Salutando Gutemberg

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Seconda serata del seminario interno su Educazione, nuovi media e cultura digitale. Che per chi ha scelto un approccio interazionale alle questioni pedagogiche, non è come dirlo… Comunque, punto. Improbabile cercar di far sintesi dell’enormità di questioni emerse. Coerentemente del resto con le nuove coordinate dei saperi nell’era di Internet, che delle grandi sintesi devono fare a meno. Mi viene in mente la richiesta che mi ha fatto WikiCulture su Twitter di scrivere qualcosa a proposito della cultura wiki nel mondo social. Sarà da ridere. Comunque una cosa è chiara: non è più questione di tecnologia come quando ho iniziato questo mestiere che si trattava di decidere se dotarsi o meno di un fax. Qui è come se dopo Gutemberg il mondo pedagogico si fosse attardato a chiedersi se i libri stampati fossero una moda passeggera o un bisogno indotto, e se se ne potesse fare a meno. Magari è anche successo, per la verità. Ma a ‘sto giro non abbiamo due o tre secoli per darci una mossa.

Tra le altre cose abbiamo citato anche questi due testi:

Verso un’intelligenza digitale, sulla capacità di scegliere rapidamente di fronte ad alternative assumendosi il rischio di esplorare la strada intrapresa, ovvero ciò che distingue chi esplora il mondo del web e chi si blocca al primo click

La comunicazione generativa, sulle strutture sintattiche incognite che sottendono le nuove forme comunicative emergente e le paure che producono 

Incubi tecnologici…

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di Igor Salomone

“Ah, non so, io con la tecnologia non mi ci trovo”. Già sentita? innumerevoli volte, direi. Nel mondo degli educatori praticamente è uno standard. Dunque non mi sarei neppure dovuto stupire più di tanto nel sentirla ripetere di nuovo. Era la pausa caffè di un laboratorio. Tutti ammassati attorno al buffet con bicchierino in mano colmo e caldo e un biscotto tra le dita e le labbra. Come da manuale del buon formatore mi sono assicurato che i corsisti se la sapessero cavare on lo spuntino autogestito, in particolare con il caffè da prepararsi a mezzo cialda nell’apposita macchinetta. “Ah, non so, io con la teconologia non mi ci trovo”, era riferito alla Lavazza per l’espresso fai-da-te. La “tecnologia”….? La TECNOLOGIA…? La macchinetta espresso per il caffè in cialde sarebbe una tecnologia che ah-non-so-non-mi-ci-trovo…?

Non può essere, evidentemente. Posso capire mia suocera, forse, ma una ragazza di venticinque anni? No, non può essere. Per esempio, peccato non glielo abbia chiesto, ma ce l’avrà la patente? immagino di sì. E allora non quadra, perchè per quanto possa guidare un’auto di vecchia data, quell’auto è per forza mooooolto più “tecnologica” di una macchinetta per il caffè a cialde. Dunque? Dunque la sua affermazione non può essere presa in senso letterale. Piuttosto direi che assomiglia di più a una posa. Molto diffusa nelle lande italiche e, in particolar modo, tra gli educatori.

C’è qualcosa di sottilmente autocompiacente nel definirsi poco o per nulla “tecnologici”. Come dire, sono mode che mi non mi interessano. Anzi, non mi piacciono proprio. Anzi, nutro una certa ostilità in proposito perchè non le trovo giuste, sinanco pericolose.

Insomma, il mondo sta trasformandosi in modo radicale e  inedito sotto i nostri piedi. Davvero possiamo fare spallucce dicendoci che le cose importanti sono altre? e quali, di grazia? Insomma, si può ben aspirare all’eremitaggio, alla vita campestre e comunitaria dimentica del mondo circostante, a un dimensione dell’esistenza racchiusa nel piccolo confine delle persone che si incontrano faccia a faccia e delle cose che si possono toccare con mano, possibilmente “naturali” e prodotte da sè o al massimo nel giro di qualche chilometro da casa nostra. Non è obbligatorio, certo, cavalcare i cambiamenti repentini e profondi, neanche cercare di capirli, si può trattenersi ai margini delle trasformazioni, non averne neppure il più vago sentore e, se è il caso, evitare consapevolmente di accorgersene. I modi del vivere sono mille e mille e ognuno può tentare di scegliere quello che più lo rende felice, o per lo meno che lo fa star bene, o insomma che non lo mette a disagio, anzi, che dal disagio lo tiene lontano.

Ma allora perché fare l’educatore? Davvero ha un qualche senso occuparsi dell’aiutare il prossimo a districarsi nelle enormi difficoltà che il vivere contemporaneo propone a ogni angolo, evitando in prima persona il 99% di quelle difficoltà? Non credo. Qui non è questione di “essere” su Facebook o di utilizzare quotidianamente Internet. E’ questione di essere nel mondo, in questo mondo, e accettarne le sfide. E quella della profonda trasformazione della vita di ognuno prodotta dalla tecnolgia digitale è in questo momento una delle sfide fondamentali. Chiamarsene fuori significa rinunciare a ogni credibilità.

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