Chi è nudo?

4 commenti

chi è nudo

Gran dibattito oggi su Fb a proposito di quello che è successo al seggio dove ha votato Berlusconi tra le tre donne a torso nudo che hanno inscenato una protesta e le forze dell’ordine. Mi ha aiutato a chiarirmi le idee per poi parlarne qui nella prospettiva della Difesa relazionale.

Tralascio dunque i discorsi sulla presunta messa in scena, o quelli sulle regole di ingaggio che costringerebbero i poliziotti a fare quello che hanno fatto. Non mi interessano. Il punto, come sempre, non è neppure giudicare chi ha torto o chi ha ragione, ma cosa può insegnarci quell’episodio sulla difesa e sulla violenza.

Per questo occorre tornare ai fondamentali della difesa.

Primo: difendere qualcosa a costo di mettere in pericolo o distruggere quello che si sta difendendo, non ha alcun senso

Cosa stavano difendendo i poliziotti presenti al seggio? L’ordine pubblico verrebbe da dire. Ora, tre donne che strepitano a torso nudo fanno più “disordine” pubblico di un tot di uomini in divisa che le afferrano (malamente), le strattonano, le trascinano via, le sbattono a terra? non credo. L’intervento della Polizia ha creato molto più caos di quanto non ne creassero le tre manifestanti. E questo è un fatto.Altri potrebbero sostenere che il poliziotti erano lì per difendere il politico importante presente e che è sempre a rischio sicurezza. Bene.

E se le tre signore fossero state un diversivo? Chiunque avrebbe potuto approfittare del caos creato dal corpo a corpo ingaggiato dagli agenti per attentare alla sicurezza dell’importante politico presente. E questo è un altro fatto.

A voler essere sofisticati, occorrerebbe ricordare che le Forze dell’Ordine, hanno il compito istituzionale di difendere sempre e comunque non qualsiasi tipo di “ordine”, ma l’ordine democratico. E difendere l’ordine democratico pestando di santa ragione chi protesta, sia pure in modo improprio, non mi pare aiuti a difendere l’ordine democratico. E questo è un principio. Di quelli a cui far riferimento sempre.

Quindi, a prescindere dal fatto che la responsabilità sia di poliziotti incapaci o mal addestrati oppure da strategie operative evidentemente discutibili, resta che quell’episodio fa mostra di una “difesa” pericolosa che mette a rischio invece che mettere in sicurezza.

Secondo: non si può immettere in una situazione di violenza, una quota di violenza superiore a quella che c’è

Per lo meno non dovrebbero farlo le forze cui è stata delegato il monopolio dell’uso della violenza al solo scopo di assicurare la difesa collettiva.

E’ del tutto evidente che i comportamenti dei poliziotti sono stati di gran lunga più violenti della pur sostenuta violenza verbale delle manifestanti. In questo modo si rischia di produrre un’escalation. Se intorno a quel seggio ci fossero stati gruppi di attivisti inclini all’uso della forza, sarebbe scoppiato un tumulto. Questo non è il modo di mantenere l’ordine pubblico.

Naturalmente nella difesa occorre anche tener conto delle minacce potenziali, non solo della violenza espressa in modo manifesto. Per questo ingaggiare un corpo a corpo con quelle donne è stato un errore: ha distolto risorse e attenzione al dovere di mettere in sicurezza la situazione nel suo complesso. Che pericoli potevano nascondere quelle manifestanti a torso nudo? Evidentemente nessuno. Dunque la reazione è stata sproporzionata, ha alzato la quota di violenza e ha messo a repentaglio tutti i presenti.

Terzo: ogni atto di difesa va compiuto nel tentativo di non trasformare l’avversario in un nemico
Fossi una di quelle donne, ora avrei voglia di urlare basta Polizia oltreché basta Berlusconi. Le Forze dell’ordine, in un paese democratico, devono essere rispettate. Ma sapere che se la fai appena fuori dal vaso vicino a qualche potente rischi di essere malmenato, portato in questura e accusato, per giunta, di resistenza a pubblico ufficiale, non contribuisce ad aumentare il gradimento nei confronti dei tutori dell’ordine.

In quella situazione, per come è stata gestita, il nemico erano le tre manifestanti e quello da difendere Berlusconi. Con questa mentalità non andiamo lontano.

In quella situazione andava difeso Berlusconi dal rischio che una delle tre manifestanti gli arrivasse addosso. Era sufficiente tenerle lontane e far uscire Berlusconi. Ma andava anche difeso il seggio che è un luogo sacro per la democrazia, tenendo il più basso possibile lo scontro. E, infine, andavano difese le tre signore che hanno usato il proprio corpo per protestare, mentre l’averlo colpito e umiliato, quel corpo, finisce con il ricordare a tutti noi che corriamo lo stesso rischio.

Difendere è giusto, ma occorre farlo nel modo giusto. Difendere a qualunque costo, invece, significa accettare a priori la possibilità di farlo nel modo sbagliato

Quindi se qualcuno, a maggior ragione se è un pubblico ufficiale, pensa di dovermi difendere a qualunque costo, sappia che non sono d’accordo e mi difenderò dalla sua pericolosa protezione.

Belva o idiota?

Lascia un commento

20130216-095007.jpg

20130216-095019.jpg

Ora l’accusa é omicidio volontario. Rischia grosso, ma trovo paradossalmente piú dignitosa questa ipotesi. Mi sembra ci sia più senso nella possibilità che un uomo come lui perda la testa e in un impeto di follia più o meno lucida decida di uccidere la sua fidanzata, piuttosto che immaginarlo mentre prende la pistola e spara all’impazzata a uno sconosciuto entrato in casa senza nemmeno dire “chi va lá”. Uno dei tanti casi in cui il discorso etico e quello giuridico si muovono su piani completamente diversi.

Insegnare a proteggere

8 commenti

protezionedi Irene Auletta

In una supervisione di un gruppo di educatori raccolgo domande e pensieri.

Mi trovo in grande difficoltà quando durante il mio intervento a domicilio assisto a scene in cui la madre maltratta suo figlio. Le aggressioni sono sia fisiche che verbali e io, oltre che a tentare di smorzare la tensione, non so che fare.

Mi è capito di osservare lividi sul corpo di un ragazzino che seguo da un paio di anni e di sapere che l’aggressore era stato il fratello più grande. La madre è a conoscenza del fatto ma tende a giustificare il comportamento del figlio maggiore, dicendo che il piccolo è davvero una peste.

In una delle famiglie con cui lavoro c’è un padre violento, soprattutto con i suoi due figli, ma la madre sembra sottovalutare il problema e per me è difficile affrontarlo direttamente.

Mentre ascolto le parole mi raggiungono forti anche le emozioni che le accompagnano di fatica, disagio, difficoltà e, accogliendo i racconti, cerco di tenere tutto insieme per non perdere il valore delle differenti comunicazioni. In occasioni come queste è molto facile fare scivoloni sia nella direzione del giudizio verso quei genitori, che verso una sorta di tecnicismo che si aggrappa a procedure e doveri, perdendo di vista la storia degli individui e le valutazioni possibili.

E’ troppo facile, e sicuramente non sufficiente, dire che alcuni comportamenti non possono essere ammessi, che non è questo il modo di comportarsi, che di fronte ad alcune azioni possono scattare denunce. Chi si occupa di interventi socioeducativi nell’ambito della tutela minorile, sa bene che argomenti come questi sono all’ordine del giorno e che richiedono attenzione e serietà da parte degli operatori che li trattano.

E chi si occupa di educazione quale contributo può offrire, a partire dalla peculiarità del proprio sguardo professionale? Domanda difficile che spesso trova risposte nel tentativo di molti educatori di impossessarsi di linguaggi altrui, psicologici o sociali, per dare un senso a ciò in cui si ritrovano coinvolti. Come se in alcune occasioni il sapere pedagogico si mostrasse troppo debole o sopraffatto dalle analisi altrui per dare spazio alla propria.

Penso a cosa ho fatto io quando mi sono ritrovata in situazioni analoghe come educatore e a cosa faccio, oggi, quando come pedagogista raccolgo storie simili dagli educatori o direttamente dai genitori. Chiedermi cosa possono insegnare alcune esperienze è il mio orizzonte sicuro e, orientadomi verso di esso, di solito mi avvio in una ricerca che cerca di essere attenta e rispettosa delle difficoltà, delle fragilità e dei limiti che incontro. Pensiamo troppo spesso che proteggere i propri figli sia un’azione istintiva e normale, che la si deve saper fare perchè così è scritto. Ma dove?

A volte è necessario chiedersi cosa le persone che abbiamo di fronte sono ancora in grado di imparare e, se ci pare di individuare qualche fessura di possibilità, pensare anche insieme a loro gli interventi necessari, coinvolgendoli nella loro stessa vita e facendogli intravedere percorsi di crescita e di cambiamento.

Mi ritrovo a pensare che se riesco a far sentire protetti gli educatori mentre ne parlano, posso introdurre il tema della protezione anche verso i genitori, affinchè la possano imparare e rivolgere  ai propri figli.

Una mia grande maestra, a proposito dello sguardo rivolto ai bambini, mi ha insegnato l’importanza di distinguere l’azione cattiva dal bambino che la compie. Anche i genitori che compiono cattive azioni, che rimangono tali, possono essere guardati con lo stesso sguardo. Forse proprio lì, da quella prospettiva, è possibile ascoltare cosa ci può suggerire l’educazione.

Chiudete gli occhi

2 commenti

20121215-102741.jpg

Chiudete gli occhi bambini. Mettetevi in fila indiana, le mani sulle spalle del vostro compagno davanti e seguitemi. State tranquilli. Non vi succederà nulla. Chiudete gli occhi e camminate.

Si sono spari quelli che sentite. Ma sono da un’altra parte. E noi ora ci allontaniamo. Non piangete. Non urlate. Chiudete gli occhi e seguite il vostro compagno davanti. Vi porto via.

Cosa é successo a Mary, Jhon, Pablito, Chen e a tutti gli amici della classe di fronte? Quella da dov’è venuto tutto quel baccano? Nn preoccupatevi per loro ora, staranno senz’altro bene. Chiudete gli occhi e continuate a camminare.

Potevate esserer voi, bambini, in quella scuola, in quella classe, quella mattina? Ma no, dai, non c’eravate. Sono tante le cose che possono succedere, ma non a voi. Chiudete gli occhi e state tranquilli.

Ah, certo, gli orchi esistono. Sono sempre esistiti. Ogni tanto escono dall’inferno e colpiscono. Ma tu non ti preoccupare, sono qui per proteggenti. Guarda quante armi ho comprato per combattere gli orchi. Sei al sicuro. Chiudi gli occhi.

Siamo tutti qui per proteggervi, bambini. Per educarvi alla pace, alla giustizia, alla serenità. Nessuna paura. Ci pensiamo noi. Imparerete tutto. Prima o poi. Ora, peró, chiudete gli occhi.

Padronanze corporee

4 commenti

“All’inizio l’uomo non sa niente. Niente di niente. Le uniche cose che non ha bisogno di imparare sono respirare, vedere, sentire, mangiare, pisciare, cagare, addormentarsi e svegliarsi. Ma neanche. Sentiamo, ma dobbiamo imparare ad ascoltare. Vediamo, ma dobbiamo imparare a guardare. Mangiamo, ma dobbiamo imparare a tagliare la carne. Caghiamo, ma dobbiamo imparare a farla nel vasino. Pisciamo, ma quando non ci pisciamo più sui piedi dobbiamo imparare a prendere la mira. Imparare vuol dire prima di tutto imparare a essere padroni del proprio corpo.”  Daniel Pennac, Storia di un corpo, Feltrinelli, 2012, p. 23

Queste parole mi afferrano lo stomaco. Mi parlano nel profondo. Non di ciò che ero e sono diventato, troppo lontani quei ricordi sulla mia carne. Mi parlano di ciò che sono oggi e che continuamente divento, da quando sono diventando padre. Non c’è che avere un figlio per capire che sentire e ascoltare, vedere e guardare,  pisciare  e fare i propri bisogni dove i propri bisogni vanno fatti, sono cose diverse. E se il figlio è disabile hai tutto il tempo per capirlo, tutto il tempo che vuoi. Infatti Pennac non è riuscito a cogliere la differenza tra addormentarsi e dormire, che abbiamo dovuto imparare negli anni di sonno perduto, sedimentati sotto i nostri occhi.

Essere disabili, alla fine, significa non essere in grado di diventare padroni del proprio corpo due volte. La prima perchè la disabilità, per definizione, impedisce la padronanza del corpo. La seconda perchè l’assenza di padronanza riduce il corpo alla mercè dei corpi altrui.

Credo sia quello che tenta di dirmi mia figlia ogni volta che devo lavarla, vestirla, portarla, accompagnarla, guidarla. Ogni maledetta volta.

Kung fu fighting

3 commenti

“Ma ci sono i kimoni?”. Era già la terza o la quarta domanda posta da quel padre alla quale abbiamo dovuto rispondere di no. Venuto con il figlio e un amico del figlio, entrambi quindicenni, per chiedere informazioni sul corso di Kung fu ai blocchi di partenza, ha falciato me e il mio socio Valerio con una raffica di domande imbarazzanti.

No, non sono previste gare, competizioni, tornei e simili. Il kung fu per noi è pratica ed esperienza di vita, l’agonismo non c’azzecca nulla.

No, niente cinture, gradi, esami. Il kung fu per noi è quello che in Cina diventi allievo e resti tale sino a quando, forse, diventi un maestro.

No niente divise, kimoni, karategi, judogi, kame. Anche perchè quella è tutta roba giappo e il kung fu è cinese, è povero e si pratica in pantaloni e maglietta. Volendo, pure nudi.

Sì, cazzo, la disciplina certo che c’è. Anzi, non è che “c’è” è esattamente ciò che facciamo: una disciplina. Ma temo che neppure in proposito fosse quello che quel padre voleva sentirsi rispondere.

Insomma, ma che accidenti di roba pallosa stiamo proponendo? Se il nostro inquisitore del giovedì è rappresentativo, e temo lo sia, la gente non sa nulla di arti marziali, ma quello che vede in giro, vestiti strani, rituali esoterici, parole incomprensibili, gare e cinture, maestri dagli occhi a mandorla, fisici scolpiti e acrobazie nell’aria è quello che sa, e quello che sa è quello che cerca. E noi in pratica proponiamo di venir sin qui a sudare e farsi il mazzo per una versione grigia e per nulla sexy di tutto ciò?

Allora, ripartiamo da zero perchè qui ci vuole una prospettiva cool, o non troveremo uno straccio di allievo disposto a non volere tutto ciò che l’immaginario delle arti marziali promette.

Parole-chiave per il prossimo futuro. Ovviamente inglesi… Contemporary, Free style, Casual e, sopratutto, For all and forever. Mica quella roba per giovani ormonati e flessibili, proibitiva per gli ultraventicinquenni. Hey gente! ma ci avete visto me e Valerio, un secolo e passa in due, su quel tatami a smanettare davanti alla folla plaudente durante le dimostrazioni?

Ecco, se possiamo farlo noi…

Forse così funziona meglio. Mi prude un po’ per l’anglofilia, ma è il marketing, bellezza.

Poi, una volta attratti e avvolti nelle nostre spire, i corsisti scopriranno d’essersi infilati in una sorta di laboratorio del gesto tecnico, a metà tra il circolo culturale e un Fight club. Chissà se riesco a trovare un logo….

Comunque io e il mio socio ieri abbiamo anche messo a punto lo slogan:

Se avete voglia di lottare e combattere in un ambiente amichevole e protetto, vi offriamo piena libertà mentale e la tecnica necessaria per poterlo fare in sicurezza

 

E’ abbastanza cool…?

 

Cosí vicini, cosí lontani

8 commenti

20120917-093923.jpg

Oggi voglio parlare della Capoeira. È stato un bel vedere, ieri pomeriggio dopo la dimostrazione mia e di Valerio in via Sanzio a Milano: una ventina di ragazzi e ragazze, soprattutto ragazze, lanciati in una Roda fantastica, a due a due a turno dentro il cerchio che ritmava e cantava accompagnato dal birimbao. C’è poco da dire, un’esplosione di vitalità, allegria, energie, suoni, voci, percussioni, che ha attratto un pubblico densissimo e partecipe, intrigato da quello che succedeva e lontano dal porre qualsivoglia domanda: quello che vedeva e sopratutto provava era più che sufficiente.

Ma voglio parlare sopratutto dell’eros. Quei corpi roteanti, altalenanti, guizzanti gli uni di fronte agli altri, esprimevano una sensualità esplosiva. I sorrisi, il sudore, i respiri, gli sguardi, tutto concorreva a creare un rituale dionisiaco straordinario. Tanto piú potente perchè offerto non al chiuso di una palestra o nel segreto di una bosco all’imbrunire, ma in piena città, in pieno giorno, nel bel mezzo di una festa di quartiere. Corpi, danza ed eros, questo alla fine ho visto nella Capoeira. Ma non un’arte marziale.

Certo, Capoeira è rappresentazione della lotta ma, appunto, ne è solo una fantastica rappresentazione. Ricorda e rinvia le danze tribali che miscelano da sempre erotismo e combattimento. Ma non sono sesso e neppure scontro: sono una rappresentazione dell’uno e dell’altro.

La cosa che colpisce di piú di una Roda, almeno chi come me ha anni di arte marziale sulle spalle, è l’assenza totale di contatto. Tutti quei corpi che si espongono, si sottraggono, si avvicinano, si respingono, si ingannano, si sfiorano, si allontanano e non si toccano MAI. Puó esserci lotta senza che la mia pelle entri in contatto con quella dell’altro? Che i nostri sudori, umori, odori si mischino? Che lotta è se non sento una forza, una fragilità, un movimento, un peso, un’altezza, un volume, una struttura muscolare e articolare, altre da me? Direi anche di più, visto che è una componente fortissima nella Capoeira, che danza è una danza che si tiene lontana da tutto questo?

Capoeira non è un’arte marziale, nè del resto una forma di danza in senso proprio. Peró lascia immaginare di unire danza e arte di combattimento, offrendo una pratica coinvolgente e di gruppo che evita sistematicamente di misurarsi con il corpo dell’altro. Per questo, probabilmente, i corsi di Capoeira fioriscono ovunque e sono frequentati in maggioranza da donne giovani.

Qualità

Lascia un commento

.

“Se hai paura, sei pericoloso. Se sei arrabbiato, sei stupido. Se hai paura e sei arrabbiato, sei uno stupido pericoloso”

Letta qui. Ma potrebbe provenire dalle antiche saggezza orientali risalendo persino a Sun Tzu

Picchiami con delicatezza

5 commenti

Ho capito cosa spinge tanta gente a scegliere le arti marziali: la possibilità di evitare il contatto fisico. Un paradosso? sì. Ieri sera ero in Umanitaria per il mio corso di Difesa relazionale. Scarse e affezionate presenze. Non è andato molto bene il reclutamento quest’anno: numerose partecipanti alle lezioni dimostrative, alla fine quasi tutti scomparsi all’orizzonte. Nella palestra a fianco invece, un bel gruppetto di uomini e donne di età varia impegnatissimo in una lezione di Karate. Di quelle base per intenderci. Un’ora a far vasche a suon ti tzu ki e age uke. Insomma, pugni e parate nel vuoto. Ogni tanto un bel Kiai. Questo non lo traduco, tanto non serve. Con un salutare pizzico di invidia mi sono chiesto perchè fossero lì anziché da me. Poi sono andato “da me” e, mentre ero avvinghiato a un allievo cercando di fargli capire che doveva spingermi con il bacino, ho avuto la mia risposta.

Toccarsi? ma stiamo scherzando? fa brutto e poco trendy probabilmente. E così mi sono venute in mente le arti più gettonate. Capoeira va alla grande, lì non ci si tocca neppure per sbaglio. Poi tai chi, figuriamoci. Sì va bene, nel tui show un pochino forse, ma solo con i polsi e con mooooolta delicatezza. Aikido? sembra che sia tutto un entrare in contatto, ma è una finta: alla fine dei compagni si assaggiano solo polsi e gomiti. Per non parlare di tutti gli stili cinesi, giapponesi, coreani, vietnamiti pieni di kata e forme: puoi praticare per anni senza mai sfiorare la pelle altrui nemmeno negli spogliatoi. Giusto se fai judo. Ma alla fine c’è più contatto corporeo nella pallacanestro. Per non parlare del rugby e, ovviamente, della danza. Certo, gli sport di combattimento. Li ci si tocca sul serio. Ma sono per pochi e per poco tempo. La massa intanto va avanti per decenni a sparar pugni a vuoto o a sfiorare delicatamente gli arti altrui.

Insomma, triste destino per l’arte che affonda le proprie radici nella carne e nel sudore dello scontro fisico. Un destino di rarefazione che attrae proprio chi di sudore e scontro fisico non vuole percepire neppure il riflesso. Come giocare a bocce, o a tennis, però vuoi mettere quanto le arti marziali possono essere più esotiche e anche un po’ new age? e poi intanto imparo a difendermi. Sempre che i miei eventuali aggressori evitino di avvicinarsi troppo, che potrei non reggerne l’odore.

Self-defence: difendersi da se stessi

1 commento

Il problema di ogni stile di combattimento è che insegna ad affrontare un avversario sulla base della propria strategia. Che può anche funzionare se il tuo avversario ne segue un’altra. Ma se ti trovi davanti uno che si muove come te, devi solo sperare lo faccia peggio di te. Perfetta come aspettativa in un combattimento che, come ho già detto, è fatto di regole e scopi comuni. Tiro di boxe e davanti ho uno che tira di boxe. Usiamo entrambi le stesse tecniche, gli stessi principi, gli stessi modi di muoversi l’uno nei confronti dell’altro. Dunque ce la dobbiamo giocare sulla maggior preparazione atletica, sulla superiorità tecnica oppure sull’intelligenza capace di sfruttare la strategia di combattimento comune a proprio vantaggio. Ma se dobbiamo difenderci, non funziona.

Per definizione un incontro che chiede di adottare una strategia di difesa, è del tutto indeterminato. Nel senso che non è dato sapere praticamente nulla in anticipo attorno a quello che accadrà. L’unica regola forse certa è che se vieni attaccato non devi fare la stessa cosa che fa l’altro, a meno che tu non sia manifestamente superiore. Ma del resto, in quel caso, puoi anche evitare di farla. Dunque il principio fondamentale di ogni strategia di difesa è aggirare l’abilità dell’altro, arrivando dove l’altro non si aspetta, creando un effetto sorpresa che metta in scacco ciò che sa fare meglio.

Conseguenza diretta di tutto ciò è che ogni stile di combattimento dovrebbe poggiare su due didattiche complementari e distinte. Da una parte insegnare a combattere con le regole e gli scopi che gli sono propri, per imparare a salire su un ring o su un tatami e confrontarsi con i propri simili. Dall’altra insegnare una molteplicità di strategie di difesa sulla base di una semplice ipotesi: cosa devo fare se devo difendermi da uno come me…

Voci più vecchie

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 79 follower

%d bloggers like this: