Dee da Biffi

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Dee da Biffidi Irene Auletta

La prossima volta ci regaliamo un incontro di lavoro che metta insieme bellezza, leggerezza e le riflessioni sul progetto del nostro gruppo di lavoro!

Ci siamo salutate in questo modo, poco prima delle vacanze natalizie perchè siamo fatte un po’ così, noi del gruppo Amazzone o Penelope, e ogni volta incontrarsi è una sorpresa. La location, la mitica sala da the e pasticceria milanese, ha fatto il resto conferendo all’incontro quel sapore un po’ antico che pare sospendere il tempo o quantomeno rallentarlo.

Per noi tutte questo progetto si nutre dei tempi rubati ai mille impegni di ciascuna e in questi ultimi tre anni ci ha permesso di realizzare tre eventi che, ognuno con la sua peculiarità, ci ha aiutato a crescere e maturare rispetto alla nostra idea iniziale.

Non mancano mai risate e la ricerca della leggerezza è un patto condiviso che va a braccetto con la voglia di approfondimento e ricerca che ci guida sempre nei nostri incontri.

Che ne dite di questo the? I pasticcini non possono certo mancare. Ma secondo voi, come possiamo strutturare le prossime fasi di promozione e riprogettazione dei futuri eventi?

Guardandoci dall’esterno siamo belle, dinamiche e i nostri pensieri si rincorrono per trovare tra loro una migliore armonia. Questa è sempre stata la magia dei nostri incontri, pochi ma intensi, che ci hanno portato a realizzare ogni volta qualcosa che si è trasformato sotto i nostri occhi, quasi a passo di danza.

Per differenza, penso a quegli incontri che durano ore e che si ripetono nel tempo, inconcludenti. Immagino alcune riunioni dalle quali sono uscita sfinita con la sensazione di aver solo perso tempo prezioso da dedicare al lavoro. Ricordo quei luoghi dove si sprecano valanghe di parole, senza concludere nulla.

Progettare vuol dire gettare avanti, esibire, e noi abbiamo trovato un modo per farlo nutrendo la nostra voglia di ricerca curiosa, divertendoci. Il lavoro dovrebbe essere anche questo, proprio per attribuire maggior valore all’impegno e alla serietà messa in gioco.

Chi ha detto che imparare è sempre e solo faticoso e noioso? Speriamo di essere un po’ contagiose perchè, oggi più che mai, abbiamo tanto bisogno di tornare ad innamorarci del sapere, del nostro lavoro e delle forme differenti per incontrarlo.

Chissà che Venere non ci possa aiutare!

Nuovi acrobati

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nuovi acrobatidi Irene Auletta

Ieri giornata faticosa. Tante le ombre lasciate dalle giornate elettorali trascorse e dai pensieri che si affastellano alla ricerca di un senso, rispetto a quanto accade nel nostro paese e alla sensazione di trovarsi di fronte ad un corpo terrestre che rantola.

Nel frattempo, le vicende degli individui, proseguono per le loro strade, più o meno toccate da quanto gli accade intorno anche in base al loro personale malessere e alla possibilità di assumersi parte di quello collettivo che, per taluni, è davvero insostenibile.

Mi ritrovo per tutto il giorno a raccogliere malesseri, difficoltà, problemi, paure e quando arrivo alla mia lezione Feldenkrais e mi sdraio, sento il peso del mondo. La lezione è perfetta per il mio stato d’animo e si anticipa come occasione per lavorare sui concetti di equilibrio, stabilità, organizzazione, a partire, come sempre si verifica durante queste lezioni, da quanto accade nei movimenti del corpo, dall’ascolto di quel noi che spesso è talmente frammentato da perdersi pezzi di sè in giro per la propria esistenza.

I movimenti guidati da Angela, la nostra insegnante, sono piccoli, delicati e lei ci invita ogni volta a fare di meno e più lentamente, per assaporare i dettagli e affinare la nostra curiosità esplorativa. Quante volte ce lo devi ripetere Angela! Anche qui si vede la nostra difficoltà a smettere di correre, di anticipare i tempi, di essere già orientati al dopo e sempre più disattenti rispetto a ciò che accade ora.

Ci addentriamo in un percorso di ricerca attraverso un movimento antico, le prove del gattonamento, per sperimentare le capacità del nostro corpo di trovare nuovi modi per organizzarsi, per imparare dagli errori e per ricercare il gusto della scoperta e di un nuovo apprendimento.

L’insegnante sottolinea che perdere l’equilibrio è il solo modo per trovare la stabilità, altrimenti si diventa rigidi e incapaci di imparare.

Sono giorni in cui forse per tutti è necessario immaginarsi a camminare in equilibrio su un filo, protagonisti di un circo esistenziale che non fa ridere nessuno e che, al contrario, ha un forte retrogusto amaro.

Proseguiamo la lezione, provando e sperimentando con Angela che ci invita ad osare e a rischiare come condizione per continuare ad imparare.

Cosa avete scoperto questa sera?

Io, che non mollo.

 

Imparare comodamente

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comodamentedi Irene Auletta

Prima lezione Feldenkrais dopo la pausa delle vacanze natalizie.

Angela, la nostra insegnante, ci introduce alla lezione della serata attraverso l’invito a trovare una posizione comoda per iniziare il lavoro. Ci raccomanda di cercarla con attenzione, ognuno quella giusta per sè, finalizzata a creare una situazione ideale per migliorare l’ascolto, potenziare le possibilità di apprendimento e cogliere al massimo le opportunità di conoscenza e cambiamento del corpo.

Rimango ogni volta colpita dalle analogie tra quello che accade in questo spazio e quello che riguarda i luoghi dell’incontro educativo, nei vari servizi e nelle aule scolastiche. Quante volte mi è capitato di sentire insegnanti o educatori che volgessero ai loro interlocutori una raccomandazione simile e quante volte io stessa ho pensato di farla ai destinatari delle mie prestazioni professionali?

L’invito a mettersi comodi è già un modo per dare importanza a quello che ci si accinge a fare insieme, per prendersi il tempo necessario a non pensarsi sempre di premura e già proiettati verso la cosa successiva da rincorrere. Ma, ciò che trovo davvero importante e potente, è l’idea di creare un filo magico di incontro e dialogo tra l’idea di comodità e quella di apprendimento.

Pensate che effetto può fare immaginare di rivolgere lo stesso invito ad una classe, ad un gruppo di operatori in un contesto di formazione professionale o  ad un’equipe durante una supervisione.

In questo tempo che rischia di sommergerci con i vari disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione, della capacità di leggere, scrivere e far di conto, sento il bisogno di nuovi sguardi e di nuove ventate interpretative. Che sia questa una nuova strada percorribile?

Spesso per prendermi in giro, nella mia famiglia, mi definiscono come quella sempre contro il “deboscia” e lo “sbracamento” a oltranza, insomma una fanatica dell’efficientismo.

Oggi vi frego tutti e inneggio alla comodità e al tempo per accomodarsi, per pensare, pensarsi ed imparare.

Per prima cosa, mettetevi comodi.

Misure di vita

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misure di vitadi Irene Auletta

Mi ritrovo spesso a riflettere intorno al rapporto con le fatiche e alle diverse percezioni individuali di cui ciascuno di noi è portatore. Ci sono persone che si lamentano quasi per nulla e altre che sopportano pesi incredibili mantenendo la capacità di non smarrire il sorriso. E’ vero anche però che, nelle storie, si incontrano strani intrecci e che non esistono linee di demarcazione così nette nelle varie modalità di reazione e a volte, le differenti possibilità, convivono nella medesima persona a seconda dei momenti, della peculiare fatica e dello specifico stato d’animo.

Per anni ho nutrito un significativo fastidio nei confronti di coloro che definivo lamentosi rischiando di rimanere io stessa intrappolata nella rete del mio pregiudizio, senza cogliere il valore di ciò che realmente mi suscitava una reazione negativa. In realtà oggi sono arrivata a comprendere che, al di là delle particolari caratteristiche di ciascuno, quello che mi fa pensare e mi dispiace è il rischio di mettere tutto sullo stesso piano, di non riuscire più a discernere i livelli delle preoccupazioni, di trasformare tutto in un dramma e il dramma stesso in una sorta di farsa.

Mi piace nominare quanto accade e provare ad aiutare anche gli altri a farlo, immaginando di attribuire agli eventi un loro posto ipotetico, attraverso parametri che non siano rigidi ma di senso. Chiedersi qual’è il reale peso di quello che stiamo affrontando dandosi il tempo e lo spazio anche per valutare gli scarti tra il percepito e il reale è un’importante occasione di crescita, di maggiore conoscenza e consapevolezza. Farlo per sè e poterlo insegnare ad altri, un’occasione imperdibile.

Ogni volta che mia figlia ha un malore o una semplice influenza di stagione, come sta accadendo proprio in questi giorni, mi misuro con l’ansia e la preoccupazione legata alla nostra storia e alla sua delicata condizione di salute. So bene che a volte le mie reazioni emotive sono eccessive ma so anche che testa e cuore, in alcune occasioni, sembrano proprio non capirsi e allora ci vuole tanta, ma tanta, pazienza.

La ricerca della misura inizia sia da piccoli e forse nella vita è un crescendo di nuovi equilibri possibili. Non smettere di farlo è quasi un’impresa, che però credo valga la pena per non smarrire la via dei significati legati alla nostra esistenza.

Stamane, in preda alla febbre alta, rimanevi immobile, dolorante e quasi timorosa di rompere uno stato di quiete faticosamente raggiunto. Quando ti ho convinta a muoverti per le necessarie pratiche di cura ti ho visto trasformata, in giro per casa a curiosare, come di tua abitudine. Hai trovato un modo tutto tuo per sopportare e affrontare le fatiche e la vita, in questo, ti ha resa maestra.

Penso ai lamentosi, alle occasioni perse di imparare dalla fatica, alle nostre ultime notti insonni che hanno fatto assumere a questi giorni di pausa tinte quasi un po’ oniriche. Penso alla tua grinta, al tuo modo di reagire, al valore che dai alle cose pur senza saperle nominare.

Ora ho ben in mente cosa augurare e augurarmi per il nuovo anno.

Pensieri festivi

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immagini di cuoredi Irene Auletta

Nei momenti di pausa diminuisce la frenesia delle cose da fare e i pensieri prendono spazio e respiro. Mi guardo intorno e osservo gli addobbi natalizi che scaldano la mia casa.

Sono passati i giorni in cui aspettavo che fossi tu a spegnere le candeline sulla tua torta, ad aiutarmi ad addobbare l’albero e ad apprezzare i doni piuttosto che le carte luminose e cangianti che li contengono. Tu, figlia mia, mi hai costretto a trovare un nuovo senso alla meraviglia infantile, alla magia e all’incanto delle feste.

Ti osservo abbracciata a tuo padre, mentre guardate quei film che piacciono solo a voi, serena e tutta presa a non perderti un attimo di quel momento tutto vostro. Gli stringi le mani portandotele al viso come in una carezza perenne che puoi goderti in questi giorni di tempi lenti, quelli che tu ami di più.

Cosa vorrà dire per te il Natale? Ho smesso di chiedermelo da tempo, insieme ad una serie di  altre domande che da anni sono contenute in un pacchetto natalizio che fa meno paura. Si, perchè tu mi hai insegnato ad apprezzare il valore della festa, come momento per stare vicino alle persone più care e la magia dell’ozio in tutta la sua preziosità dello stare insieme. Che sia questa la meraviglia?

Tu nel frattempo diventi grande e impari ogni giorno qualcosa di nuovo.

Non spegni le candeline sulla torta, giochi con gli addobbi natalizi apprezzandone suoni e colori, ridi dei miei finti rimproveri quando rubi qualche campanellina sonora e dei doni contenuti nei pacchetti non te ne importa nulla, quasi sempre.

Impari quello che puoi e non quello che io vorrei e questo è il dono più grande che negli anni mi hai aiutato ad apprezzare, perchè sempre di imparare si tratta e questo è ciò che conta.

Vieni amore, inventiamoci un gioco. Sai cosa vuol dire giorni di festa?

Ci abbracciamo forte, forte. Ecco la risposta.

Imparare a camminare

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di Irene Auletta

Lezione Feldenkrais di ieri sera.

Angela, l’insegnante, ci accoglie annunciandoci che il tema della lezione riguarderà il camminare e ci anticipa che durante l’incontro andremo a sperimentare i diversi modi per farlo aggiungendo, un po’ sorniona, che solo quando le cose si possono fare almeno in tre modi diversi vuol dire che va bene … ottimo suggerimento per tutti gli amanti dell’assertività e di un punto di vista unico!

La lezione prosegue e i nostri corpi si mettono al lavoro sperimentando, prima goffamente poi in modo sempre più armonico, possibilità diverse per muoversi e per camminare.

Il trucco è di riscoprire l’esistenza del bacino, come dice Angela, il nostro centro e la nostra forza, insieme alla percezione del nostro peso e del suo spostamento sulle gambe.

Non posso fare a meno di pensare a te, che fra qualche giorno compirai quindici anni e che, proprio in questi giorni ti stai cimentando con la bizzarra idea di provare a saltare. Tu, che hai conquistato a fatica la possibilità di camminare, vuoi provare a staccare i piedi da terra? Pazzia allo stato puro.

Vado avanti a provare camminando, muovendo e sentendo parti del corpo fino a quel momento totalmente dormienti chissà dove. La meraviglia di certe scoperte è proprio da provare.

Al termine della lezione Angela, che da tanti anni, quasi da sempre, è anche la tua maestra Feldenkrais, mette una musica samba per concludere in allegria e per non dimenticarsi di … sculettare! Immagino una telecamera nascosta a riprendere questo gruppo di donne nelle varie tappe del lavoro e a registrarne le risate finali.

Forse Angela ti ha insegnato anche questo e forse tu, di tuo, sei proprio fatta così.

Ci provi a saltare e, a tuo modo, un po’ sembri quasi riuscirsi. Ti guardo negli occhi mentre ridi e sei felice. Ti stacchi da terra quasi niente ma io, ti vedo volare.

Tutti alla lavagna!

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di Irene Auletta

Una professoressa è stata condannata a 15 giorni di reclusione dopo aver punito uno studente di 11 anni facendogli scrivere per cento volte sul quaderno la frase “sono un deficiente”.

Stamane è stato impossibile non incrociare articoli o post che riportavano la notizia con i relativi commenti e mi pare importante dire qualcosa, come chi incontra quotidianamente l’educazione anche per motivi professionali.

Non ho potuto di fare a meno di chiedermi cosa può aver spinto quell’insegnante a un simile gesto e mi sono immaginata un possibile corposo elenco fatto di lamentele, di denuncia di carenze, di solitudini. Non mi sento di esprimere alcun giudizio verso un gesto di stizza, che ci sta e posso immaginare che nessun insegnante, per quanto competente e preparato, ne sia totalmente esente. Ma mi chiedo anche, oltre la prima reazione impulsiva, se c’era idea di un messaggio educativo perchè tante volte, purtroppo, il gesto educativo è altrettanto violento della violenza che si propone di redimere.

Cosa può aver imparato quell’alunno di undici anni, terminata la scrittura della centesima frase? E, al tempo stesso, cosa possono aver imparato l’intera classe che ha assistito all’evento e la stessa insegnante? Forse quell’insegnante ha perso l’occasione per fermarsi un momento, andando oltre l’esasperazione di quel frammento di tempo, per condividere la domanda con i suoi alunni.

Mortificare per insegnare a non farlo mi pare una strategia ormai vecchia e sorpassata, anche se è ancora incisa nel nostro codice genetico educativo. Parlare di quanto accaduto con i nostri amici, figli, alunni non commettendo lo stesso errore dell’insegnante e provando a porsi domande, può essere un modo per andare oltre la singola notizia e chiederci anche noi, insieme, cosa possiamo imparare da queste cose che, comunque, accadono?

Ma cos’è questa crisi?

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di Irene Auletta

Assistiamo quotidianamente allo strano fenomeno  che trasforma affermazioni importanti in luoghi comuni, con il rischio di non poter più godere neppure di quelli. Che fine ha fatto la mitica “non ci sono più le mezze stagioni” che va a braccetto con “si stava meglio quando si stava peggio”? E via di questo passo.

Sento spesso ripetere, in questi tempi complessi, l’idea di imparare dalle crisi e sovente, l’affermazione appare già una sorta di mantra svuotato del suo significato più profondo e autentico. Insomma come recitare, con banalità estrema, che grazie alle disgrazie abbiamo imparato questo e quello e che anche la morte, come esperienza estrema, è occasione e possibilità per potersi sempre portare a casa qualcosa.

Va bene. Ci sto. Ma poi dobbiamo provare a tradurre nel quotidiano cosa vuol dire tutto questo e soprattutto, cosa ce ne facciamo di quello che abbiamo imparato anche attraversando crisi, dolori e perdite.

La schizofrenia di chi si spertica a declamare questi principi, chiuso ogni giorno nella sua piccola storia che guarda solo se stessa, ho paura che possa essere contagiosa.

E’ per questo, che quasi ogni giorno torno a chiedermi cosa posso imparare da ciò che attraverso e come posso immediatamente farmene qualcosa nel condividerlo con altri.

Da tempo sono infastidita e allergica ai vari urlatori che mi sembrano interessati solo alla caccia al colpevole, come surrogato di quella alle streghe. Ma, siamo ancora qui?

Con questi atteggiamenti cosa possiamo imparare dal momento storico che stiamo attraversando, dal senso di precarietà che si respira ogni giorno, dall’incertezza del futuro, dalla possibilità di trasformare i problemi come occasione per mettere alla prova la nostra intelligenza e creatività cognitiva?

Ecco, forse questa può essere la mia strada. Continuare a chiedermi che cosa posso fare e come posso condividere la nuova strategia pensata.

E’ pochissimo, è vero.

Ma come dice stamane Massimo Gramellini nel suo articolo, a proposito dell’immaginare possibilità altre, “prendetemi per pazza, ma non per scema!”.

Amare il proprio ruggito

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Di Irene Auletta

Per anni ci hanno insegnato a trattenerci, a non esprimere, a mantenere le buone maniere e così siamo diventati esperti di quel sorriso tirato che ho riconosciuto tante volte sul mio viso e riflesso in quello di tanti altri, donne e uomini.

Ci sono voluti anni di lavoro, l’incontro con la bioenergetica, la provocazione continua della vita e gli schiaffi sempre più forti dei drammi dell’esistenza, per farmi alzare lo sguardo e volgerlo altrove.

Ci è voluto l’incontro con il mio limite e la pazienza degli eventi che, come gocce cinesi, non hanno smesso di far incontrare fuoco e benzina.

Una maestra mi ha aiutato a vedere, incontrare ed avvicinare lo strano minuetto giocato dalla rabbia e dal dolore, dalla passione e dalle emozioni, dall’insegnamento di trattenere e dal bisogno di lasciar andare.

Alla fine ce l’ho fatta. 

Prima è comparso il rantolo, soffocato, chiuso in gola e trattenuto negli occhi.

Poi è esploso il ruggito o, come direbbe Clarissa Pinkola Estes, ho incontrato la lupa  e con lei, ho iniziato una folle corsa.

Tutto il resto è una nuova storia, ma oggi, negli occhi altrui, nei finti sorrisi, nelle parole di circostanza, negli sguardi sinceri, scopro mondi nuovi e ricchi di significati.

Ogni tanto lo sento, il mio ruggito, e gli sorrido perchè ho imparato a volergli bene e a capire cosa sta cercando di dirmi. 

O quanto meno ci provo.

Ho attraversato la strada, dandoti la mano, almeno milioni di volte

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di Alice Tentori

Quando arriva il momento per un bambino di attraversare la strada da solo? E’ una questione di età? Di sicurezza e conoscibilità del luogo in cui si attraversa? Dipende dalla sua consapevolezza individuale o da quella della madre o del padre? Se un bambino di 4 anni, esce di casa con la mamma, corre davanti a lei sul marciapiede attraversa la strada da solo sulle strisce e dopo un metro arriva davanti alla scuola, è troppo piccolo per farlo oppure data la conoscenza del luogo, i pochi metri che lo separano dalla scuola, la presenza dietro di lui della mamma delle altre mamme e dei vigili lo fanno sentire protetto e sicuro per poter attraversare da solo? E’ incosciente oppure è estremamente cosciente?

“Signora, deve dare la mano a suo figlio, non va bene che attraversi da solo” dice il Vigile.

“Signora, suo figlio a scuola va molto bene però ho saputo che attraversa la strada da solo. Non va bene, deve farsi ascoltare da lui”, dice l’insegnante.

“Cristofer lo conoscono tutti dato che attraversa sempre la strada da solo e sua mamma stà dietro di lui senza ascoltarla”, dice un’altra mamma.

Ma il punto qual è? E’ dando la mano al figlio che si dimostra la cura e l’attenzione verso di lui a tutto il pubblico presente? Proteggerlo e tenerlo al sicuro, significa accompagnarlo e guidarlo sempre tenendosi al suo fianco? La capacità di farsi ascoltare è dato dal mio riuscire a tenere la mano al bambino? Oppure la dimensione della cura oltre che essere intesa come un insieme di gesti e azioni che proteggono verso l’esterno potrebbe anche andare nella direzione di attrezzare l’altro ad affrontare autonomamente una situazione “pericolosa” come attraversare la strada da solo anche a 4 anni?

Io non so se sia giusto o meno che il bimbo lo faccia da solo, quello che so e che vedo è che l’ambiente esterno è estremamente sicuro (la strada è addirittura chiusa alle macchine, con i vigili che fermano le poche che passano) e riconoscibile (è fuori da casa propria) e che il piccolo si guarda intorno prima di attraversare.

Per tutto il resto poi, sospendo il giudizio e non considero la signora una mamma che è ascoltata o meno dai suoi bambini, o se fa bene o no a non inseguirli (ad esempio); semmai, provo ad interrogarmi con lei su cosa prova nel vedere il bimbo che attraversa la strada da solo, se pensa che sia al sicuro oppure no e su cosa “significhi tenergli la mano”…

 

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