Turbopedagogia

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di Igor Salomone

Sono chiuso in casa da più di un mese. Il mio lavoro è rallentato, apparentemente. Non sono più con la valigia in mano un giorno sì e uno no per correre di città in città a portare formazione e supervisione. Accidenti, chi l’avrebbe detto che questo fatto non mi sarebbe mancato?

Di cose che mi mancano ce n’è una cifra: camminare, andare in bicicletta, uscire a cena, andare al cinema, abbracciare le persone, allenare il mio kung fu, insegnare il mio kung fu. Però di prendere treni su treni, francamente no.

Come tantissimi altri, ho traslocato parte delle mie gite professionali nel salotto, talvolta in camera o qualsiasi altro angolo della casa si presti ad allestire uno dei tanti set di registrazione o di chiamata audiovideo. E devo dire che lo trovo divertente. Ma non solo.

Ho la sensazione di stare nel bel mezzo di un momento epocale. E di momenti che ambiscono a questa definizioni nella mia vita non ne ho certo attraversati pochi. Passo le mie giornate a studiarlo questo momento.

Siamo in molti immobilizzati a casa, in un tempo sospeso. Eppure la mia sensazione è di un’accelerazione collettiva che ci sta facendo sperimentare in diretta un cambiamento molto rapido. Non so in che direzione, no so se sarà una cosa buona o meno. In realtà di cose poco buone in tutta questa faccenda se ne possono trovare moltissime, ma una cosa mi affascina: la velocità con la quale l’educazione è costretta a modificarsi.

E allora ben venga la turbopedagogia, una corrente in rapido movimento che ci chiede e ci permette di ritornare sulle nostre certezze, di smontarle una a una e di andare oltre l’ovvio. Che, a ben vedere, dovrebbe essere il cuore stesso di ogni intento educativo.

Buon ascolto. Mi auguro che vi piaccia e che vogliate lasciarmi le vostre impressioni, idee, esperienze su:

Telgram a @igorsalomone
Spreaker (la piattaforma dove è pubblicato il podcast)
igor.salomone@me.com

Fuori come balconi

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di Igor Salomone

Sono giorni strani.
Una primavera soleggiatissima che si insinua a casa nostra riscaldandoci e rattistrandoci al tempo stesso.

Sbinocolo con mia figlia l’ampio panorama del settimo piano milanese e, intorno a noi, una quantità inusuale di persone affacciate, sedute, sdraiate, spaparanzate, sorprese nel tentativo di afferrare lo spicchio di sole che si intrufola dalle finestre e spalma i balconcini. 

Sono buffi, incastrati come sono in spazi ridottissimi, su sedie appena più piccole del terrazzino esposto su un viale un tempo trafficassimo, ora deserto. Oppure affondati su una qualche seduta, gambe all’aria sul davanzale, appena dietro una finestra che fortunatamente da a ovest. 
E chi li ha mai visti?

Approfitto spesso, in tutte le stagioni, per uscire sui miei balconi filiformi, sia per respirare, sia per prendere una boccata d’aria. Ma tutt’intorno vedo solo finestre chiuse, balconcini vuoti, tapparelle abbassate. Di solito. 
Oggi invece è tornata la vita in quei palazzi. Almeno sulle facciate di quei palazzi. 
Bellissimo. 

Si respira un’aria di resilienza, si coglie il desiderio di godersi anche quel pochissimo che è rimasto. Altro che bagni di sole al parco: un quadrato di luce a tempo sulla pelle diventa una delizia preziosa da centellinare e condividere. Le persone raramente sono fuori da sole. 
Chissà se anche questo permetterà di imparare qualcosa sulla preziosità di ciò che questo mondo ci regala.

Intanto Luna, va bene sbinocolare tutt’in giro, però magari evita di puntare proprio sui dirimpettai che prendono un po’ d’aria. Manca pure che facciamo la figura dei guardoni. 

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