Il ring, il dojo, la strada – Combattimento e difesa

Cos’è un combattimento? Ecco una domanda ovvia e particolarmente rimossa. E a ben vedere più che una domanda è una costellazione intera di quesiti che rinviano alle mille dimensioni che il combattimento ha assunto nella storia umana, e ognuno di quei quesiti richiede una discussione dedicata. Che rapporto c’è tra ciò che chiamiamo “combattimento” e l’autodifesa? Questa è la domanda che si aggira più o meno silente in ogni palestra di arti marziali. Non esiste neppure un vocabolario adeguato per distinguere le due cose. Di solito si indica il secondo con la locuzione “combattimento da strada” con una semplificazione eccessiva che circoscrive le situazioni di autodifesa ai cattivi incontri che si possono fare nei vicoli bui dei quartieri malfamati.

Marginalizzato questo evento, con il consiglio perentorio da parte di ogni maestro o istruttore che si rispetti di evitarlo sempre, restano a disposizione del praticante il combattimento sportivo e quello “in palestra” che solitamente sta a indicare una pratica di studio e di allenamento con i propri compagni. Con questa fenomenologia abbiamo sostanzialmente una distinzione del combattimento in base ai tre luoghi possibili: la strada, il dojo, il ring. E l’autodifesa in questo modo si riduce alla prima, dalla quale però occorre tenersi lontani magari proprio frequentando gli altri due. La predominanza del Dojo e del Ring, quindi, finisce col rendere marginale la pratica dell’autodifesa che rischia di ridursi o a tema principe delle dimostrazioni pubbliche o a specchietto per le allodole, buono per attirare nuovi praticanti. Per questa via si consuma inesorabilmente il divorzio tra due dimensioni che in origine erano una sola: il duello tra Achille ed Ettore cos’era? 

Di forme del combattimento è possibile identificarne un intero arcipelago, anche se il prevalere del ring e delle competizioni internazionali ha negli ultimi ventanni semplificato il panorama in modo sensibile. Tutte hanno comunque in comune una struttura comune: un luogo e un tempo definiti, due avversari che si confrontano, un terzo che controlla, un sistema di regole condiviso valido dall’inizio alla fine del combattimento stesso. Basterebbe questo per cogliere la totale estraneità del combattimento come siamo abituati a pensarlo oggi e una situazione di scontro che richieda l’autodifesa, perchè uno scontro esplode proprio quando saltano le regole, non si ha nessuna idea di quanto potrà andare avanti, nè  se l’avversario che abbiamo di fronte resterà l’unico, non c’è nessuno a fare da arbitro e nemmeno è dato sapere a priori quando finirà, ovvero cosa permetterà di dire che è finito.

Uno scontro, a differenza di un combattimento, definisce le sue condizioni durante il suo svolgersi. Quando  I Maestri d’altri tempi dicevano che un combattimento si dovrebbe vincere senza combattere, evidentemente non si riferivano all’Octagon… Sul ring chi si prova a non combattere viene prima richiamato, poi ammonito, infine squalificato. Alì in quell’icona del combattimento che fu Kinsacha, lasciò che Foreman lo attaccasse per più di dieci riprese contro ogni aspettativa di un match di boxe, mostrando con la sua genialità che è possibile combattere semplicemente lasciando che il tuo avversario si sfianchi nel tentativo di sconfiggerti. Ma poi ha dovuto metterlo al tappeto, altrimenti Foreman avrebbe vinto ai punti. Non aveva scelta, quelle erano e sono le regole e in un combattimento le regole si possono forzare e interpretare creativamente, ma non trasgredire. Uno scontro violento è sempre e prima di tutto polverizzazione delle regole precedenti e, nel suo svolgersi, il tentativo complementare da parte degli avversari di definire con la forza un nuovo sistema di regole. Dunque è necessario riuscire a chiarire in che modo e soprattutto in che senso anni di pratica del combattimento in una palestra possano sviluppare le capacità di autodifesa di ognuno. Sempre che possano.

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