Questa azione permetterebbe a tutti di ri-vedere qualcosa che data la scontatezza nessuno vedeva più. Coglierei l’occasione per parlare e per ragionare e per raccontare e per fare ricerche attorno a ciò che quel simbolo porta con sè. Fatto questo, dopo qualche tempo, esporrei un mezzo busto di Socrate, come quello che campeggiava a casa dei miei genitori e che mi ha accompagnato per decenni, e farei lo stesso percorso. Poi passerei a una foto di Ghandi, magari, quindi a un’immagine del Buddha e così via.

Una volta si chiamavano Uomini Illustri. Naturalmente ci si possono aggiungere anche simboli di Donne Illustri. L’importante è che sia occasione di togliere la polvere accumulata su tutto ciò che appare nobile, dignitoso, grande, coraggioso, da tempo obliato dalla pessima mediocrità furbetta e imbecille diventata valore dominante. Anzi unico.

Talenti

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Dunque, bambino con panino e gelato. Niente di che, non fosse che aveva il panino saldamente impugnato dalla mano destra e il gelato svolazzante su e giù attorno alla lingua grazie all’abilità della sinistra. Ambidestro, forse. Buon per lui. Però non aveva quindici mesi, era sugli undici anni. Si aggiunga che non era obeso solo per il fatto che non aveva ancora divorato il panino, che la scena è ambientata in una calda giornata di fine maggio a Gardaland e che il nostro Pantagruel stava camminando speditamente alla volta dell’attrazione successiva.

Ecco, tu dici che non è bello criticare gli altri genitori. Allora facciamo pure qualcosa di brutto. Padre del ragazzotto in lizza per il ruolo del cugino stupido, arrogante ed extralarge di Harry Potter, cosa mai ti è passato per la testa mentre compravi il cono al figliolo mentre il medesimo era ancora alle prese con la pietanza? Forse nulla. Lui ha fatto un po’ di pressing e tu da ormai molti anni non fai che cedere. Troppa fatica seguire un’altra strada. Oppure stavi ascoltando gli anticipi di campionato e te lo sei voluto togliere di torno. O magari non c’eri neppure, e quel giorno a Gardaland hai spedito il pargolo fullsize con la madre, che il piccolo è tanto bello e non gli si può negare nulla. Infatti, è una buona cosa non negargli nulla. Occorrerebbe non negargli nemmeno un po’ di intelligenza però.

Torno a casa e in onda su qualche canale che non so, vedo e sento cantare ragazzini più o meno dell’età dell’onnivoro incrociato poche ore prima, e mi attraversa una competenza straordinaria maturata non si sa quando nè si sa come. Ma se canta così ora, a diciamo quattordici anni, ma quando ha iniziato? e quanto esercizio, e quanta passione, e quanta disciplina ci sono voluti? Sono ragionevolmente sicuro che nessuno di loro si sia mai trovato con un gelato in una mano e un panino nell’altra. Non dopo i dieci anni almeno. Anche perchè una delle mani doveva essere occupata dal microfono.

Evviva dunque. Da qualche parte, qualcuno aiuta i propri figli a fare qualcosa di importante, anche se costa fatica, anche se costa tempo, anche se costa rinunce. Ora sarebbe bello scoprire che questa “qualche parte” non è rinchiusa tutta e solo entro gli sfavillanti confini dello spettacolo. O dovremo concluderne che se non hai o non aspiri o non puoi permetterti un pubblico, non ti resta che consumare le tue performance a diritto esclusivo di mamma e papà.

Ok ragazzino, come non detto, ora ho capito perchè ti affaticavi con tutte quelle calorie per le mani. Cosa non si deve fare alla tua età per dare un senso alla scarna vita dei propri genitori.

Torturatori virtuali. Imbecilli reali.

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   Zone extrème, del regista francese Christophe Nick. “Torturatori da realtiy, un film choc dalla Francia”, titolo di giornale, 34esima pagina, data odierna. Foto di una sedia elettrica. Il fatto:  un registra francese gira un film ispirandosi a una ricerca americana degli anni ’60. leggersi Stanley Milgram, Obbedienza all’autorità. Là svariate decine di volontari partecipavano a un test nel quale dei ricercatori chiedevano loro di “punire” altri volontari con scosse elettriche sempre più violente. Naturalmente le “vittime” sono attori, le urla e le scosse sono finte. Ma l’obbedienza dei volontari vera. E ad altissima percentuale. Chi si rifiuta di infliggere scosse è una ristretta minoranza. La maggioranza obbedisce.

Ricordo ancora quella lettura. Rimasi sconvolto e dissi fra me e me, con una supponenza della quale ancora non sospettavo la portata, quanto fossero imbecilli gli americani, soprattutto quelli della classe media e degli anni ’60.

Oggi, giornale, notizia, non più un esperimento scientifico, ma la finzione di girare un reality. Non negli States dei sessanta, ma nell’Europa del duemila. Stesso risultato. La maggioranza dei partecipanti al finto reality, su stimolo del conduttore comminano scosse da paura ai “concorrenti”. Ci stanno, insomma. Tranne poche eccezioni. Cosa è cambiato?  Nulla. E tutto.

La lettura dei dati forniti dal discusso esperimento di Milgram negli Usa del secolo scorso, parlava di cosa sia in grado di fare il conformismo. Non si trattava infatti di semplice obbedienza all’autorità. Si trattava di conformarsi a quello che stavano facendo anche tutti gli altri, come i ricercatori non mancavano di sottolineare. Non si può capire l’impulso a obbedire se non se ne coglie la motivazione profonda a non essere diverso, deviante, marginalizzato.

Dopo quasi mezzo secolo, nella civilissima Europa, siamo allo stesso punto. No. Molto peggio. L’ideologia sulla quale poggiava il conformismo nell’America degli anni ’60, era quella scientista: se lo chiedono gli scienziati e se è per il bene della Scienza, si deve fare. Un motivo per tutto questo ci sarà e chi sono io per metterlo in discussione. Dunque, se mi dicono di girare una manopola che scaricherà 400 e passa volt addosso a un essere umano, lo faccio. Tanto più se lo fanno anche tutti gli altri. In Francia, oggi, l’ideologia è un’altra e non si presenta neppure come tale. Sono in tv, questo è quello che conta e per esserci faccio tutto quello che mi chiedono. Tutto. Vogliamo scommettere cosa succederebbe da noi? Preferivo gli stolidi rappresentanti della middle class bianca, protestante, in camicia bianca e cravattino sottile degli Usa negli anni del boom.

Là eravamo in presenza di un mondo che doveva rappresentarsi ordinato, pulito, giusto, uguale. E qualsiasi cosa servisse a educare questa prospettiva, andava bene. Qua, siamo in presenza di un mondo che ama presentarsi brutto, sporco e cattivo, purchè possa rappresentarlo davanti al grande pubblico. Come è possibile tutto questo?

La risposta è nel film, non so se consapevole. Parlare di “finto reality” è già un ossimoro, una torsione del senso che smarrisce ogni riferimento. Un “reality” è per definizione uno spettacolo che finge una realtà, mimandola. Se è così, cosa è un “finto” reality? Un finto spettacolo che finge una vera realtà? Oppure una realtà vera che finge di essere una finzione facendosi spettacolo? Non se ne esce più. E questo infilarsi in un labirinto nel quale non è più dato sapere cosa sia “vero” e cosa no, è quello che legittima alla fine l’atto di tortura nei confronti dell’altro. In fondo, non è vero. E’ solo un reality. Siamo in onda, tutto è finzione. Compresa la convinzione di essere nella vita vera.

Temo ci sia una sola soluzione a tutto ciò. Che arrivi prima o poi un Morpheus a proporci di scegliere tra la pillola rossa e quella blu.

Il silenzio dell'anima

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Parchetto sotto casa. Luogo mitico dell’osservazione pedagogica con sfumature antropologiche. Bimba di quasi sei anni, scoprirò poco dopo, intenta a giocare con l’altalena. Si noti il senso della proposizione. Non stava “andando” sull’altalena: ci giocava. Lancia, tira, scansa, afferra, insomma, ci stava giocando. Mamma seduta sull’altro capo della panchina sulla quale pigreggiavo anch’io, osservando da media distanza la mia di figlia, appollaiata su un altro attrezzo. Mamma del genere richiamante: non fare questo, non fare quello, guarda che ti fai male, se non la pianti andiamo a casa. Tono stanco, tendente all’isterico. Tipo che avrà ripetuto milioni di volte le stesse cose e sottotraccia infatti sembra dire che è stufa di ripetere milioni di volte le stesse cose. Intanto Denise, le mamme richiamanti hanno il pregio di non farti dimenticare i nomi dei loro figli, continuava a fare dell’altalena ciò che preferiva, interrompendo qua e là le evoluzioni per correre dalla madre in cerca di acqua. Si sa, dopo mesi di freddo il caldo improvviso mette sete, se si ha sete si beve e se si beve e si corre si suda meglio. Ottima occasione per la richiamante di aprire un altro fronte di rimprovero. Dal guarda che se giochi ti fai male, al guarda che se corri sudi. Minimalista e ai limiti della genialità. E non era un’informazione, nel caso che la piccola non fosse in grado di cogliere il nesso causale, era proprio un rimprovero che sottolineava un comportamento inadeguato. Cosa c’è di più inadeguato per un bambino di sei anni del giocare e del correre in un parco giochi?
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Ma quella piccola peste non aveva ancora finito di straziare i nervi della povera genitrice. Che nel frattempo conversava al cellulare con non so chi lamentandosi di non so cosa, senz’altro lamentandosi. Denise finisce di ingollare l’ultimo sorso d’acqua e cerca di chiudere la bottiglietta di plastica senza riuscirci. La madre, interpretando la goffaggine della figlia come una richiesta di intervento, allunga una mano per chiudere il tappo prima che si verifichi un disastro dalle proporzioni incalcolabili. Nel farlo però, si scoordina peggio della quasi seienne e mentre afferra la bottiglia, con un guizzo degno del Woody Allen di Provaci ancora Sam, lancia il cellulare che finisce rantolando qualche passo più in là. Ecco hai visto? Con te devo sempre fare mille cose contemporaneamente, e guarda cosa è successo!! Ovviamente la colpa era di Denise.

Monica, in un commento al post precedente, e a proposito di una spiaggia affollata di genitori e bimbi di pochi mesi sotto il sole delle ore 14.00, scrive: “Sarebbe comodo giudicare, ma non è questo il punto. Sarebbe più utile domandarci cosa possiamo fare per evitare di andare tranquillamente e collettivamente alla deriva”. Ecco, sarebbe facile giudicare la mamma di Denise, e mi aspetto che come è già successo un po’ di persone facciano l’elenco dei motivi per cui quella mamma probabilmente era sull’orlo della crisi di nervi. Io, seduto sull’altro lato della panchina, mentre osservavo a media distanza mia figlia appollaiata un po’ più in là, ho fatto di tutto per non giudicare, per masticare le cattiverie che mi salivano a fior di labbra. Ho capito in quel momento esatto che occorre praticare il silenzio dell’anima, perché quello della bocca non basta se poi ciò che non dico si affolla nel fegato, rodendolo. E il silenzio dell’anima è un vuoto pacificatore meraviglioso, che mi ha riempito di una tristezza profonda.

Non ti giudico mamma di Denise. Avrai mille milioni di motivi per non renderti conto della fortuna che hai ad avere una bambina di, quasi, sei anni vitale e giocosa come lei. La tua vita sarà faticosa, difficile, come non posso neppure sospettare, seduto da questo lato della panchina. Ma è proprio questa la risposta che devo a Monica. Come fare ad evitare di andare collettivamente alla deriva? Smetterla di giustificare qualsiasi comportamento con la scusa di non avere elementi sufficienti per poterlo giudicare. Non ti giudico mamma di Denise. Non ti giudico come mamma. Però, anche sei avrai avuto tutti i motivi del mondo per essere sull’orlo di una crisi di nervi, quel tuo comportamento quella mattina al parco era sbagliato. Punto. E la mia infinita tristezza non è neppure per la tua bambina, che alla fine se la caverà comunque, ma per te madre, per la tua solitudine, abbandonata alla deriva nei flutti di un parco giochi cittadino senza uno straccio di nonna, zia, fratello, compagno, amico/a in grado di dirti piantala, smettila di stressare Denise, non starle col fiato sul collo, lascia che provi e che sbatta il naso dove deve sbatterlo. Circondata solo da estranei come il sottoscritto, che non possono dirti nulla, nè aiutarti, nemmeno ascoltarti. Semplici testimoni muti di un mondo, il tuo, vicino e inaccessibile.

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E ancora la mia infinita tristezza è per i nostri destini. È facile indignarsi per una violenza fisica ai danni di una bambina di sei anni, per un abuso, per un abbandono, per uno sfruttamento sessuale. Troppo facile. Ma a che serve indignarsi per tutto questo, se poi ci nutriamo di impotenza per i piccoli gesti educativi quotidiani gettati lì, irritati e distratti, faticosi e inutilmente affaticanti?
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