Domande bollenti

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di Irene Auletta

Oggi un giovane educatore, durante una supervisione, chiede ad un collega che sta presentando la complessa situazione di un ragazzo che segue da qualche anno: ma tu, come ci stai con tutta questa sofferenza?

Già. Per molti educatori questa è un’esperienza quotidiana e molto spesso tale quesito rimane inespresso, celato dal pudore o soffocato dalle pressioni delle contingenze operative. Eppure, molti operatori che lavorano nei vari contesti socio educativi devono fare i conti, tutti i giorni, con alcune difficili dimensioni dell’esistenza remando contro una realtà che, al contrario, fa di tutto per brillare di superficialità.

C’è qualcuno che si sente fortunato proprio per questo perchè, in fondo, la vita comprende tutte le sfumature delle emozioni e pensare di voler selezionare solo quelle classificate come belle o positive è francamente poco realista e forse anche un po’ immaturo. Tuttavia posso anche comprendere il bisogno di altri di mettere distanze, di difendersi e di resistere perchè avvicinarsi alla fatica e alla sofferenza è un processo di crescita lungo, tortuoso e assai complesso.

Però da stamane mi frulla nella testa quella domanda, posta con attenzione e gentilezza, quasi sottovoce: ma tu, come ci stai con tutta questa sofferenza?

Nel corso dell’incontro, ho scelto di accogliere quella domanda e di provare a trattarla insieme al gruppo di educatori, stranamente tutti uomini. Si è creata un’atmosfera molto accogliente e ognuno ha provato ad esprimersi rispetto all’interrogativo e al tema posto in rilievo. Ho assistito allo scambio di pensieri e di esperienze e l’incontro si è concluso con la sensazione di aver messo mano ad un oggetto importante che ha permesso a tutti i presenti di portarsi via qualcosa su cui continuare a riflettere.

Tante volte ci diciamo dell’importanza delle parole, dei contenuti e del loro peso.

Alcune fanno quasi male a pronunciarle, perchè siamo poco abituati a condividere le nostre fragilità in un contesto professionale e non terapeutico.

Oggi, avvicinandoci alle nostre debolezze abbiamo allungato la mano verso quelle altrui, sentendo, magari anche solo per un momento, di poterle finalmente sfiorare, senza la paura di scottarci.

Palcoscenici e allestimenti

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Oggi ho terminato un percorso di supervisione. Temi ricorrenti: corpi, spazi, disposizione, percezione del rischio. Sembra che Difesa relazionale faccia spesso capolino anche in setting molto diversi…

Comunque è venuto a un certo punto di parlare dello Spazio neutro, un servizio che si è piuttosto diffuso in questi anni. Luogo di incontri protetti tra genitori e figli che per qualche motivo non possono vedersi se non in quel posto. Dunque uno spazio attraversato da relazioni difficili che in quello spazio possono trovare un’occasione di incontro.

Mi sono chiesto spesso perchè chiamarli “spazi neutri”. Ovvio, ci sono mille motivazioni, ma i nomi sono importanti e producono immaginari talvolta pesanti. Ho pensato che il nome potrebbe trovare un senso se immaginato come un palcoscenico. In fondo il palcoscenico è per sua natura neutro, sin quando non viene allestito. Ovvero sino a quando non viene creata la scena che caratterizzerà la rappresentazione. Forse dunque è questo uno “Spazio neutro”: un palcoscenico vuoto che di volta dovrebbe essere allestito per quell’incontro particolare. Strutturato con ciò che di quell’incontro e a quell’incontro deve parlare.

A ogni modo, lo scritto che ho appena messo nella sezione Scritti, La scena educativa, mi pare possa fornire spunti importanti. Dunque rinvio nuovamente alla sua scheda.

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Supervisionealquadrato

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Oggi ho incontrato un gruppo di formatori e supervisori interni a una cooperativa per la quale lavoro. Incontro interessante, quanto lavoro di elaborazione del lavoro educativo, quanto materiale da approfondire. Mi piacerebbe averli in un gruppo di supervisione tutti quanti. Del resto ormai quasi tutte le cooperative hanno promosso risorse interne per fare formazione e supervisione ai propri operatori. Fare supervisione a loro, una sorta di super-supervisione, porterebbe l’elaborazione pedagogica a livelli davvero intensi…

Finale di supervisione 2

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Per portare qualcuno da qualche parte, occorre che non ti fermi in continuazione per prenderti cura dei suoi bisogni. E’ finito più o meno così l’ultimo incontro di supervisione con un coordinatore pedagogico.  Arriva l’estate e i finali di supervisione si susseguono. Questo non sarà neppure l’ultimo. Sono interessanti i finali di supervisione: a parte i bilanci inevitabili, è come se d’improvviso quagliasse tutto e si aprisse un nuovo scenario. Magari sarà per assicurarsi la continuazione di un lavoro…ma anche no. Dopotutto ognuno uno scenario se lo porta via e se ne può fare quello che vuole.

Finale di supervisione

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Stamattina supervisione. Ultimo incontro di otto con l’equipe di una comunità per disabili. E’ stato un bel bilancio sui guadagni i costi e i resti… Un percorso impegnativo che ha intercettato temi pesanti per l’esperienza educativa in quei luoghi. Lo sguardo sulle pratiche che attraversano quei temi, permettendo di renderli disponibili all’esperienza che operatori e utenti condividono, è stato il vero protagonista. 

E’ sempre sorprendente come la fatica e la sofferenza di vedere le cose da prospettive differenti venga accolta alla fine con serenità e gratitudine. Soprattutto se questa diversità di prospettive indica strade da percorrere. Insomma, anche questa è finita. Anche se una seconda fase è già in cantiere…

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