Homo docens

Ho postulato la singolarità della nostra specie nell’evoluzione delle strutture educative una trentina d’anni fa, nel ’97, un’ipotesi ancora attuale, anzi urgente. A distanza di tre decenni, il mondo si è ribaltato, ribaltando l’immagine che ne avevamo e sbattendoci in faccia le reazioni più scomposte al relativismo culturale che noi occidentali abbiamo sponsorizzato accoratamente.
Il bisogno di certezze, anche se locali, di valori indiscutibili, di appartenenze culturali segnate da confini, di piccoli mondi tra loro separati e in lotta per la propria Verità, è tornato con prepotenza. Il risultato è la ricerca spasmodica di nuovi poteri ai quali affidarsi acriticamente o, all’opposto, la polverizzazione della cultura in miliardi di coscienze individuali, ognuna occupata solo da se stessa e convinta di essere il metro di ogni cosa.
Eppure ciò che unisce ogni coscienza anarchica e ogni micro o macrocultura, è la comune appartenenza al genere Homo e all’inedito binomio, sul piano evolutivo, intelligenza-educazione. Il costume piuttosto diffuso di non gradire questa appartenenza, non toglie nulla al suo essere un dato di fatto: posso ripudiare sin che voglio il mio essere umano, ma non posso trasformarmi in un’antilope o in un castagno. Toccherà di restare un Homo Sapiens obtorto collo o anche pervaso da un forte disgusto.
C’è stata un’enormità evolutiva dal paleolitico a oggi, la più evidente è l’enormità del Mondo con il quale abbiamo a che fare e che ci fa smarrire, perdere la barra, sentire piccoli e impotenti. Ma è un abbaglio, non siamo né più piccoli né più impotenti dei nostri antenati appena scesi dagli alberi: facciamo esattamente ciò che facevano loro dando un senso a ciò che incontravano, costruendo, inventando, esplorando, organizzando, sviluppando e, naturalmente, anche distruggendo, disperdendo, uccidendo. E trasmettendo, in ogni caso, ciò che andavano imparando.
Non ci resta quindi che rispettare l’eredità di migliaia di generazioni che abbiamo alle spalle e sulle cui spalle giganteggiamo, continuando a fare ciò sappiamo fare: insegnare per presidiare l’evoluzione della nostra intelligenza, ovvero il dono più grande ricevuto dalla biosfera e che abbiamo la responsabilità di mantenere vivo. Una responsabilità che ci tocca tutti, uno per uno e senza sconti, perchè mantenere il senso dell’educare è compito imprescindibile di tutti, nessuno escluso.
Di seguito i miei contributi principali all’ipotesi Homo Docens. Tema da me trattato inoltre in innumerevoli occasioni tra corsi universitari, articoli e conferenze. Non sono però mai riuscito a “bucare” l’attenzione accademica e a farlo assumere come ipotesi di ricerca.
1997, Il setting pedagogico. Vincoli e possibilità per l’interazione educativa, Roma, Carocci, cap 1
2013, La scena educativa. Un approccio interazionale alla consulenza pedagogica, Padova, libreriauniversitaria.it, Cap 1
Dopo quasi trent’anni scopro che Stanislas Dehaene, Collège de France, titolare della cattedra di Psicologia cognitiva sperimentale e membro dell’Académie des sciences nomina esplicitamente questa ipotesi nel suo testo del 2019: Imparare. Il talento del cervello. La sfida delle macchine pagg 11 e 160. Quindi non ero semplicemente un romantico visionario
Prossimamente approccerò quel testo e ne scriverò qui.


