di Irene Auletta
Cosa si può imparare vivendo accanto a un mondo senza parole? Me lo chiedo da molti anni e oggi, forse, sono giunta ad un punto di equilibrio che si colloca a metà strada tra il disfattismo e il romanticismo estremo. Questa ricerca in realtà non riguarda solo gli aspetti legati alle parole e alla loro assenza, ma più in generale vale anche per molti altri aspetti legati alla condizione di disabilità.
Grazie a te, figlia mia, ho imparato che è importante cercare vie alternative e possibili senza tuttavia fuggire dal dato reale riconoscendo che, a fianco di tante possibilità alternative e agli innegabili effetti virtuosi, non sono esclusi momenti di forte frustrazione, rabbia e dolore che riguardano sia me che te.
E’ solo questa nuova opzione di compresenza, razionale e sentimentale al tempo stesso, che rende possibile la continua ricerca e la cura dei piccoli particolari di ogni giorno.
Qualche giorno fa al tuo Centro Diurno, in uno dei tuoi momenti di forte tensione e contrasto a tutto, di fronte ad una scala da scendere e alla tua minaccia di buttarti a terra, c’è stata una bella intesa con l’educatrice presente. Visto l’insuccesso del suo intervento ci siamo accordate con lo sguardo e lei si è un po’ allontanata.
Parlando a te, a lei e anche a me, ti ho detto di quanto in certi momenti ti vedo in gabbia ma non so come aiutarti. Mentre ti dico che ora penso a qualcosa di straordinario mi accorgo di aver attirato la tua attenzione. “Cosa ne dici Luna, facciamo una cosa coraggiosa? Vuoi provare a scendere le scale con gli occhi bendati?”.
Te lo sussurro all’orecchio ma anche l’educatrice ascolta. Funziona e in silenzio l’operatrice mi fa ok con la mano dicendomi “geniale” con il labiale. Così arriviamo in auto e da lì prosegue il pomeriggio.
Non sempre si e’ fortunati al primo tentativo e per me ciò che più importa non è solo il risultato finale ma farti sentire sempre la mia comprensione e il mio rispetto. In questi casi, le parole “oppositiva” o “sono capricci” (ma mica hai due anni!) si sprecano, ma oggi e’ andata decisamente bene e voglio trattenerne il senso e il sentimento .
Certo mi accorgo spesso che, forse anche in conseguenza al fatto che parlo tanto per lavoro, nel resto della mia vita il silenzio e’ tanto presente, anche come rifugio a un banale che mi rende sempre più “asociale”. Così anch’io mi sento a volte un po’ disabile soprattutto di fronte a domande del tipo Tuttobene? Pronta per le vacanze? Quanti anni ti mancano alla pensione?
Mai come in questi giorni mi manca il conforto che mia madre ha sempre saputo darmi nei momenti più difficili, fatto di poche parole e di gesti gentili. Mai come in questi giorni sento tutta la forza maturata in questa straordinaria e difficile vita.
E così eccomi qui, sempre più consapevole del valore del conforto come gesto d’amore profondo, a confortare madre e figlia, coltivando attimi di piccole silenziose felicità.




Giu 09, 2023 @ 10:47:07
I valori (plurale) del conforto. Questo è un concetto che, letto alla fine del testo, mi è rimasto incollato addosso. Non alla mente – che non so cosa sia, più mi invecchio non so dove sia – proprio addosso. E’ perché il racconto di quella minima esperienza mi ha confortato – mi ha dato forza – rispetto alla relazione madre-figlia (o padre-figlia) che si apre all’amore. Con-forto (con la forza) è parola vuota se non sta “addosso” alle persone, come si capisce sia avvenuto nelle parole sussurrate all’orecchio dalla madre alla figlia. Parola piena se la rimando indietro nel tempo del mio essere figlio che si aspettava quelle parole sussurrate all’orecchio, senza riceverle o magari avendole ricevute senza avvedersene. Siamo tutti disabili di amore, ci dice Irene. Con- cordo. E dico grazie a chi me lo ha ri-cordato.
Giu 10, 2023 @ 09:09:43
Grazie Silvano, un commento che restituisce valore al mio scritto aggiungendo sfumature nuove e di grande profondità. Anch’io me lo porto con gratitudine “addosso”
Giu 11, 2023 @ 14:33:50
Geniale ❤️🌷
grazie Irene, ogni tuo scritto mi sorprende.
Giu 11, 2023 @ 15:02:34
Grazie davvero!