Valori per volare

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valori per volaredi Irene Auletta

Mai come in questo ultimo periodo arrivano nella mia posta elettronica messaggi pubblicitari e link che promettono di aiutare a ritrovare la propria femminilità. Si offrono seni generosi  mostrando altrettanto generosi decoltè e sottolineando la possibilità di porre finalmente giustizia nei confronti di una natura poco favorevole (testuali parole). Immagino che sia anche per la vicinanza delle imminenti festività natalizie e la possibilità di sollecitare questo desiderio, nella letterina per Babbo Natale!

Scorrendo i messaggi mi colpisce come in tutti si evidenzi la necessità di essere maggiorenni e la cosa mi riporta alla memoria la notizia di qualche anno fa che evidenziava l’aumento della richiesta di interventi di chirurgia estetica da parte di minorenni, con  il consenso e l’autorizzazione dei genitori.

Cosa possono insegnare oggi i genitori rispetto al valore del corpo, dell’appartenenza ad un genere, del maschile e del femminile? Credo sia proprio necessario andare oltre il rosa o l’azzurro, le bambole o le macchinine, le trousse per il trucco o le playstation.

Mi pare si debba uscire anche dalla forbice un po’ bacchettona di parlare di quelli che sono i valori veri, come mi diceva una mamma parlando di una figlia senza valori perchè interessata solo alla moda, alla magrezza, all’abbigliamento.

Perchè la cura del corpo, l’estetica, il femminile non sarebbero valori?

Forse il problema non è questo e come genitori o educatori penso sia necessario tornare a esplorare tutti i significati, aiutando le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, a comprendere quali culture vengono veicolati dalle varie immagini. Decidere a priori quelle giuste o sbagliate, in una continua scherma tra etica e morale, è solo un modo per riproporre modelli educativi che dichiariamo da anni obsoleti ma che continuano a ricomparire nelle nostre parole e nelle nostre azioni.

Parlo con una ragazza di sedici anni che mi racconta di come a tredici si procurava il vomito dopo mangiato perchè si vedeva grassa e di come oggi prende delle pastiglie per sentirsi bene. Parlo con alcune insegnanti di scuole medie inferiori che segnalano tra gli alunni il fenomeno di prestazioni sessuali per l’acquisto di ricariche telefoniche o cinture griffate. Ripenso a quella madre che parla con un po’ di disprezzo della figlia che non capisce i valori veri e lei stessa mi pare confusa e abbrutita in un ruolo che sembra solo mortificarla.

Prendo una decisione. Con i genitori e con gli educatori tornerò a parlare, insieme al valore del corpo e della cura, anche dello spazio per la bellezza e per l’estetica perchè anche di questo hanno bisogno le anime, per risplendere.

La Croce è da appendere o da portare…?

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L’articolo di Travaglio di oggi sul Fatto, a proposito della querelle Crocefisso sì, Crocefisso no, è illuminante. Ne consiglio un’attenta lettura.

Prendendo spunto dalle sue parole, direi che il punto è il seguente: quel simbolo appeso alle pareti scolastiche va tolto se ha smarrito il senso che dovrebbe avere tutto ciò che si appende alle pareti scolastiche: insegnare qualcosa. Ricordo cartine geografiche e cartelloni con questo o quel contenuto didattico. Ricordo scaffali con libri e lavori eseguiti e poi esposti. Ricordo foto e disegni. Ognuno un riferimento a qualcosa cui pensare, oppure il risultato o il testimone di un processo di pensiero. E di apprendimento.

Ecco, discutere se il Crocefisso possa essere un simbolo accettabile o meno è una discussione oziosa. Come sempre il punto è capire cosa se ne fanno gli insegnanti, ogni singolo insegnante, del fatto di avere il Crocefisso appeso alle pareti. Se lo lasciano lì a fare arredo, tanto vale toglierlo. Se diviene occasione per parlare di ciò che rappresenta, e non sto parlando della religione, ma della vicenda umana e storica di Gesù di Nazareth, allora ha senso che stia lì.

Fossi un insegnante farei così invece di partecipare a questa inutile discussione. Toglierei il Crocefisso per un po’. Poi lo riappenderei. Questa azione permetterebbe a tutti di ri-vedere qualcosa che data la scontatezza nessuno vedeva più. Coglierei l’occasione per parlare e per ragionare e per raccontare e per fare ricerche attorno a ciò che quel simbolo porta con sè. Fatto questo, dopo qualche tempo, esporrei un mezzo busto di Socrate, come quello che campeggiava a casa dei miei genitori e che mi ha accompagnato per decenni, e farei lo stesso percorso. Poi passerei a una foto di Ghandi, magari, quindi a un’immagine del Buddha e così via.

Una volta si chiamavano Uomini Illustri. Naturalmente ci si possono aggiungere anche simboli di Donne Illustri. L’importante è che sia occasione di togliere la polvere accumulata su tutto ciò che appare nobile, dignitoso, grande, coraggioso, da tempo obliato dalla pessima mediocrità furbetta e imbecille diventata valore dominante. Anzi unico.

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