Domenica ribelle

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di Irene Auletta

Domenica pomeriggio, scena prima.

In coda alle casse del cinema solita disputa  crescente tra “toccava prima a me, no, c’ero prima io!”. Rimango ad osservare avvicinandomi un po’ di più mia figlia perchè non mi piace che assista a queste scene aggressive. I figli dei duellanti sono sullo sfondo di questa bizzarra recita forse già immedesimandosi nella ragazzina ribelle che stiamo andando a vedere.

Quando si apre una nuova cassa, sollecitata dal chiasso, uno dei genitori litigiosi viene invitato ad accedervi ma lui rifiuta piccato, sostenendo che la cosa giusta era passare davanti all’altra persona e non accedere ad una nuova cassa. Anzi, non contento, prende pure a male parole il signore che si fa da parte per farlo passare.

Ma ci potete credere? Il tutto, di fronte a bambini e ragazzini che assistono a questo show voltando increduli la testa verso i toni più alti.

Domenica pomeriggio, scena seconda, dopo la visione del film.

All’ascensore c’è attesa. L’avviso di fuori servizio crea tensione in una famiglia con una ragazzina, gravemente disabile, in sedia a rotelle. La madre  molto nervosamente dice qualcosa al marito. Conosco bene quella tensione. E’ una tra le reazioni possibile quando non si riesce a guardare in faccia il dolore.

Mentre cerco di convincere mia figlia a prendere la scala mobile, la madre della ragazzina mi dice “almeno lei è fortunata, può fare le scale!”. In questi casi non riesco quasi mai a dire nulla se non ad abbozzare un sorriso.

Penso al litigio di poco prima e ai toni assurdi  per una fila alla cassa.

Penso a questa madre e ai suoi toni di tensione, che parlano della preoccupazione di arrivare alla sua auto con la sedia a rotelle.

Penso alla fortuna. Avranno capito quei due genitori che litigando per la fila e perdendo di vista la loro fortuna, stavano perdendo tempo in stronzate?

Ti abbraccio. Che si mangia per cena?

Questioni amare e d’amore

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di Irene Auletta

Qualche giorno fa, di getto e con un stato d’animo molto inquieto, ho scritto un post che immagino rimarrà tra i miei scritti privati, perchè troppo carico di quelle dimensioni intime che ritengo vadano sempre protette.

In genere, non mi piace condividere riflessioni centrate esclusivamente su faccende personali e, al contrario, la vera potenza la sento quando, al di là della scintilla che ha fatto scattare il pensiero, lo scritto diventa immediatamente plurale.

Ed ecco che oggi mi imbatto in questo post di Franco Bomprezzi, che tra i suoi temi rilancia proprio uno degli argomenti del mio scritto “censurato”, la spinosa faccenda del “dopo di noi” riferita ai futuri possibili, per le persone adulte gravemente disabili.

Non credo esista genitore di un figlio disabile o con gravi problemi di salute che, prima o poi non si sia trovato a porsi la fatidica e dolorosa domanda : “Che ne sarà di mio figlio quando noi non ci saremo più?”.

La questione è molto delicata e certamente raccoglie pensieri che si esprimono, diritti che si rivendicano, proteste che si sostengono.

Però, io non credo di essere molto brava a parlare di questi temi e ci sono già molte persone, genitori  e operatori, che lo fanno da anni con molta passione e con grande capacità e incisività.

A me piace ritagliarmi una piccola nicchia per andare a cogliere e recuperare quei sentimenti che si esprimono, spesso con un po’ di pudore o vergogna.

Tante volte ho sentito i genitori di figli disabili, augurarsi salute e forza per continuare a prendersi cura dei loro figli, fino alla fine della vita.

Ma della vita di chi?

Fa paura dire esplicitamente che si vorrebbe continuare a tenere per mano il proprio figlio, anche nell’ultimo passaggio dell’esistenza immaginato, tra sogni e paure, insieme, genitore e figlio.

Fa paura perchè fa risuonare l’eco di chi accusa di egoismo, di poca umanità e insomma, per dirla un po’ come si dice dalle mie parti, di sentirsi alla fine, cornuti e mazziati.

Non so se ci sia una posizione giusta ma, se dovessi partecipare ad un dibattito etico, mi piacerebbe partire da quanto sostiene Fernando Savater, proponendo una scelta etica che non sta tra il giusto e lo sbagliato, ma fra il giusto e il giusto.

Mi piacerebbe non banalizzare la questione, lasciando la parola a chi dà valore ai sentimenti, senza l’urgenza del giudizio, ma con l’accoglienza di tutta la loro umanità.

Non trovo atroce o disumano sperare di morire insieme al proprio figlio disabile, per prendersene personalmente cura fino all’ultimo istante e forse, proprio come operatori, dovremmo chiederci come mai così di frequente questo pensiero ricorre nei desideri e nei racconti dei genitori.

Ci fossero servizi e strutture più adeguate, unitamente ad una cultura sempre più attenta e sensibile, andrebbe meglio?

Sinceramente non lo so, ma non escludo che anche i sapori più amari possano riservare sorprendenti e dolci retrogusti.

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